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La Marcia su Roma e la psicologia dell’obbedienza

“La Marcia su Roma” è ricordato solitamente come una commedia; non gli rende merito. Nel tono è una commedia, ma nella struttura è una tragedia e un documento sulle dinamiche del conformismo di massa. Dino Risi segue le vicende di due dei tanti disperati che abitavano l’Italia dopo la Grande Guerra. Li fa aderire al nascente movimento fascista, e poi riprende la Storia che li travolgerà senza che comprendano mai davvero cosa sta succedendo dentro e intorno a loro. Il risultato gode di un’ambivalenza potente, il film è allo stesso tempo esilarante e agghiacciante. 

Ci troviamo nel 1919. Domenico Rocchetti (Vittorio Gassman) è un reduce che vive di espedienti a Milano, con una medaglia falsa appuntata sulla giacca. Umberto Gavazza (Ugo Tognazzi) è un contadino cremonese che sogna un pezzo di terra. I due finiscono per caso nelle squadre fasciste attratti dalle promesse dei reclutatori di camicie nere. Rocchetti spera nel posto statale, Gavazza crede al programma che promette la riforma riforma agraria e quindi ad avere la proprietà di un pezzo di terra. Nessuno dei due crede davvero a nulla. Partecipano a spedizioni punitive, marciano su Roma, si disilludono giorno per giorno e disertano al momento decisivo. Il fascismo intanto va al potere.

L’opportunismo di Rocchetti e Gavazza come strategia di sopravvivenza

I due protagonisti non sono fascisti e nemmeno antifascisti. Sono adattivi. Fanno quello che serve per mangiare, per andare avanti e sopravvivere. L’inizio del fascismo è il contesto, ma poteva essere qualsiasi altro evento di grande portata.

Questo profilo delinea ciò che la psicologia sociale definisce conformismo normativo, ossia l’adeguamento ai comportamenti del gruppo per evitare l’esclusione sociale. Solomon Asch dimostrò che individui perfettamente in grado di riconoscere la risposta corretta non rimarcavano l’evidenza pur di non dissentire dal gruppo. I protagonisti della pellicola non negano l’evidenza, la ignorano. 

Non sono cattivi. Sono persone che evitano di porsi domande quando è la maggioranza non farlo. Aderiscono al gruppo senza interiorizzare i valori; non elaborano la morale delle proprie azioni; si adattano rapidamente al contesto normativo dominante; vivono dissociati tra comportamento esterno e identità interiore.

Il capitano come figura di legittimazione e a cui obbedire in quanto autorità

Il personaggio del capitano Paolinelli svolge una funzione psicologica precisa. È l’autorità che legittima l’adesione. Rocchetti lo segue non perché crede nel fascismo, ma perché Paolinelli rappresenta l’ordine militare che ha già interiorizzato.

Stanley Milgran dimostrò che la presenza di una figura autoritaria percepita come legittima è sufficiente a indurre comportamenti che il soggetto non avrebbe mai adottato autonomamente. il 65% dei partecipanti ai suoi esperimenti inflisse scosse elettriche potenzialmente letali a uno sconosciuto perché un ricercatore in camice bianco invitava a continuare.

Diventare camerati senza volerlo per aderire all’identità di gruppo

Gavazza e Rocchetti entrano nel movimento per tornaconto, ma giungono a sentire di farne parte. Non per una maturata convinzione ideologica, ma per il fatto di condividere spazi, pericoli, pasti e gergo con gli altri camerati. Tajfel e Turner definirono questo processo identità sociale. Con questa definizione intendono descrivere la tendenza degli individui a introiettare l’appartenenza a un gruppo fino a renderla una caratteristica essenziale dell’immagine di sé. Quando il gruppo definisce parte della propria identità, difenderlo equivale a tutelare se stessi. Gavazza e Rocchetti diventano fascisti per appartenenza non per fede.

I punti del programma si dissolvono 

Vedere Gavazza cancellare uno per uno i punti del programma (programma di San Sepolcro del 1919) è il momento satirico più forte. Ogni volta che il manifesto viene smentito(quando i camerati picchiano e uccidono in nome della libertà e della giustizia o, il regime, si accorda con il Re invece di proclamare la Repubblica) e nei fatti tradisce le aspettative del contadino lombardo, lui cancella con una matita il punto del programma disatteso. Gavazza non replica, elide. Aggiusta il programma per farlo coincidere. 

Festinger ha studiato questo tipo di comportamento e ha descritto il meccanismo che viene ad attuarsi dissonanza cognitiva. Accade nel sorgere della tensione psicologica scaturita da due credenze incompatibili tra loro, e la conseguente tendenza a comprimerla rimodulando le credenze e non ha cambiare atteggiamento. 

Nel film lo notiamo quando i due minimizzano le violenze a cui assistono o partecipano; si stringono al gruppo nonostante il progressivo sgretolamento del programma; reinterpretano continuamente le azioni del partito per renderle coerenti con le aspettative iniziali; mostrano incapacità nell’elaborare il tradimento come tale.

Gavazza cancella con una matita i punti sul foglietto fino a renderlo uno scarabocchio e assurge rappresentazione del vuoto ideologico che contraddistingue i regimi totalitari. Un esempio magistrale di quello che Viktor Klemper documentò nel suo diario “LTI” (Lingua Tertii Imperii, “Lingua del Terzo Reich”1947)  e spiegò l’ideologia nazista affermando che il linguaggio di una dittatura non deve essere coerente, ma prolisso, ridondante e costante.

Quando il male non è prerogativa dei malvagi

Dino Risi ha messo in scena gente ordinaria, persone che hanno agito con lo stesso spirito di quando si va al lavoro, a una festa, una cena in famiglia ma in un contesto straordinario. E risulta proprio l’abnormità del contesto a non essere mai nominata e messa in discussione. Il male non necessità di individui infernali, ma di gerarchia, persone e abitudine. È quella che Hannah Arendt, assistendo al processo di Eichmann, definì la banalità del male. Il finale del film è spunto per un ulteriore analisi, ma la lasciamo a chi vuole godersi il film per la prima volta e anche a chi vuole rivederlo.

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV