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La condanna di una vita

Paul Claudel (1868 – 1955), poeta, drammaturgo e diplomatico francese, così si esprimeva su sua sorella Camille morta in manicomio dopo trent’anni di internamento: “La ferita che offre lo spettacolo di quella personalità magnifica e del fallimento che ha rovinato la sua esistenza. La natura era stata prodiga con lei: mia sorella Camille aveva una bellezza straordinaria, un’energia, un’immaginazione, una volontà assolutamente eccezionali. E tutti questi doni splendidi non sono serviti a niente. È esattamente una vocazione un po’ diversa dalla mia: io sono arrivato a un risultato, lei non è arrivata a niente. Tutti quei doni meravigliosi sono serviti solo a fare la sua disgrazia… La vocazione artistica è una vocazione eccessivamente pericolosa e alla quale pochissimi sono capaci di resistere. L’arte riguarda facoltà dello spirito particolarmente pericolose, l’immaginazione e la sensibilità…” (Panzera, 2016 p.33).

Raccontare la storia di Camille Claudel (Fère-en-Tardenois, 8 dicembre 1864 – Montfavet, 19 ottobre 1943) significa toccare un nodo nevralgico del rapporto che intercorre tra l’arte e la psicologia. Tramite l’analisi dei momenti chiave della sua vita è infatti possibile mostrare come questa spesso coincida e si manifesti nelle sue opere, che sono dunque caricate di un forte significato esistenziale. L’arte si fonde dapprima con il complesso rapporto con la famiglia, poi con l’amore tormentato che lega Camille allo scultore Auguste Rodin. In ultimo si giunge alla difficile condizione di una donna rinchiusa in manicomio a causa delle sue scelte considerate “anticonformiste”, che offendevano il buon nome della famiglia. “Tenetevela, ve ne supplico… ha tutti i vizi, non voglio rivederla, ci ha fatto troppo male” scriveva la madre al direttore del manicomio (Panzera, 2016 p.54). Le posizioni intransigenti della madre e dell’ormai affermato fratello Paul significheranno la condanna dell’esistenza di Camille e la fine della sua arte, alla quale la scultrice rinuncia drasticamente con l’ingresso in manicomio.

Una storia travagliata

Camille Claudel nasce nel 1864 in una cittadina a nord di Parigi. Ben presto il padre, funzionario municipale, riconosce la sua inclinazione per la scultura e decide di condurla presso l’atelier di Alfred Boucher. Questi, resosi conto dello straordinario talento della ragazza, consiglia di farle proseguire gli studi a Parigi. Qui conosce Rodin, già avviato sulla strada del successo: è l’incontro di due persone, due artisti, due anime. La passione viscerale che Camille aveva per la scultura si traspone nella figura del suo maestro, 24 anni più grande di lei, già padre e legato alla sua compagna Rose. I due si fondono spiritualmente, fisicamente e soprattutto artisticamente. Nasce un rapporto di stretta collaborazione grazie al quale la giovane ha modo di affinare le sue capacità. Camille diventa una grande scultrice e inizia a farsi strada nel panorama artistico del tempo. Tuttavia la sua voglia di affermarsi si scontra con la continua sofferenza causata dall’idea di essere solo l’amante di Rodin.

Camille Claudel

Il desiderio di indipendenza e di esclusività la porterà a lasciare definitivamente l’artista dopo aver avuto un’ennesima prova del fatto che lui non avrebbe mai lasciato la compagna. Nel 1893 inizia il distacco artistico e sentimentale di Camille da Rodin. Vedono la luce opere tra le più espressive della scultrice, ma lo stato psicologico inizia un lento declino. Dal 1899 si rinchiude nell’atelier di Quai Bourbon in compagnia delle sue opere, che inizierà presto a distruggere, e dei suoi deliri di persecuzione. Sono i segni di un disagio mentale al quale si aggrapperanno la madre e il fratello nel 1913 per farla internare, subito dopo la morte del padre, suo vero e unico sostenitore. Malgrado i medici ne avessero da tempo certificato la guarigione, Camille morirà di fame nel manicomio di Montfavet nel 1943 e nessuno si presenterà al suo funerale.

