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Alessandro Bernardini tra vita personale e puro talento

Alessandro è un attore di teatro e di cinema che ha conosciuto il teatro all’interno del carcere di Rebibbia e della comunità Il Centro Onlus di Roma. Ha così iniziato a far parte della compagnia teatrale Fort Apache, nata grazie all’intraprendenza di Valentina Esposito. Fra le tante parti interpretate a teatro ed al cinema, lo vediamo anche recitare nella serie “Suburra”, dove veste i panni del braccio destro di Samurai, il Carminati della fiction. Ci siamo chiesti, allora, come i ruoli interpretati da Alessandro, spesso legati alla criminalità romana, fossero da lui vissuti avendo alle spalle un passato così particolare.

Ecco a voi l’intervista completa.

Ci racconti la tua storia personale? Come è iniziato il contatto con il teatro?

La mia storia personale inizierebbe quando sono nato, ma è troppo lunga… quindi iniziamo da quando ho avuto l’esperienza carceraria e poi quella comunitaria, che è stata l’inizio del percorso che mi ha portato fino ad oggi, fino al contatto con il cinema ed il teatro. Sembra un controsenso, ma io da queste esperienze ho avuto la possibilità di rinascere. Inizialmente ho conosciuto la compagnia teatrale “La ribalta”, che poi si è scissa ed una parte dei componenti ha creato la compagnia “Fort Apache”, di cui faccio parte. La nostra compagnia è molto particolare perché lavora sia all’interno del carcere, realizzando spettacoli per i detenuti e con i detenuti, ma anche al di fuori. Uno dei primi contatti che ho avuto col teatro è stato tramite Sandro Versili, che un giorno mi chiese di accompagnarlo alle prove di teatro ed io accettai. In quell’occasione, però, Valentina Esposito mi ha chiesto di provare a recitare e fare una parte e così sono stato “iniziato” al teatro. Da lì ho fatto diversi casting e da che era solo un hobby o una passione, adesso è anche un secondo lavoro.

Che cosa è successo dal momento in cui tu sei uscito dal carcere e sei entrato in comunità?

Una volta finita l’esperienza carceraria sono uscito e sono entrato nella comunità Il Centro Onlus di Roma. Lì ho incontrato Sandro Versili ed il teatro perché, come spiegavo, la compagnia Fort Apache lavora sia dentro che fuori dal carcere. La comunità era un’esperienza che non avevo mai fatto prima, infatti tutto quello che sapevo era grazie al racconto di amici e conoscenti. Ho scoperto una realtà fatta di persone che hanno voglia di aiutare gli altri e ce la mettono tutta per farlo. Sicuramente per me è stato importante entrare in contatto con me stesso, conoscermi, ma anche conoscere altre realtà ed altre persone, ovvero gli altri utenti, conoscendo le loro storie in profondità. Questo è stato importante perché dalle altre storie si può imparare qualcosa di utile ed importante per se stessi.

Nella comunità c’è condivisione, vivi insieme, devi rispettare delle regole che ti fanno fare una vita diversa rispetto a dei limiti a cui non sei mai stato abituato, ti aprono la mente e ti fanno vivere altri tipi di esperienze che ti aiutano a capire gli errori che hai fatto. Ho imparato a scavare dentro me stesso e risolvere delle problematiche con strumenti che non avevo prima; la psicoterapia mi è servita per fare luce su delle cose che avevo lasciato in disparte. Posso dire che la comunità è stata un’esperienza positiva, dalla quale sono uscito bene e ancora mi porto dentro i legami e le relazioni con tutti.

Ed invece l’esperienza carceraria come è stata? Quali sono le cose che andrebbero modificate per poter aiutare le persone a poter cambiare la propria vita?

Penso che in Italia ci siano diverse cose da cambiare, innanzitutto grazie alla mia esperienza posso dire che le attività di teatro andrebbero intensificate, perché più esperienze ci sono e meglio è. Con la compagnia teatrale abbiamo fatto anche un film “Ombre della sera” e andiamo in diverse carceri a proiettarlo per poi organizzare dei dibattiti con i detenuti. In queste occasioni ci rendiamo conto che in tante strutture non ci sono iniziative e non parlo solo di teatro, ma anche di attività che possono rendere la permanenza in carcere più leggera, dando modo al detenuto di continuare la sua vita. Anche attività di studio e di lavoro andrebbero migliorare, perché il rischio è che il detenuto quando entra in carcere venga completamente abbandonato a se stesso ed una volta uscito non sia in grado di fare nulla. Un aspetto assolutamente da migliorare è quello della sanità: chi non l’ha vissuto non può comprendere. È difficoltoso curarsi, anche per qualcosa di poco grave. Questo mi ha colpito molto, perché è davvero una situazione agghiacciante.

Poi c’è il lato affettivo, che è un argomento che nei nostri dibattiti cerchiamo sempre di far emergere, cioè il fatto che all’interno del carcere non c’è modo di continuare un’affettività, un legame con le persone al di fuori. Io faccio sempre l’esempio di moglie e marito: se il marito è recluso per molti anni e la moglie vuole avere un figlio, come fa? È costretta ad aspettare che il marito ottenga un permesso o deve aspettare il fine pena. E quanti anni sono? Non è questa una violenza su quella donna che non ha commesso nessun reato e deve subirne le conseguenze? O per esempio se ho già dei figli, come faccio a mantenere un rapporto con loro? La Costituzione dice che a seguito di un reato viene limitata la libertà personale…non quella affettiva, familiare. Quindi, stai scontando di più di quello che dovresti scontare.

Tu prima parlavi del teatro e di quanto sia stato importante per te sia in carcere, ma anche fuori. Quindi ti chiedo: come è stato recitare un copione, e parliamo in particolare di Suburra, che in parte è stato la tua vita?

Penso che in questi particolari cambiamenti di vita ci sia anche l’elemento fortuna. Sono stato fortunato perché sono andato ad interpretare dei ruoli che avevo in parte già vissuto e questo mi ha facilitato nella riuscita. Infatti, vivevo contesti, situazioni e persone che erano molto vicini alle vicende raccontate nella serie. Questo mi ha fatto riflettere ancora di più e guardare alle mi esperienze con più lucidità. Allo stesso tempo, spesso è difficile “staccarsi” da un personaggio, soprattutto dopo Suburra, proprio per le affinità con la mia vita…però il teatro mi sta aiutando perché ho la possibilità di mettermi in gioco interpretando altri ruoli.

Secondo te qual è stato il momento in cui hai capito che la tua vita stava prendendo un’altra piega e quindi sei riuscito a riscattarti ed a cambiare direzione rispetto alla vita che stavi facendo?

In carcere c’è tanto tempo…devi riuscire ad occuparlo in diversi modi. I pensieri, gli esami di coscienza, le riflessioni sono le cose che occupavano per la maggior parte il mio tempo. In carcere pensi e ripensi a quello che hai fatto, a quello che stai facendo ed a quello che vorrai fare. Quindi, il prima cambiamento è stato personale, è stato una presa di coscienza rispetto al fatto che la strada che avevo intrapreso non era quella giusta, perché se mi trovavo lì con tutte le disavventure ed i problemi, sicuramente non stavo nel posto giusto: ho capito che dovevo cambiare vita e modo di vivere.

Poi tra le varie riflessioni, ovviamente, pensi alle persone che ti stanno accanto e che indirettamente stai facendo soffrire, perché stanno vivendo insieme a te questa esperienza negativa e non è giusto… sono persone che non hanno fatto nessun reato, ma stanno pagando insieme a te. Possono essere genitori, figli, fidanzati, amici o comunque tutte le persone che ti vogliono bene e tu sei responsabile della loro sofferenza con il tuo stile di vita, con i tuoi comportamenti che hai condotto fino a quel momento. Anche questo è stato un incentivo a cambiare. E poi ci sono stati il teatro ed il cinema che mi hanno fatto dire “Mò che vuoi di più?” e questa anche è stata una grande spinta a voltare pagina.

Qual è il ricordo più bello che hai di tutto il percorso che hai fatto fin qui con il teatro?

Il ricordo più bello è legato all’emozione più bella, perché è un qualcosa che non avevo mai sentito prima. Pensavo che il teatro fosse una cosa così lontana da me, anche infantile se vogliamo. Durante le prove non ti rendi conto dell’impatto emotivo, perché ti diverti, anche se senti che stai facendo qualcosa di diverso e ti avvicini a qualcosa di sconosciuto. Poi con il primo spettacolo, sali sul palco per la prima volta e reciti e ti rendi conto davvero di cosa significa il teatro. La cosa più emozionante è dopo lo spettacolo, quando si accendono le luci e la gente si avvicina, ti abbraccia, ti parla, piange per ciò che ha visto e provato, ti ringrazia … per me è stata una cosa sconvolgente. Fino a quel momento niente mi aveva dato un’emozione così forte ed allora ho capito che stavo facendo una cosa per me, ma soprattutto per gli altri. Le mie emozioni e le emozioni del pubblico sono state la carica che mi ha permesso di capire che quello che stavo facendo era importante.

Quali sono, secondo te, i consigli o i suggerimenti che potresti dare ad una persona che si trova nelle situazioni in cui ti sei trovato e che vuole riscattarsi o cambiare vita?

Non ho la presunzione di poter dare consigli, ma metto a disposizione le mie esperienze e da queste si possono capire o cogliere le cose positive. Posso solo invitare chi è in una situazione come quella in cui ero, a riflettere, a pensare alle conseguenze di quella strada che ha intrapreso, perché non porta da nessuna parte, anzi porta solo sofferenze. Se ti rendi conto di avere una famiglia vicino e delle persone che ti vogliono bene e che ti possono aiutare, cerca di affidarti a loro, perché possono darti un gran supporto. Quando fai un certo stile di vita non pensi a quanto i familiari siano importanti…ma quando poi affronti il carcere te ne rendi conto, una volta uscito gli dai la giusta importanza e rifletti su quanto li hai fatti soffrire. Quindi ti dico: pensa a quante cose positive stai perdendo e quanto loro stanno soffrendo ingiustamente.

Quindi un consiglio che posso dare è di non chiudersi e di non pensare di risolvere la situazione da solo, contando solo sulle proprie forze, perché questo non è possibile: ci sono persone che ti possono aiutare, sia i familiari, ma anche una comunità o dei professionisti specializzati.