Recensione di “Un guscio esistenziale” di Domenico Senese
Il prezzo del lunedì
C’è una scena all’inizio di “Un guscio esistenziale” che vale più di molte prefazioni. Ascanio, responsabile marketing di una società farmaceutica, è davanti allo specchio alle sette di mattina e tenta per la settima volta di annodare la cravatta. Non è un gesto neutro ma è un rito che manifesta una resa, la capitolazione quotidiana che precede il caffè, il traffico, il pc acceso, il direttore che entra con il sigaro in mano e un sorriso che preannuncia sempre qualcosa di seccante, complicato e sacrificante. Domenico Senese, con questo romanzo pubblicato da Montag nella collana “Le Fenici”, parte da un gesto comune a milioni di lavoratori, da quel nodo alla cravatta, un vero e proprio nodo in gola, e costruisce una storia che molti lettori non faticheranno a riconoscere come propria.
Ascanio è un uomo di trent’anni passati che ha un lavoro fisso, una compagna che lo ama, una vita apparentemente in ordine. Eppure qualcosa si è incrinato sotto la superficie di quella normalità a cui molti aspirano. Non accade in modo drammatico, non con un crollo improvviso, ma si sgretola nell’intreccio preciso e logorante che hanno le cose ordinarie. La narrazione del quotidiano segue il percorso interiore di quest’uomo ben inserito nel tessuto sociale attraverso capitoli brevi, ognuno con il nome di uno stato d’animo (Lunedì, Irrazionale Leggero, Burnout, Disamore) e la vita lavorativa non è misurata in giorni, mesi o anni ma in stati d’animo.
Senese mantiene la lucidità di non trasformare il suo romanzo in una denuncia sociale e tantomeno in un manuale di self-help camuffato da fiction.
Il conflitto silenzioso
Il romanzo procede per sequenze in prevalenza narrative e riflessive. Gli inserti dialogici svolgono la funzione di caratterizzare i personaggi e quella di specchio ideologico del protagonista. Patrizia, ad esempio, non è solo l’affascinante compagna di Ascanio, ma rappresenta un principio opposto. È pragmatica, adattiva ed emotivamente stabile.
Ci troviamo davanti a un dualismo non estraneo alla narrativa contemporanea, ma Senese lo gestisce con una certa efficacia e lo si può riscontrare in particolar modo nei dialoghi domestici, dove il conflitto non deflagra mai apertamente, sedimenta. L’esito risulta essere una tensione latente, decisamente più interessante di uno scontro esplicito.
Ascanio non è un eroe, non ha un piano, e le sue riflessioni sul lavoro e sulla libertà sono quelle di un uomo comune che comincia, lentamente, a smettere di mentire su stesso. È proprio questa ordinarietà del protagonista e della vita che lo circonda il punto di forza del libro. La sofferenza di Ascanio è riconoscibile, mai sopra le righe, costruita su piccoli cedimenti quotidiani piuttosto che su grandi crolli, e molti lettori non faticheranno a trovare familiarità con quel tipo di vissuto.
La capacità di osservare
La scrittura è diretta e colloquiale, con alcune aperture di registro che rivelano una sensibilità autentica. Certi passaggi come nella descrizione dell’ufficio con le sue piastrelle bianche e i quadri appesi come promemoria del senso di colpa; le serate con gli amici dove per qualche ora il disagio interiore sparisce; la scena in cui Ascanio osserva dalla finestra un barbone sul marciapiede che risponde alle prese in giro di due ragazzini con un balletto sprezzante e dignitoso, e vede più libertà di quanta ne avverta nel proprio ufficio, hanno una concretezza che sa restituire il peso specifico di una giornata qualunque. E sono questi scorci del quotidiano, osservato con attenzione, a rivelarci che l’autore quando non spiega ma restituisce l’episodio per come l’ha visto, o immaginato di vedere, dimostra un istinto narrativo che non deve prestare il fianco a costruzioni letterarie più ambiziose.
Come accade in molti romanzi a forte impianto introspettivo, dove il peso di ciò che si vuole far capire rischia a tratti di prendere il sopravvento sulla scena, il libro porta con sé qualche riflessione di troppo e forse alcuni personaggi secondari avrebbero meritato più spazio, così da essere più funzionali alle scelte e le azioni di Ascanio. Ma c’è qualcosa che i romanzi tecnicamente più raffinati a volte non possiedono, ed è quella di avvertire la netta sensazione che dietro ci sia una persona che ha davvero qualcosa da dire. Il finale, che ovviamente in questo articolo non verrà rivelato, possiede il merito di restare in testa, e di fare esattamente quello che un buon finale deve fare: rimettere in discussione tutto quello che si è letto.
Il tema del lavoro come metro di misura esclusivo del proprio valore, quella gabbia identitaria in cui si entra senza rendersene conto, convincendosi che produrre equivalga ad esistere, è più che mai centrale nel dibattito contemporaneo. Senese lo affronta senza la retorica del riscatto né la semplicità della soluzione, restando fedele fino in fondo a quella zona grigia di chi non sa ancora bene cosa vuole, ma sa con assoluta certezza cosa non desidera più.
Nel complesso l’opera mantiene una compattezza narrativa, senza cadere nella trappola degli eccessi stilistici o in derive teoriche. La sua forza risiede nella capacità di restare aderente all’esperienza comune, lasciando emergere, sotto la superficie della normalità, una domanda che destabilizza. E la domanda è: fino a che punto siamo disposti a riconoscere ciò che ci sostiene anche quando coincide con quello che ci limita?
Un guscio esistenziale di Domenico Senese – Edizioni Montag, 2026, collana “Le Fenici”