La scultura come mezzo di espressione

Alcune opere, cariche di significati psicologici, conservano momenti della vita di Camille. Sakuntala è un gruppo scultoreo in gesso presentato nel 1888. Ispirata da un racconto della tradizione indiana, Camille ricostruisce il momento di ricongiungimento tra la giovane Sakuntala e il principe Douchanta, separati da anni a causa di un maleficio. È un momento colmo di commozione: la donna sopraffatta dall’emozione perde i sensi ed è sorretta dall’amato inginocchiato. L’opera sarà proposta poi in altre versioni con titoli diversi che seguiranno i risvolti della vita della scultrice. Nel 1905 l’opera in marmo prenderà il nome di Vertumno e Pomona, mentre quella in bronzo sarà L’abbandono.

L’abbandono, Camille Claudel, 1905

Il soggetto muoverà dunque dalla mitologia alla storia personale dell’autrice. Del 1893 è Clotho, riferimento alle preoccupazioni esistenziali di Camille. Clotho, la più giovane delle Parche e tessitrice dei destini degli uomini, ha un corpo vecchio, raggrinzito e avvolto dall’intreccio di fili tessuti da lei stessa.

Clotho, Camille Claudel, 1893

Vera espressione artistica del distacco da Rodin è l’Age mûr, l’Età matura (1895). Il gruppo scultoreo ritrae un uomo che con lo sguardo basso e afflitto volge le spalle alla giovinezza, ritira la sua mano che scivola da quelle della giovane ragazza, per lasciarsi trasportare dalla maturità.

L’Età matura, Camille Claudel, 1895

L’interpretazione biografica è da sempre stata lampante per i critici: l’uomo è Rodin che si allontana dall’implorante giovane Camille per continuare la sua vita con Rose. E proprio L’implorante sarà il titolo della figura femminile in ginocchio proposta singolarmente dalla scultrice. È Camille, protagonista di un abbandono, che protende le braccia verso qualcuno o qualcosa: Rodin, il padre o la madre che non l’ha mai amata. Paul scriverà di quest’opera “Mia sorella Camille, implorante, umiliata, in ginocchio, lei così superba, così orgogliosa mentre ciò che si allontana dalla sua persona, in questo preciso momento, proprio sotto i vostri occhi, è la sua anima”.

L’implorante, Camille Claudel, 1899

Un’esistenza internata

Diversi fattori sono responsabili dell’esaurimento nervoso che ha colpito Camille: di certo la devastante storia altalenante con Rodin, ma anche il rapporto conflittuale con la madre e la sorella. A queste si era unito l’amato fratello, che dopo la conversione era diventato un cattolico intransigente e condannava duramente la sorella per la storia d’amore clandestina e per l’aborto. La madre non aveva mai accettato le aspirazioni della figlia, il suo carattere esuberante e ovviamente la storia con Rodin. È l’assenza che tormenta principalmente Camille: l’assenza dell’amore familiare, in particolare quello materno, l’assenza di un rapporto esclusivo con il suo amato. L’artista aveva riposto l’anima nelle figure maschili della sua vita: il padre, Rodin e Paul. Lasciato Rodin, morto il padre, Paul era la sua ultima ancora di salvezza. Questo le impedirà di incolparlo per la vergognosa condizione in cui vivrà gli ultimi trent’anni della sua vita.

Nel 1913 la madre e Paul, preoccupati più per le apparenze, che per la salute di Camille, decidono di farla internare. La donna, quasi cinquantenne, soffriva di un esaurimento nervoso che era stato sicuramente foraggiato dal contesto che la circondava, dai pregiudizi che l’avevano afflitta e quasi emarginata. Il suo comportamento e il suo carattere erano stati alterati, lasciando libero sfogo alle manie di persecuzione. Ma pochi mesi dopo l’internamento, stando a quanto si legge nelle cartelle cliniche, Camille appariva già recuperata dalla nevrosi depressiva. Eppure, nonostante le continue segnalazioni da parte del direttore del manicomio, la famiglia non darà mai il consenso per la dimissione. Così scriveva il direttore Cyril Mathieu sulle cartelle “La paziente continua a essere completamente sana, anche se corre il serio rischio di cadere in una demenza incurabile causata dalla crudele prigionia alla quale la teniamo sottoposta” (Panzera, 2016). E così andrà: Camille morirà colpevole di essere stata una donna troppo emancipata.

 

Riferimenti bibliografici

Panzera, A. M. (2016). Camille Claudel. Roma : L’asino D’oro.

Rivére, A., Gaudichon, B. (2005). Camille Claudel. Corrispondenza, Milano : Abscondita.