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Memorie dal sottosuolo

Il romanzo di Dostoevskij ci presenta un ex funzionario pietroburghese, che ha lasciato il lavoro grazie a una piccola rendita ricevuta in eredità dopo la morte di una sua zia. L’uomo decide di ritirarsi in un “sottosuolo” mentale e narrativo, da cui attacca ogni idea di progresso razionale. L’incipit del libro già indica chiaramente la strada: “Sono un uomo malato… sono un uomo cattivo”.

Nella prima parte, il suo monologo smonta l’illusione che l’uomo agisca sempre secondo l’utile; nella seconda, alcuni episodi del passato mostrano come questa posizione degeneri in isolamento e umiliazione reciproca. Centrale è l’incontro con Liza, giovane prostituta a cui il protagonista offre un’apparente via d’uscita, per poi ferirla e respingerla quando lei gli si avvicina davvero. 

Quando il testo non consola ma ci espone

Memorie del sottosuolo è il testo che utilizziamo per provare il brivido di un “pericoloso” viaggio dentro se stessi. Con questo romanzo breve, Fedor Dostevskij conduce il lettore in una narrazione urticante. Il protagonista racconta in prima persona, con sfrontata consapevolezza, contraddizioni, ruminazioni, ritorni ossessivi. Non si premura di offrire una storia di crescita ma una dissezione. Dal punto di vista biblioterapeutico ci troviamo di fronte a effetti non immediati. Si ottengono dei risultati solo se il lettore accetta di sostenere la frizione senza rifugiarsi nella negazione, la chiusura o nella cieca identificazione. Il valore terapeutico non è contenuto nel testo in sé, ma nel modo in cui interagisce con specifici lettori.

Quando il pensiero diventa una trappola

Il lettore incline alla continua analisi intercetta nel protagonista di queste memorie un doppio che porta tutto all’esasperazione. Ricordiamo che l’autore non ha intenti pacificatori ma vuole destabilizzare in modo controllato inducendo a confrontarsi con una struttura psichica dissonante, contraddittoria e autodistruttiva. L’assunto che viene messo in discussione è che “capire di più” equivalga a “vivere meglio”. Il romanzo svela l’opposto: l’eccesso di consapevolezza può produrre paralisi. In un percorso guidato, il testo rende visibili i meccanismi fino al punto di renderli insostenibili. L’effetto preposto non è aderire al personaggio, ma un rigetto consapevole. 

Il costo del cinismo

Il lettore che ha nel cinismo una sua cifra trova continue conferme in queste “memorie”, ma implicitamente anche una smentita. L’uomo del sottosuolo non è lucido e libero. È un individuo isolato, incapace di agire e intrappolato nel risentimento. Una lettura superficiale comporta il rischio di confondere il cinismo per profondità. Il supporto di un biblioterapeuta, nella fase iniziale della lettura, può aiutare a mettere in evidenza il prezzo esistenziale di tale condotta. Il punto critico sta nel distinguere lo smascheramento delle illusioni e l’incapacità di costruire delle alternative.

Comprimere l’emotività

Il protagonista rivendica di essere un uomo dominato dalla ragione, ma agisce sotto la spinta di emozioni non integrate. Le sue azioni (l’umiliazione di Liza, il ritiro rancoroso) mostrano come ciò che viene negato si ripresenti in forma distorta. Per un lettore che tende a reprimere, il testo non offre modelli, offre evidenze. La rimozione non elimina, deforma. L’utilità sta nel riconoscimento indiretto, non nella soluzione. 

Quando evitare un testo del genere

Se ci si trova di fronte a persone con marcate tendenze depressive il testo non fornisce aperture e, al contrario, può essere un pericoloso strumento per consolidare visioni negative. La voce contraddittoria del protagonista può bloccare la comprensione in chi ha una bassa familiarità con testi complessi e, pertanto, impedire qualsiasi beneficio a livello biblioterapeutico. Prendere in esame un testo del genere sfata il mito che “i classici facciano sempre bene”.  

Memorie del sottosuolo non è un romanzo che può essere utilizzato con intenti consolatori. Ma è in questa sua incapacità che si può trovare un utilizzo biblioterapico. Il protagonista non guarisce, non evolve, non impara la lezione. Lui agisce in modo più disturbante, e lo fa a tal punto che riesce ad esprimere senza filtri la logica interna del disagio, e riconoscere un problema viene prima della sua correzione.

L’eccessiva consapevolezza proveniente dal sottosuolo

L’uomo del sottosuolo non è ingenuo e né inconsapevole. È, al contrario, iperconsapevole. Siamo davanti a un soggetto intrappolato nella ruminazione cognitiva, nell’eccessiva autocritica e in una marcata scissione tra pensiero e azione. In biblioterapia si può lavorare sulla messa in discussione dell’assunto che porta a credere che la consapevolezza conduca direttamente al cambiamento. Dostoevskij mette magistralmente in scena una storia che dimostra l’esatto opposto: la consapevolezza può diventare una prigione.

Il protagonista boicotta ogni possibile contesto relazionale, un possibile successo, un riconoscimento. E questo va a delineare la sua dannosa coerenza interna. L’autosabotaggio è a barriera in difesa dell’identità negativa. Piuttosto che un’evoluzione, una trasformazione, del Sé è preferibile fallire. La sofferenza certifica l’autenticità della propria esistenza. In biblioterapia questo passaggio risulta centrale, proprio perché molti lettori riconoscono in questo un personale modello di comportamento ancora prima di nominarlo.

Utilizzo biblioterapeutico

 La lettura di questo capolavoro è particolarmente indicata per:

  • soggetti con forte introspezione e senso di alienazione; 
  • persone che vivono vergogna, risentimento, senso d’inferiorità;
  • lettori che si percepiscono “sbagliati” rispetto alla narrazione del benessere.

A chi è sconsigliato: 

  • individui in fasi depressive acute
  • soggetti con marcata tendenza all’autodenigrazione 
  • lettori in cerca di rassicurazione o soluzioni rapide.

Memorie del sottosuolo non “cura”, ma svolge tre funzioni chiave e sono quella di normalizzare il pensiero per far prendere coscienza di non essere i soli a pensarla così; esternalizza il conflitto interno aiutando il lettore con il proprio che lo ritrova messo in scena; interrompe l’autoinganno smascherando razionalizzazioni estreme che sono, spesso, troppo protette e rafforzano l’immobilismo.  

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV