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La Terapia Breve Centrata sulla Soluzione

Flavio Cannistrà Psicologo, psicoterapeuta, esperto di terapie brevi. Si è formato in Italia, California, Australia e Inghilterra, studiando le principali forme di terapia breve esistenti e divenendo rappresentante italiano della Terapia a Seduta Singola. È founder e co-direttore dell’Italian Center for Single Session Therapy e della Scuola di specializzazione in psicoterapie brevi sistemico-strategiche Istituto ICNOS. Ha pubblicato articoli e capitoli su argomenti di terapia breve e a seduta singola per journal e libri internazionali, partecipando come ospite a congressi in Italia e all’estero. È co-autore di Terapia a seduta singola. Principi e pratiche (Giunti) e Aiutami a diventare grande (EPC Editore).

Federico Piccirilli Psicologo, psicoterapeuta, specializzato in psicoterapia breve ad approccio strategico. È founder e co-direttore dell’Italian Center for Single Session Therapy e della Scuola di specializzazione in psicoterapie brevi sistemico-strategiche Istituto ICNOS. Direttore del Centro APIS – Servizi di Riabilitazione per l’Età Evolutiva della Cooperativa “Il Pungiglione”. Svolge docenze per scuole di specializzazione di psicoterapia, enti di formazione accreditati e aziende, in cui svolge anche attività di consulenza di direzione. È co-autore di “Terapia a seduta singola. Principi e pratiche” (Giunti).

Flavio Cannistrà e Federico Piccirilli hanno dato vita al primo libro italiano sulla Terapia Breve Centrata sulla Soluzione.

Ecco un’intervista ai due autori.

 

Che cos’è la Terapia Breve Centrata sulla Soluzione (TBCS)? Quali sono le sue peculiarità e perché è una delle terapie più usate al mondo?

Federico: È un approccio che consente alla persona di realizzare un cambiamento significativo nella propria vita in un tempo breve. L’idea portante è che il cambiamento si possa ottenere seguendo due strade maestre: da un lato, portando la persona, attraverso un uso sapiente delle domande, a raccontare e descrivere con dovizia di particolari il futuro desiderato; dall’altro, facendole descrivere le risorse che le hanno garantito la possibilità in alcuni momenti del passato e del presente di avere avuto successo. Elaborata da Steve de Shazer e il suo team negli anni ‘80 presso il Brief Family Therapy Center di Milwaukee, si è velocemente diffusa in tutto il mondo, potendo essere utilizzata in contesti diversi, caratteristica che la rende una delle terapie più usate al mondo.

Flavio: Penso che una delle ragioni per cui è tra le più diffuse è che è semplice, efficace ed efficiente, e parte da un grande rispetto della persona e delle sue risorse, tenendo in considerazione aspetti etici non trascurabili quando lavori con i significati e le credenze alla base della vita e dell’identità delle persone.

 

Il terapeuta centrato sulla soluzione lascia i panni dell’esperto a cui affidarsi, il detentore del sapere rispetto al problema portato dalla persona e alla sua risoluzione: qual è quindi il suo ruolo?

Federico: Quello di focalizzarsi sul qui ed ora e di abbandonare le “categorie diagnostiche” tradizionalmente considerate: si preferisce iniziare la seduta domandando “Cosa ti ha portato qui?” o “Quali sono le tue migliori aspettative riguardo a questa seduta?”. Il terapeuta riconosce un’importanza fondamentale alle esperienze della persona, ponendo al centro lei e i suoi obiettivi, idee, valori, motivazioni e punti di vista, che vengono accettati, assunti come validi e reali. Il minimalismo e la semplicità sono stati al centro dello sviluppo della TBCS sin dall’inizio. Nel libro Clues: Investigating Solutions in Brief Therapy (1988) de Shazer scrisse: «Se vuoi andare dal punto A al punto B, ma non conosci i dettagli del percorso intermedio, la cosa migliore da fare è presumere che puoi andare da A a B seguendo una linea retta. Se poi questa ipotesi si rivela errata e ti imbatti in montagne insormontabili, allora devi cercare un passaggio che sia il più vicino possibile alla tua linea retta di origine» (p. 150)

 

La TBCS è utile per i problemi psicologici definiti comunemente più gravi? In che modo?

Flavio: La TBCS parte da una prospettiva post-strutturalista: significa che non vengono definiti dei “problemi” come “strutture”, composti da parti su cui andare ad agire. Ma se non c’è una struttura come si produce il cambiamento? De Shazer partì da un approccio il più ateorico possibile: ciò che funziona in terapia viene osservato, ripetuto e infine integrato nel modello (da notare che anche questa, in realtà, è un’impostazione teorica). Così la TBCS propone un metodo di induzione al cambiamento identico per ogni problema, al di là della gravità. Noi aggiungeremmo che ciò che dovremmo adattare alla persona sono gli aspetti comunicativi e relazionali. Va da sé, poi, che la psicologia ha trovato utile classificare certe osservazioni sulla base di determinate ridondanze (dichiaro che di fronte all’osservazione dei fenomeni a, b e c ho a che fare con un depresso, con cui potrò aspettarmi anche i fenomeni l, m e n). Ecco perché vengono costruiti i protocolli di intervento. Ma qui torna il monito della TBCS: non far diventare le teorie un vincolo. Noi aggiungiamo: utilizzale come strumenti, che vanno bene in certe occasioni e non in altre.

 

Una delle peculiarità della TBCS è quella di concentrarsi sulle migliori aspettative del cliente e sul suo futuro desiderato. In questo periodo in cui stiamo vivendo grandi cambiamenti e sconvolgimenti dal punto di vista sanitario e non solo, in che modo un professionista della salute mentale potrebbe utilizzare questo approccio?

Federico: È una terapia che ottimizza i tempi per i clienti e le terapie durano mediamente 4-6 sedute. Questa efficienza è sicuramente di grande importanza per le persone che lamentano un malessere, soprattutto come in questa fase storica, che da un anno a questa parte ha cambiato radicalmente le nostre vite: le psicologhe e gli psicologi del nostro Istituto ICNOS la stanno adottando con grande successo e soddisfazione, in questo momento storico. Lo stesso vale per i servizi pubblici, le ASL, o i sistemi sanitari complessi in generale: la possibilità di utilizzare un approccio breve offre loro l’occasione di dare un maggior numero di feedback e strumenti alle persone, rispondendo in maniera molto più tempestiva alle liste di attesa presenti in numerose strutture che si occupano di salute mentale. Inoltre, in considerazione anche del grande impatto della pandemia sui sistemi scolastici e sui giovani, concentrarsi sul futuro desiderato e sulle migliori aspettative, nonché sulle soluzioni piuttosto che sui problemi, li aiuta a risollevarsi, evitando di farli perdere in circuiti di tristezza, angoscia ed ansia, rischi tipici di questa fase storica.

 

La TBCS sembrerebbe un approccio “facile”, perché non si serve di innumerevoli strategie sofisticate, ma di pochi essenziali principi chiave che possono essere appresi velocemente dallo psicologo e dallo psicoterapeuta. È realmente così?

Flavio: de Shazer e Berg sostenevano che non fosse necessaria una comprensione delle implicazioni teoriche ed epistemologiche sottostanti. Può sembrare una contraddizione con quanto detto rispetto all’assenza di una teoria, ma come precisavo è impossibile non avere una teoria: ciò che manca è un grand theory, come disse de Shazer intervistato da Michael Hoyt in Constructive Therapies 2 (1996), cioè, nello specifico, una teoria eziopatogenetica e una teoria sui meccanismi di cambiamento. In effetti è così: la TBCS viene insegnata in tutto il mondo attraverso l’apprendimento delle sue pratiche. E funziona. Tuttavia, riteniamo che un approfondimento dei principi sia fondamentale per poter fare delle ipotesi operative su cosa non stia funzionando, in caso di impasse. Inoltre è d’obbligo uno studio dei processi comunicativi e relazionali (partendo ad esempio dalla pragmatica della comunicazione), fondamentale per ogni psicoterapia.