14 Novembre, una giornata dedicata al diabete
Nel 1991 l’International Diabetes Federation – IDF e l’OMS hanno pensato insieme di istituire una giornata dell’anno dedicata al diabete: il 14 novembre. È stato scelto proprio questo giorno in quanto ricorre la data di nascita del fisiologo ed endocrinologo canadese Sir Frederick Grant Banting (1891-1941). Egli, insieme ad altri ricercatori dell’Università di Toronto (Canada), quali il fisiologo canadese Charles Herbert Best (1899-1978), lo scozzese chimico e fisiologo John James Rickard Macleod (1876-1935) e il biochimico canadese James Bertram Collip (1892-1965), è lo scopritore dell’insulina (1921). Successivamente, l’Assemblea Generale dell’ONU con la risoluzione 61/225 del 2006 ha posto sotto la sua diretta gestione, a partire dal 2007, le celebrazioni della suddetta giornata (Iannarelli e Caputo, 2014).
L’obiettivo fondamentale è proprio quello di far conoscere correttamente e sempre più diffusamente questa patologia. In tal modo, si opera innanzitutto con l’intenzione di sensibilizzare ogni persona sulla gravità che essa può assumere nel tempo. Ogni anno viene posto al centro della giornata una tematica, e quest’anno l’IDF ha scelto di dedicarlo alla famiglia del paziente: “The Family and Diabetes”. Innanzitutto, si è voluto sottolineare il fatto che la famiglia del paziente deve essere consapevole di ciò che sta accadendo. Allo stesso tempo, si vuol promuovere la famiglia nel delicato compito di gestire in prima persona la patologia di un proprio familiare. In questa gestione vi rientra ovviamente non solo la cura del paziente, ma anche la prevenzione di fronte ad una possibile insorgenza della patologia.
Nel mondo e in Italia
L’alimentazione, lo stile di vita disordinato, il poco esercizio fisico e l’essere sovrappeso (e/o in condizioni di obesità) sono considerate tra le cause principali del diabete di tipo 2. Tale tipologia è quella maggiormente riscontrabile rispetto a quella riconducibile al tipo 1. Infatti, nel mondo il 9% delle persone sono affette dal diabete di tipo 1 (insulino-dipendente), mentre la stragrande maggioranza delle persone con tale patologia, circa il 90%, hanno il diabete di tipo 2.
È stato rilevato che sia nei paesi avanzati, ad alto reddito pro-capite, che in quelli in via di sviluppo, a medio e basso reddito, l’incremento della patologia avanza di pari passo. Infatti, alcuni dati sono particolarmente impressionanti se si considera che al 2014 i pazienti diabetici superavano nel mondo i 4,2 milioni. Inoltre, secondo i dati in possesso all’OMS, e relativi alla situazione mondiale, ogni anno circa 1,5 milioni di persone periscono a causa di questa patologia. Per quanto riguarda il nostro paese i pazienti con diabete sono oltre 3 milioni (fonte: Ministero della Salute 2018, su dati Istat 2016), e ciò significa che il 5,3% della popolazione ha questa patologia. L’incidenza è maggiore per gli uomini rispetto alle donne. Tuttavia, proprio per il suo carattere silente, si stima che circa 1,0 milione di persone non sanno di essere diabetici.
La multidimensionalità dello psicologo
Per esempio, lo psicologo in diabetologia pediatrica rappresenta un ineludibile punto di riferimento, a detta di molti operatori sanitari, per l’infanzia e l’adolescenza. Ciò è riscontrabile nel momento drammatico in cui essi scoprono di essere affetti dal diabete di tipo 1, che costringe appunto alla dipendenza dall’insulina. Egli diventa un fondamentale supporto anche per la famiglia dell’infante o dell’adolescente diabetico, per permettere a loro di acquisire un nuovo equilibrio esistenziale nella vita di ogni giorno. Inoltre, l’importanza dello psicologo in questo ambito assume grande valore allorquando interviene all’interno dell’equipe medica. Il team medico, che ha difronte un paziente affetto da una malattia cronica, mostra un importante bisogno dell’intervento relativo alla parte psicologica. Si tratta di costruire nel tempo, momento per momento, una diversa comunicazione e un approccio altro il cui fine è quello di stringere presto una solida alleanza terapeutica soprattutto con i pazienti in età evolutiva.
Quindi, l’intervento dello psicologo in Diabetologia nei confronti dell’equipe deve svilupparsi verso tutte le figure sanitarie impegnate fattivamente nella cura dei pazienti diabetici. Verso il medico, per saldare gli aspetti medici con quelli psicologici al fine di individuare una idonea strategia terapeutica. In tal modo, si devono tenere presente sia le problematiche fisiche del paziente, sia le dinamiche che si vengono ad esplicare all’interno di questo movimento. Verso il personale infermieristico per formarlo, permettendogli di acquisire alcuni concetti psicologici per gestire possibili difficoltà nella relazione con il paziente. Con tale personale lo psicologo si deve confrontare regolarmente. Anche il dietista dell’equipe medica deve essere formato a quelle che sono le implicazioni psicologiche legate strettamente all’alimentazione del paziente. Insieme con il dietista lo psicologo approfondisce con il paziente i suoi vissuti prendendo in considerazione bisogni e motivazioni per poter operare nella direzione del cambiamento (Margiotta et al., 2007).
Il supporto dello psicologo
Il significato del supporto ha come obiettivo di base la partecipazione del paziente alla terapia sulla falsariga dell’approccio bio-psico-sociale. Quindi, lo psicologo deve assumere grande importanza all’interno dell’equipe medica sia per la cura che per l’assistenza al paziente. Tale supporto, come più sopra si è accennato, è strettamente necessario, in quanto la patologia determina nel paziente un insieme di problematiche disfunzionali a livello emozionale (ma anche di pensiero e di comportamento). Emozioni quali in primis stress, rabbia e ansia, ma anche paura, tristezza, vergogna e senso di colpa, potrebbero facilmente agire sul livello glicemico, nel momento in cui si attiva di conseguenza il sistema neuroendocrino: ipotalamo-ipofisi-surrene (Turra et al., 2016). Le emozioni riguardano: identità, ruolo sociale e rapporto quotidiano con il proprio corpo, soprattutto nell’accettarsi e/o nell’accettare in toto la propria persona. Il collegamento si elicita poi nel rapporto con sé stessi e con gli altri, o meglio nelle interazioni con il mondo esterno.
In particolare, si può dire che sono proprio i pazienti all’inizio dell’età adulta a investire tanto su di sé. Questi pazienti non hanno molte scelte da esperire nel configurare il proprio sé e porlo a modello. Il sé del giovane adulto deve ricomprendere anche la parte malata del suo corpo, che altrimenti diverrebbe drammaticamente ‘qualcosa’ di irriconoscibile. Tutto ciò può produrre implicazioni negative soprattutto lungo il percorso terapeutico (Bacal e Newman, 1993). Il diabete mellito (DM) essendo una patologia organica complessa e cronica, deve essere trattato necessariamente con una rigorosa e puntuale terapia farmacologica. Altresì, sono importanti i controlli di laboratorio e relativi alla misurazione del livello glicemico, che devono essere sistematici, oltre ad un’attenzione minuziosa per quanto concerne l’alimentazione. È importante non sottovalutare l’osservazione dei comportamenti posti in atto dal paziente. Lo psicologo assume su di sé il compito di porre in evidenza le difficoltà psicologiche del paziente diabetico quando possono essere viste. Questo movimento può far acquisire al paziente una modalità costruttiva nei confronti della patologia, e ciò può anche agevolare un atteggiamento positivo verso la terapia farmacologica.
Compliance e adherence
Da uno studio (v. Falco et al., 2017) si è potuto osservare che il paziente diabetico ammalato da tempo percepisce la patologia con grande e grave preoccupazione. In questa realtà egli può giungere facilmente a vedersi deteriorata la qualità stessa della sua vita. Tuttavia, comprende quanto sia importante la ‘compliance’ e l’‘adherence’ alla terapia prescritta, ma non riesce ad accettarla quando insorgono sovrastanti emozioni oppositive. L’adherence alla terapia farmacologica è fondamentale, in quanto evita che possano insorgere altre patologie (comorbilità) a complicare ulteriormente la salute del paziente (Miselli, 2011; Berge e Riise, 2015). Qui, in questo preciso momento l’intervento supportivo inciderebbe al fine di attivare nel paziente il cambiamento e sviluppare l’empowerment. I dati ricavati dallo studio confermano la bontà e la necessità di tale intervento attraverso la “misurazione” dell’autoefficacia agita dal paziente. La stessa letteratura scientifica ha posto in evidenza il fatto che l’adherence del paziente migliora significativamente se nell’equipe medica trova posto anche lo psicologo.
