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Insoddisfatti dei vostri selfie? Ecco perchè

19 Novembre 2018No Comments

Una questione di ego-immaginario

Michele Smargiassi, in un suo articolo su Repubblica.it, affronta la questione dei selfie prendendo spunto dal pensiero del filosofo, linguista, semiologo Roland Barthes, scomparso nel 1980. Deceduto un trentennio prima che i selfie prendessero il sopravvento, aveva comunque trattato il tema della fotografia. Lo aveva fatto nel suo ultimo libro, “La camera chiara”, pubblicato proprio nel 1980. Il filosofo si pone davanti a uno scatto, spogliandosi del suo sapere e delle proprie critiche verso la fotografia, che aveva definito un oggetto antropologicamente nuovo. Si è posto come un “selvaggio senza cultura”, per meglio comprendere gli effetti della fotografia sul nostro essere e sugli altri. Per Barthes una foto è invisibile, ciò che ci vediamo non è lei, e tentare di entrare in essa è una sensazione irresistibile. L’emozione suscitata dalla foto, la curiosità, il fascino, porta lo spettatore ad immedesimarsi a credere di poter diventarne parte.

Lo stesso vale per i selfie, esortano ad entrare in una relazione quasi fisica con chi si è fotografato. La proposta di un’intima relazione che deluderà le attese, perché colui che si è scattato un selfie non è più una persona reale, è un artifizio. Roland Barthes scriveva che un uomo, appena si sente osservato da un obiettivo fotografico o una telecamera, si adopera per fabbricare immediatamente un altro corpo, si mette in posa per trasformarsi in immagine. Ci si trasforma in immagine per voler essere, e i selfie si prestano al gioco perfettamente: voler apparire al prossimo in un certo modo. Un desiderio che difficilmente raggiunge lo scopo. Essere affascinante, in gamba, misterioso affidandosi alla fotografia, perché non sappiamo come agire nella realtà. Il selfie impone la costruzione dell’immagine personale, condanna a mantenere sempre un’espressione e a creare la propria immagine fittizia.

 

Una foto è immediatamente recita sociale

Un selfie è recita sociale, dunque, nel momento esatto che è scattato e condiviso. Oggi più che mai una foto è recita sociale, la possibilità di condividere in rete permette di proiettare la nostra immagine ad una platea inimmaginabile fino a trent’anni fa, quando Barthes dava alle stampe la sua ultima fatica. I volti appaiono in fotografia da due quasi due secoli, ma prima dei selfie una foto scattata doveva rispondere contemporaneamente a quello che credeva di essere chi era fotografato, a quello che avrebbe voluto far credere di essere, a quello che credeva il fotografo su chi fosse il soggetto, e a ciò che serviva per fare mostra della sua arte. Quattro elementi diversi da far convergere in un unico scatto, un vero caos. Nelle foto delle patenti, delle carte d’identità, negli album di un matrimonio, il soggetto fotografato rimane sempre insoddisfatto della propria immagine.

Ecco arrivare il selfie, allora, per vendicarsi di foto che non rappresentano il nostro ego-immaginario. Il selfie sembra essere lo strumento che permette di avere un totale potere sull’immagine che vogliamo dare di noi stessi e che crediamo debba rendere giustizia a quello che crediamo di essere. Non si deve più sottostare allo sguardo di chi ci fotografa. Ma resta difficile essere appagati, nonostante si possa giungere a ricevere una valanga di mi piace sul social su cui si è postata l’immagine, il selfie non rende giustizia all’ego. Anche la possibilità illimitata di farci degli autoscatti ha tradito le attese e Smargiassi usa le parole di Barthes sulla fotografia: “Chi assomiglia a chi? La somiglianza è una conformità , ma una conformità a cosa? A un’identità. Io assomiglio solo ad altre foto di me stesso, e questo all’infinito: non si è mai altro cje la copia di una copia, reale o mentale che sia”.

 

La logica del fotografico trasforma sempre il soggetto in un oggetto

L’esperienza fotografica implica questa trasformazione, inevitabilmente; da soggetto a oggetto: una “micro-esperienza di morte”. Con un selfie non avverrà mai il processo di totale integrazione tra la foto e il reale sguardo su noi stessi. Sarà sempre l’obiettivo di una macchina ad avere l’ultima parola o meglio, l’ultima immagine. Ma nonostante tutto continuiamo imperterriti a fare i selfie. Smargiassi si pone la domanda del perché lo facciamo e risponde ancora con il pensiero di Roland Barthes, il quale affermava che nella fotografia si ricerca la risposta al quesito fondamentale: “Perché io vivo qui ed ora?”. Il selfie, quindi, non tenta di rispondere ad un’ansia identitaria, bensì ad un’ansia esistenziale. Partendo da questo punto di vista si può trovare una spiegazione accettabile sulla mania dei selfie, i quali inondano il mondo dei social in modo virale. Una serie di riflessioni che possono aiutare a comprendere come nella tecnologia, l’uomo moderno, provi a cercare risposte sul senso della propria esistenza. La maggioranza non è consapevole, e rimane nel limbo della ricerca identitaria, del trend, del tutti lo fanno.

I motivi che spingono una persona a sommergersi di autoscatti, non classificandoli come una moda ormai diventata normalità, possono aiutare a comprendere meglio dove siamo diretti come esseri umani; ormai sempre di corsa, con i minuti contati a disposizione per se stessi e sempre più incapaci di riflettere sul proprio essere, perché per farlo ci vuole tempo. Allora ogni giorno fotografarsi, poichè i tempi moderni ce lo permettono con estrema facilità, per capire qualcosa di noi che sfugge sempre. Con molta probabilità la foto non piace e qualcosa di insoluto traspare costantemente. Magari la postiamo ugualmente quella foto, perché speriamo che qualcuno ci aiuti a capire cosa non in quella foto E non è un difetto fisico, una brutta espressione del viso, il taglio dei capelli sbagliato, a ferirci, ma qualcosa di più profondo. Però gli argomenti rimarranno sulla superficie, per l’appunto il commento sul taglio di capelli. Ma servono argomenti diversi per farlo, mentre oggi ci affidiamo, sempre di più solo, all’immagine; da soggetto a oggetto.

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV