La biblioterapia: cenni storici
La biblioterapia è una disciplina che affonda le proprie radici in tempi remoti. La Biblioteca di Alessandria d’Egitto, già forniva nel IV secolo a.C. elementi e nozioni riscontrabili nella biblioterapia dei nostri giorni: la lettura praticata per trarre giovamento e non solo per conoscenza. Nel corso dei secoli ha viaggiato nel solco dell’evoluzione della scrittura fino a sviluppare una sua identità e ad affermarsi come disciplina indicata come strumento terapeutico autonomo. Anche in Italia, nonostante abbia avuto maggiore sviluppo solo di recente, studi e divulgazione procedono.
È negli Stati Uniti che la biblioterapia si trasformerà in una vera e propria disciplina. Lo psichiatra Benjamin Rush nel 1802 introduce per primo i libri negli ospedali per i malati fisici e, a partire dal 1810, anche per i malati mentali. Il collega John Minson Galt II nel 1853 pubblica l’articolo “On Reading, Recreation and Amusement for the Insane” dove elencava diversi motivi sui benefici della lettura. Occupa la mente dei pazienti psichiatrici, allontanandoli dai loro pensieri ricorrenti; può far apprendere qualcosa di nuovo; spezza la monotonia e la solitudine; i pazienti sono più gestibili; consente al personale medico momenti di condivisione e gentilezza.
Da cura dell’anima a strumento terapeutico
Chi si interessava di biblioterapia solitamente orbitava nel mondo bibliotecario, neurologico, psicoterapeutico. Tali provenienze delineavano i confini all’interno di quelle professioni, proponendo un approccio atto a promuovere una valutazione del libro. Il lettore era indirizzato verso una comprensione canonica, permanendo in un contesto di comprensione del testo.
Nella biblioterapia assistiamo a un ribaltamento di questa concezione, che inizia ad attuarsi approfondendo l’identificazione con il personaggio del romanzo. Possiamo affermare che è il libro a dover comprendere il lettore. Ci si focalizza sul percepito e quello che provoca in chi legge, sfuggendo a una sterile critica del testo e alle intenzioni dell’autore. Potrebbe anche palesarsi una recensione letteraria, nel corso di una seduta di biblioterapia, ma sempre nell’ottica della comprensione della personalità del lettore.
Ad oggi, gli obiettivi risultano essere i più disparati. Dai rapporti familiari, che condizionano per tutta la vita, a una luce sulle dinamiche sociali fino alla comprensione di un sentimento vissuto con difficoltà attraverso un amore non corrisposto o giunto alla fine.
Caroline Shrodes e il modello psicodinamico nella biblioterapia
Il contributo decisivo, perché la biblioterapia iniziasse ad essere riconosciuta come disciplina autonoma, lo fornì Caroline Shrodes grazie alla sua tesi di dottorato nel 1949. La Shrodes, propose un modello psicodinamico valutando la lettura come una vera e propria cura. Fu la prima a mettere in evidenza la dinamica dei processi psichici che si attivano in una seduta di biblioterapia. In particolare quella di Freud che descrive la psiche con il fin troppo noto modello strutturale diviso in Es, Io e Super-Io. Una concezione rivoluzionaria che ha consentito al libro, in chiave biblioterapica, di assurgere a strumento coadiuvante nel delineare la personalità del lettore.
La Shrodes non solo dà valore alla biblioterapia attraverso i processi psicoanalitici in essa riscontrabili, ma anche con il contributo narratologico che induce il lettore alla “narrativizzazione dell’esistenza”. Operazione che induce all’identificazione con il personaggio del romanzo.
Una prospettiva che la Shrodes ha suddiviso in quattro fasi distinte:
- Identificazione, mentre si legge si innesca un processo adattivo che la persona, di solito in modo inconsapevole, per rinforzare il proprio autocontrollo;
- Proiezione, attribuire le proprie motivazioni ad altri o conferire determinate emozioni ad altri invece che a se stessi;
- Catarsi un’apertura progressiva fino allo sfogo del personale stato emotivo, sovente connesso a episodi in cui si è portati ad identificarsi;
- Intuizione, una consapevolezza a livello emotivo che permette di riconoscersi nelle proprie motivazioni e sulle conseguenti scelte razionali e più intense.
Tali concetti sono stati accettati in tutte le prassi biblioterapiche seppur rivisitati, a volte criticati, e modificati. Un percorso che, ad oggi, ha implicato una riduzione a sole tre fasi: Identificazione, Catarsi, Introspezione.
Le figure del biblioterapista e le sue funzioni
Per la figura del facilitatore, o biblioterapista, ci si può affidare alle catalogazioni stilate dalla IFBPT (International Federation for Biblio/Poetry Therapy), ente nato, dopo una serie di trasformazioni intermedie avvenute nei decenni del secolo scorso, dalla APT (National Association for Poetry Therapy) fondata a New York nel 1969.
Le tre categorie del biblioterapista, riconosciute da altrettanti certificati, sono:
Certified Applied Poetry Facilitator
Il CAPF, in italiano Facilitatore Certificato in Letteratura, certifica una figura in grado di fondere empatia, nozioni base di psicologia e psicologia sociale, buona conoscenza della scrittura contemporanea e dei classici. Lavora esclusivamente con soggetti che dichiarano disagi non patologici e deve essere in grado di valutare questa distinzione per non sconfinare in un ambito che richieda un trattamento psicoterapeutico.
Certified Poetry Therapist
Il CPT, in italiano Terapista certificato della Letteratura, attesta un terapeuta della salute mentale con specializzazione di ordine letterario e biblioterapico ed è previsto un corso di 180 ore, incluse quelle di prassi terapeutica. Lavora autonomamente.
Registered Poetry Therapist
Il PTR, in italiano poetaterapeuta, è la figura più completa delle tre. Formata da professionisti della salute mentale che nei rispettivi ambiti (psichiatria, psicoterapia, psicologia) possano dichiarare titoli inerenti alla terapia attraverso i libri. Ovviamente possono operare autonomamente a fronte di una didattica di almeno 250 ore completato da un tirocinio con la supervisione di un esperto del settore.