Il supporto psicologico ci permette di considerare quanto possa essere significativa la relazione intercorrente tra mente (emozioni, pensieri e comportamenti) e condizione fisica. Inoltre, lo psicologo esplica il suo intervento anche nei confronti della famiglia del paziente e tenendo in debita considerazione l’evoluzione della patologia. L’intervento multidisciplinare sul paziente permette a quest’ultimo di acquisire ancor più consapevolezza sul suo stato di salute. Inoltre, permette di rafforzare in lui la capacità di curarsi in piena autonomia, e migliorare il QOL, quality of life (Jacobson et al. 1997. Passamonti et al., 2000). Migliorare la qualità della vita del paziente significa essere in grado di andare oltre quei problemi che potrebbero essere stati evitati.
L’importanza di essere consapevoli
Si fa strada sempre più una maggiore consapevolezza anche se i dati confermano di volta in volta l’aumento dei pazienti con questa patologia. Lo psicologo può assumere in questa fase una posizione di sicura importanza, non inferiore ad altre figure sanitarie preposte alla cura. Senza il suo intervento, e ciò avviene ancora troppo spesso e non solo in Diabetologia, si ha la sensazione che manchi un tassello fondamentale per completare qualsivoglia equipe multidisciplinare. Si sono fatti molti passi in avanti nel ri-conoscere nello psicologo, nel suo sapere e nella scientificità della disciplina, che egli rappresenta una dimensione davvero non più trascurabile. Si deve procedere su questo cammino, quello del riconoscimento incontrovertibile dell’utilità della sua presenza nei vari e diversificati ambiti della vita.
Questo giorno è tanto importante perché è un’occasione per ribadire ancora l’importanza dello psicologo in Diabetologia, con i suoi costrutti e i suoi apporti tecnici e teorici. Al di là di ogni retorica, possiamo finalmente distinguere questa modalità di agire come non qualcosa di astrattamente salvifico ma come opera di autentica cura. Quella cura da intendersi solo nel senso di prendersi cura di questa umanità seppur dolente e spesso contratta su sé stessa. Il compito è ambizioso, ma alla portata di tutti coloro che hanno scelto l’aiuto verso l’altro senza perplessità e/o incertezze. Siamo di fronte ad un momento storico, forse irripetibile, in cui si ha bisogno di ripensare ad un nuovo sviluppo a cui tendere. Al centro viene posta necessariamente la persona umana con le sue fragilità e le sue contraddizioni senza per questo doversene vergognare o nascondersi negli anfratti più remoti della propria psiche. Il compito che ci si prefigge è quello di disvelare disfunzioni e disadattamenti ammantandoli di nuova luce ed evitando discriminazioni che colpiscono al cuore e ci fanno indietreggiare conducendoci altrove.
Scritto da Roberto Martino, dottore in Psicologia applicata, clinica e della salute.
Riferimenti bibliografici
Bacal H.A., Newman K.M. (1993). Teorie delle relazioni oggettuali e psicologia del sé. Torino: Bollati Boringhieri.
Berge L.I., Riise T. (2015). Comorbidity between type 2 diabetes and depression in the adult population: directions of the Association and its possible pathophysiological mechanisms. Int J Endocrinol; vol. 2015:164760. doi 10.1155/2015/164760
Falco G., Magro G., Borretta G., Anfossi M. (2017). Riconoscimento e supporto ai bisogni psicologici nel paziente diabetico. J AMD, vol. 20, n. 1.
Iannarelli R., Caputo S. (2014). La Giornata Mondiale del Diabete. G It Diabetol Metab, 34:56-57
Jacobson A.M., de Groot M., Samson J.A. (1997). The effects of psychiatric disorders and symptoms on quality of life in patients with type I and type II diabetes mellitus. Qual Life Res, 6(1):11-20.
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Passamonti M., Pigni M., Colombo L., Sacchi E. (2000). The Quality of life of patients with type 2 diabetes mellitus in general practice. Eur J Gen Pract; 6: 93-7.
Turra V., Bonfadini S., Girelli A., Zarra E., Agosti B., Rocca L., Cimino A., Grazioli G., Valentini U. (2016). Percorsi psicoeducativi individuali, di gruppo e di mindfulness nella cura del paziente con diabete di tipo 1. G It Diabet Metab, 36:50-54.



