
Yuri ha ventitré anni, coltiva una grande passione per il disegno, la pittura e le arti figurative in generale. Un amore sbocciato nell’infanzia che ben presto si tramuta nella sua principale forma di espressione poiché dislessico. Un interesse tanto forte da fargli conoscere il mondo dei tatuaggi e trasformarlo nel proprio lavoro. L’amore per ciò che si fa, rimane uno dei parametri migliori nella scelta della propria professione. Un ambito fondamentale per condurre una vita che non sia costellata da frustrazioni e rimpianti. In quest’intervista conoscerete Yuri, un giovane artista del tatuaggio che ci racconta la sua storia e il suo punto di vista sul mondo di oggi.
Leggi la prima parte dell’intervista
Naturalmente sentirai anche tu l’esigenza di farti dei tatuaggi, con che frequenza te li fai?
La voglia di tatuarmi è sempre molta, dopo un certo periodo avverto una vera e propria necessità. Però mi sono dato delle tempistiche, per la precisione ogni sei mesi. Poiché dono il sangue, non posso avere tatuaggi appena fatti al momento della donazione.
Una necessità, la voglia di dipingersi il corpo fa parte della natura dell’uomo…
Basta vedere i popoli polinesiani o le tribù sudamericane, ad esempio, decorare il corpo ha sempre fatto parte di una cultura. Noi occidentali abbiamo riscoperto la forza evocatrice del tatuaggio, anche se molti solo per moda, come abbiamo detto prima. E una volta fatto il primo, si spiana la strada. Quasi tutti tornano per farsene degli altri.

Sono aumentate anche le donne?
Assolutamente sì, e non solo le ragazze. Loro sono molto attente al significato che il tatuaggio deve avere. Ad esempio, c’è stata una donna di quarantacinque anni che aveva un rapporto difficile con il figlio, e sulla scapola ha voluto qualcosa che rappresentasse quel momento di rottura.
Ascoltando le tue parole s’intuisce come le persone vengano da te e, nella maggior parte dei casi, vogliono dei tatuaggi che rappresentino uno stato emotivo e il loro concetto di rapporto con l’altro…
Il tatuaggio permette di esprimere una propria visione del mondo, di imprimere sul corpo la propria storia e rivolgerla al prossimo. Il tatuaggio è come un diario personale, e di solito su un diario non si mente mai.

Come influisce nella vita privata un lavoro così particolare?
Fa parte del mio essere, perché prima di diventare tatuatore lo ero già dentro. E questo mi porta ad osservare il mondo con occhio diverso, anche nel privato. Ora che sto parlando con te, vedo il tuo viso e studio i lineamenti, le ombre, immagino come potrebbe essere un tuo ritratto. Quando sono a casa, disegnerei anche sui muri. Fare questo lavoro ti condiziona molto a livello visivo, sei sempre concentrato sulle possibili forme di rappresentazione. Sono sempre connesso al mio lavoro, molti la chiamano deformazione professionale.
Una forma d’arte che coinvolge completamente la tua vita. Questo ti porta ad essere lontano dalla normale quotidianità, anche perché la routine andrebbe a contrastare con la sensibilità necessaria per fare il tuo lavoro. Sei d’accordo con quest’osservazione?
Da quando ero piccolo ho sempre condotto la mia vita contrassegnata da una spiccata sensibilità. Ero il tipo di bambino che si arrabbiava se vedeva qualcuno schiacciare una lumaca senza motivo. Crescendo ho trovato un equilibrio, però sono sempre stato un po’ misantropo… è un isolamento funzionale alla concentrazione necessaria al mio lavoro, alla mia passione.
Un isolamento che, però, ti porta a conoscere molte persone, oltretutto in una situazione intima come avviene in una seduta di tatuaggio. Come lo vedi il mondo di oggi, attraverso i rapporti che hai con il prossimo?
Vedo un mondo dove la maggior parte della gente si crede speciale, unica, particolare, in modo eccessivo. In studio arrivano persone di ogni genere: da quello con cui riesci ad instaurare un rapporto, a chi si crede importante perché conosce qualche vip. Sono tipologie che esistono da sempre. Oltre al forte individualismo, vedo un mondo dove la gente ha grosse difficoltà nei rapporti interpersonali, famiglie che nascono e si dissolvono in pochi anni. Anch’io provengo da una realtà non semplice, il mio vero padre non l’ho mai conosciuto e a vent’anni già vivevo da solo.

Un’infanzia tormentata, che ha fatto di te quello che sei.
E a me va bene così, sono felice di quello che sto diventando e tutto parte dalla mia infanzia. Chiunque vorrebbe vivere in condizioni ideali, ma la vita devi prenderla con quello che ti offre e poi trovare la tua strada. La mia è quella del tatuaggio.
Per terminare quest’intervista ti chiedo: come vive il lavoro che hai scelto la tua fidanzata?
Inizialmente con gelosia, in studio vengono molte donne e le condizioni che si creano le portano ad essere più aperte. Con il tempo ha compreso le dinamiche ed ora lo vive con tranquillità, anche perché il mio lavoro fa parte di ciò che sono, e lei non lo vuole cambiare.
Grazie a Yuri per la sua disponibilità




