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Intervista all’autore di “Storia della stregoneria”

Come era gestita la paura, l’ignoto, un diverso modo di pensare aiuta nella comprensione della mentalità in una data epoca. Basta individuare chi, la collettività, decideva di mettere al rogo. La stregoneria non è stata, e non è, solo una questione di magia. Fin dalla storia più remota dell’uomo ha assolto alla funzione di regolatore sociale. Un processo di individuazione del perturbante a cui è dato un nome per essere combattuto. Jung ha chiamato questo meccanismo proiezione dell’Anima. Ogni uomo porta dentro di sé una componente femminile inconscia, fatta di tutto ciò che la sua coscienza ha scartato, ignorato o che non ha potuto essere.

Quando quella parte non viene integrata è proiettata all’esterno, rappresentandola in qualcuno. La donna accusata di stregoneria era l’incarnazione di tale processo. Su di lei si scaricava la sessualità proibita, il sapere senza delega, la libertà che il sistema non tollerava. L’inquisitore condannava una donna, ma in realtà metteva a tacere quella parte della propria psiche che non riconosceva. Jung, inoltre, distingueva l’Anima dall’Ombra. La prima è la componente femminile rimossa nell’uomo, la seconda è tutto ciò che l’individuo, e con lui la collettività, non tollera di essere.

L’Ombra di una comunità

La violenza, l’avidità, la paura della morte, il desiderio di trasgredire. L’Ombra non si elimina con la volontà e si accumula fino a quando non trova una via d’uscita collettiva. L’Ombra di una comunità intera identificata in un solo corpo. Jung definiva questo meccanismo, quando trovava una sincronia collettiva, epidemia psichica. Un intero villaggio proietta il proprio rimosso su un capro espiatorio a cui è dato un volto e un nome. Lo stesso schema che il grande psichiatra ritrovava, in una forma laica, nei totalitarismi del Novecento.   

Quello che colpisce nel saggio di Alessandro Moriccioni, Storia della stregoneria, è qualcosa di scomodo. La caccia alle streghe non è stata un’aberrazione, ma piuttosto un sistema funzionale ai tempi in cui era praticata. Ha canalizzato l’aggressività più ingestibile, ha disciplinato i comportamenti attraverso la minaccia, ha tenuto unite comunità nei momenti più difficili, come nel caso di carestie, guerre, epidemie. Non era necessario punire tutti. Bastava far intendere che essere accusati fosse una possibilità molto concreta. L’autore costruisce un percorso che va oltre la cronaca delle persecuzioni, così da restituire al fenomeno della stregoneria la sua cifra simbolica e culturale. L’opera è un intreccio tra documento, interpretazione, storia, psicologia, ciò che è accaduto e le forme attraverso cui è stato compreso e costruito.

Breve conversazione con Alessandro Moriccioni, tra storia, psicologia e costruzione del nemico, sulle origini della stregoneria

Alessandro Moriccioni e Davide Testa

Nel tuo libro attraversi secoli di storia, dal passato più remoto fino ai nostri giorni. Dove possiamo individuare la genesi della stregoneria: nella realtà pratica o nella costruzione culturale?

La stregoneria nasce in una zona ambigua, dove la realtà e l’immaginazione si uniscono. Le pratiche magiche esistono da sempre, radicate nei bisogni primari dell’uomo: nutrirsi, proteggersi, guarire. La figura della “strega” come la intendiamo oggi, però, è in larga parte una costruzione culturale, fomentata da religione, potere e paure collettive. Nel momento in cui la società percepisce un nemico invisibile, è lì che la stregoneria assume la forma di categoria persecutoria.

La caccia alle streghe rimane uno dei capitoli più oscuri della storia europea. Possiamo davvero considerarla solo come fenomeno alimentato dal fanatismo religioso?

Ridurre tutto al fanatismo è una semplificazione fuorviante. Indubbiamente la religione ha fornito il quadro ideologico, ma dietro i processi troviamo anche dinamiche sociali, economiche e politiche. Le accuse di stregoneria non di rado colpivano emarginati, donne sole o figure scomode. In questa ottica, la caccia alle streghe appare come meccanismo di controllo sociale, una regolamentazione violenta delle tensioni interne alla società.

Puoi fornirci un esempio di questa dinamica?

Giovanna d’Arco, caso emblematico. Una figura politica e militare che, proprio per la sua anomalia, è circoscritta in una categoria di devianza religiosa. Non era una strega, ma il processo che la condanna mostra come, dietro la dimensione religiosa, agissero le dinamiche politiche, sociali ed economiche connesse agli equilibri del potere e alla necessità di eliminare una figura scomoda. 

Nel libro emerge un dato sorprendente e ci riferiamo alla longevità della stregoneria. Sembra sopravvivere a ogni cambiamento epocale, persino nell’era della tecnica. A cosa attribuisci questa persistenza?

La risposta è semplice: risponde ai bisogni più profondi dell’essere umano che non sono mai cambiati. In una società che ancora confida nel pensiero neopositivista e tecnoscientifico, ma oggi profondamente frammentato tra neuroscienze, pensiero narrativo, spiritualità contemporanee, nuove forme simboliche, permane il desiderio di dare senso a tutto quello che sfugge al controllo e alla spiegazione immediata. La sola razionalità, infatti, non riesce a supportare nel complesso l’esperienza umana, soprattutto nelle sue zone più oscure: la morte, la paura, il desiderio di trascendenza.

È questa frammentazione del pensiero contemporaneo, incapace di garantire una visione compatta dell’esistenza, a offrire spazio al simbolico. Così la stregoneria, o più in generale il pensiero magico, continua a sopravvivere non come residuo del passato, ma come un linguaggio in grado di parlare alle strutture più profonde dell’immaginario collettivo. E più l’uomo contemporaneo avverte la dissoluzione di riferimenti condivisi, più protende verso narrazioni che restituiscano mistero, coerenza e significato all’esperienza del reale.

Quanto c’è di storico e quanto di narrativo nelle credenze sulle streghe? 

Molto di quello che crediamo di sapere in merito proviene da fonti distorte: testimonianze ritoccate dagli inquisitori, confessioni estorte sotto tortura, racconti popolari modificati nel tempo. Un ginepraio in cui è difficile distinguere il dato storico da quello falsato. Ma proprio questa ambiguità è significativa, perché nelle accuse di stregoneria si riflettono le inquietudini, le tensioni e l’immaginario collettivo degli accusatori, non la reale identità di chi era accusato. 

Nel tuo lavoro si percepisce una forte dimensione narrativa. La stregoneria, in fondo, è una grande storia che l’umanità racconta a se stessa?

Sì, e forse è la sua parte più interessante. La stregoneria è un racconto collettivo e muta a seconda dell’epoca: da mito arcaico a incubo medievale, fino a diventare simbolo contemporaneo di ribellione o identità. Studiarla aiuta a comprendere le paure, i desideri e le ossessioni dell’uomo.

Se dovessi indicare una chiave di lettura per interpretare la stregoneria oggi, quale sarebbe?

Inviterei a porsi come davanti a uno specchio, non a un fenomeno da giudicare. Ogni epoca ha le sue “streghe”, figure su cui proiettare quello che non si comprende, non si accetta. Capire la stregoneria significa su cosa, oggi, siamo ancora propensi a demonizzare

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV