Un guscio esistenziale
Come già scritto nella recensione del romanzo “Un guscio esistenziale”, Domenico Senese costruisce un romanzo introspettivo che riflette sulle dinamiche del lavoro contemporaneo, sull’identità e sul sottile equilibrio tra adattamento e autenticità. Abbiamo rivolto all’autore cinque domande per approfondire la genesi del romanzo e le riflessioni che attraversano la scrittura.
Ascanio non ha un crollo, non ha un momento di rottura netto, ma soffre in modo ordinario e per questo quasi invisibile. È stata una scelta precisa quella di raccontare un disagio che non urla?
Ho costruito questo romanzo e il suo personaggio principale, dando spazio maggiormente a ciò che è latente, cercando di soffermare la lettura sulle sensazioni e non sulla ricerca dell’eclatante. Penso che lo stare al mondo oggi, sia una somma indefinita di disagi invisibili. I gesti “urlati” sono numericamente irrisori e pertanto forse scontati. Non volevo dare al mio personaggio una via di fuga definitiva o una rinascita assoluta, lo preferivo sul filo del rasoio e quindi soltanto con una narrazione equilibrata avrei potuto lasciare al lettore, quel sentimento di vicinanza alla storia.
Il libro si struttura come una sequenza di stati d’animo più che per trama, eppure gli eventi ci sono e pesano. È stata una scelta precisa lasciare che l’interiorità di Ascanio guidasse il ritmo della narrazione relegando i fatti a innesco?
Parto dalla genesi di questo romanzo. Scrissi le prime pagine molti anni fa, poi chiusi quel file word e lo lasciai stagionare in una cartella del mio pc. Un anno e mezzo fa circa, riaprendo quel file mi sono detto: forse ho idea di come portarlo a termine! Molta della costruzione la devo al mio intuito, sapevo di cosa volevo parlare come volevo farlo, ma non avevo una scaletta, d’altronde sono uno scrittore di “primo pelo”. Poi man mano che le idee confluivano e trovavano il mio auto compiacimento, ho tirato dritto lasciando alla mia immaginazione la massima libertà, dimostrazione è stata la costruzione del finale del romanzo, uscito così come da un cilindro.
Patrizia e il direttore incarnano due filosofie di vita che Ascanio non riesce del tutto né ad abbracciare né a rifiutare. Lei che ha trovato un equilibrio col mondo così com’è, lui che del mondo usa le regole senza porsi domande. Come ha costruito questi due personaggi senza che tramutassero in simboli? E lei dove si colloca come autore?
Diciamo che io sono attratto dai contrasti, vedo nelle differenze l’ingrediente utile per costruire un certo equilibrio sociale. Patrizia l’ho pensata come una donna forte, ma di una forza quasi gravitazionale, ovvero con i piedi ben ancorati a terra, realista e pragmatica, il contrario dell’Ascanio pensatore. Nella figura femminile del romanzo, ho cercato di scovare quella che è una realtà sociale molto diffusa, ovvero una sorta di acquiescenza emotiva, quel modus cogitandi, nel quale ci rifugiamo. Tendiamo a indossare una sorta di armatura per non rovinarci il presente e prendiamo anche il brutto come se fosse il normale stato delle cose, questa è Patrizia. Il Direttore l’ho dovuto obbligatoriamente costruire con un cinismo e un senso dell’empatia quasi pari a zero. Dovevo trovare un capro espiatorio che desse l’innesco a molti degli stati d’animo del protagonista. Io mi colloco nell’Ascanio che si affaccia spesso alla finestra, ad osservare ciò che succede al di sotto, ma spesso capire tutto è davvero impossibile.
Il confine tra insoddisfazione lavorativa e disagio psicologico strutturato è spesso sottile, poco riconoscibile dall’interno e poco riconosciuto dall’esterno. Scrivere questo romanzo l’ha portata a interrogarsi su dove termina la stanchezza fisiologica e dove inizia qualcosa che richiederebbe uno sguardo clinico?
Sicuramente si, interrogarsi dovrebbe essere un allenamento costante che tutti noi dovremmo fare quotidianamente. Non ho competenze mediche per capire i limiti tra la stanchezza del corpo e quella mentale, ma la domanda che mi sono posto anche all’interno del romanzo è: esiste un termometro che possa dare a ogni essere umano la reale situazione di dov’è? Del proprio stato di saturazione? Credo non sempre, perché non abbiamo in dotazione il senso del limite, è proprio in questi casi che professionisti, psicologi e psicoterapeuti possono essere una sorta di diga tra la rinascita e la debacle emotiva.
La narrativa può svolgere una funzione biblioterapeutica per chi legge. Ha pensato al romanzo anche in questi termini, come strumento di riconoscimento per chi vive una situazione simile a quella di Ascanio?
Questa domanda mi ha fatto balzare subito alla testa un bel libro, che ho letto tempo fa, è il libro di Fabio Stassi “Ogni coincidenza ha un’anima”. Nel romanzo di Stassi, il protagonista è proprio un biblioterapeuta che consiglia letture ai suoi pazienti. Ora io non ho scritto questo romanzo con l’intenzione di elevarlo a cura sociale. Tuttavia ero consapevole che il disagio, le inquietudini e le pressioni vissute da Ascanio potessero avere dei riscontri nelle vite dei lettori. Mi farebbe piacere sapere che chi ha letto o leggerà questo romanzo, possa rivedere, in alcune righe, tratti della propria vita. È proprio lì che volevo mirare, al centro del vissuto di ognuno di noi. Penso che scrivere un libro sia bello e molto complesso. Ma scrivere per cercare di dare ai lettori una chiave di lettura della propria esistenza è una missione interessante, che mi piacerebbe proseguire.




