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Homo Globalis: quale civiltà?

La modernità nella società del mercato globale ha trasferito l’ideologia nella prassi producendo una grande espansione dei mezzi per vivere e al contempo una grande penuria di scopi per cui vivere. Ha rovesciato le sue radici cartesiane e illuministe, stabilendo il primato dell’avere sull’essere e del fare sul conoscere. Il divario tra tecnica e cultura in un mondo in febbrile trasformazione, in una civiltà di mutanti, ha ampliato la sfera dell’avere e ancor più quella del desiderare, riducendo quella dell’essere. L’homo globalis abituato a vivere in forme labili e turistiche, ha perso l’essenza del mondo. E oggi più che mai va ricercata ripartendo dal pensiero, non dall’agire, per avere la possibilità di modificare il mondo e la capacità di capirlo. Il punto di ripartenza affinché il pensiero guadagni la prassi e ne misuri il senso, commisurando le sue conquiste e le sue perdite, deve essere la “contemplazione”, potenza che dovrebbe sancire come primo atto l’ideale della dignità umana e inevitabilmente quello della solidarietà. Trovo attualissimi a tale proposito i versi del poeta Terenzio “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”: sono un essere umano e tutto ciò che riguarda gli altri esseri umani non può lasciarmi indifferente. Solo se si è consapevoli del proprio compito e rispettosi del crescere insieme si può essere parte di ciò che comunemente chiamiamo “Civiltà”. Ritornare all’Umanità significa abbracciarla, amarla. Vivere in collettività significa mantenere equilibrio morale e sociale.

 

Sans chez soi                                    

Lo psicanalista e psicologo Stuart Perlman, dopo trent’anni di carriera fatta di colloqui e parole, e in seguito alla scomparsa del padre, che lo ha segnato, ha provato a raccontare il disagio di chi vive per strada attraverso l’arte. Dipingendo su tele a olio i ritratti dei clochard di Los Angeles, ha voluto raccontare le loro storie attraverso i loro sguardi. I suoi 135 quadri testimoniano le conseguenze di vite vissute per la strada e ogni dipinto riporta la storia di chi è stato ritratto. Chiunque si soffermerà ad osservare questi volti attentamente e ad ascoltare le loro storie, le loro speranze e il loro dolore, mai più guarderà gli homeless nello stesso modo, dice Perlman. Il termine francese clochard si veste di romanticismo rimandando a ottocentesche figure da romanzo e connota il vagabondo come contestatore della società e delle sue regole. In questo senso la scelta sarebbe “bohème”. Questa idea del barbone è certamente riduttiva, è uno stereotipo.

Fare il barbone non è una ingegnosa comodità e vivere per strada non ha molto di romantico. I clochard vivono in un mondo che ha perso ogni connotato poetico, cinico e spesso spietato. Se si analizzano le loro storie personali ci si rende conto che la condizione di senza fissa dimora è prodotta da eventi particolari e spesso traumatici. Dalle ricerche degli ultimi anni e dai dati raccolti dalle varie Caritas Territoriali e dalla Comunità di Sant’Egidio risulta che solo una piccola parte (3%) ha scelto di vivere per strada per la sua voglia di evasione. Per il restante di queste persone la scelta è stata il risultato di un processo di un crescente disagio e del relativo degrado sul piano fisico e relazionale, dovuto a condizioni di povertà, perdita di lavoro, dipendenza da alcool o droghe, episodi di usura, malattia mentale, handicap fisici o menomazioni. Si tratta di persone che vivono nell’isolamento totale da ciò che li circonda e spesso scompaiono nel nulla avvolti nella più totale indifferenza.

 

I miei amici di strada

Nel mio percorso di volontario SASFID di CRI ho ascoltato storie di emarginazione, solitudine e disperazione di cui la miseria era sempre protagonista, e lo stereotipo negativo sui senzatetto mai corrispondeva alla bellezza di quelli che stavo incontrando. Ho dovuto guadagnami la loro fiducia per entrare nelle loro storie perché dietro ognuno di loro c’è un passato doloroso, spesso difficile da confidare a un estraneo. Ho letto nei loro occhi la ferita della vergogna e dello stigma di essere senzatetto. Li ho visti persi e impauriti, esausti, smarriti come smarrita è la loro identità. Nel raccontare la loro vita spesso confondono l’immaginazione con la   realtà, ma non si tratta di menzogne quanto di tentativi di autopersuasione e la storia a volte diventa quello che avrebbero voluto e non quello che è stato. Quando il cartone è la tua unica protezione ne diventi prigioniero e cerchi libertà, cerchi dignità. Allora non basta mangiare alla mensa e dormire nei dormitori, hai bisogno che gli altri ti vedano. Ma la società contemporanea impone ritmi frenetici che peggiorano il solipsismo dell’individuo.

Si corre senza sosta e più acceleriamo meno attenzione prestiamo a quello che ci sta intorno. E’come viaggiare su un treno o su un pullman. Non cogliamo i dettagli del panorama che ci circonda e definiamo il viaggio in base alle nostre percezioni. Per osservare tutto dovremmo allargare lo sguardo e rallentare. È questo l’unico rimedio all’indifferenza: fermarsi, osservare, ascoltare. Ho incontrato persone provenienti dall’Europa dell’est, occhi grigi e diffidenti, altre provenienti dall’Africa, facce stanche e rugose, ma anche italiani e il loro rapporto con la strada non assomigliava a quello stereotipato, sembravano non appartenere al mondo dei diseredati. Si riconoscevano, si muovevano con maggior sicurezza, parlavano con gli operatori, riuscivano perfino a sorridere. Al di là della provenienza o della nazionalità in ogni racconto c’è come un paradigma perchè ogni storia in qualche modo dice quanto sia facile passare da condizioni di benessere a un letto di cartone. Ascoltare le loro storie per me è stato un privilegio, mi ha permesso di capire chi avevo davanti, i suoi problemi e i suoi bisogni. La strada, è vero, è un osservatorio unico. Nell’esistenza precaria e priva di legami stabili, dove gli unici interessi sono quelli legati alla sopravvivenza, puoi trovare scorci d’impensata umanità. E se è vero che l’amicizia nasce dalle occasioni della vita, è altresì vero che gli amici sono le persone che per prima arrivano al tuo cuore. Alcuni senzatetto sono diventati dei miei buoni amici.

Leggi anche la prima parte dell’articolo

Scritto da Giovanni Schiattarella, Dr. In Scienze e Tecniche Psicologiche per l’Analisi dei Processi Psichici nello Sviluppo e nella Salute

  

Riferimenti bibliografici

P. Afro Terenzio, a cura di L. Piazzi (2006), Adelphoe-Heautontimorumenos, Roma: Oscar Mondadori.