L’opera e la lettura psicologica di Panofsky
Dürer immaginò un essere dotato del potere intellettuale e delle conquiste tecniche di un’“arte”, eppur disperato perché dominato dall’ “umor nero”. Raffigurò una geometria divenuta melanconica o, per dirla nell’altro verso, una melanconia dotata di tutto quello che è implicito nella parola geometria – in breve, una Melancholia artificialis o melanconia dell’artista. (Panofsky, 1943). Erwin Panofsky nel suo Albrecht Dürer pubblicato nel 1943 dava della Melencolia I quella che è stata definita come l’interpretazione più coerente ed esauriente, inquadrando l’incisione nella fusione di due formule iconografiche: il Typus Melancholiae e il Typus Geometriae. Negli anni seguenti sono state proposte delle riletture che hanno cercato di chiarire alcuni aspetti trascurati da Panofsky e sono state elaborate altre teorie che hanno chiamato in causa ambiti differenti, come quella di Maurizio Calvesi che ha svolto un’interpretazione alchemica dell’opera appoggiandosi alla psicologia del profondo di Jung.

Melencolia I di A. Dùrer
Melencolia I è un’incisione a bulino realizzata nel 1514 da Albrecht Dürer (1471-1528), il più grande degli artisti rinascimentali tedeschi. L’opera è forse il più evocativo ritratto dello status melancholicus: in un ambiente costellato da un variegato repertorio di oggetti attinenti all’ingegnosità umana, una figura alata e coronata da un serto di piante siede su un gradino di pietra. Con la testa sorretta dal pugno chiuso la Melanconia è ritratta in uno stato di inoperosità: seppure abbia un compasso in mano, non è impegnata in un’attività pratica. Accanto a lei un putto è intento a scrivere qualcosa, mentre ai suoi piedi è rannicchiato un cane; in alto a sinistra un pipistrello porta in volo l’iscrizione con il titolo dell’opera. Tra gli oggetti prevalgono arnesi da falegname: pialla, sega, chiodi, martello; e ancora si riconoscono una clessidra, una campana, un mazzo di chiavi, una bilancia, il quadrato magico, una scala di legno, un romboide e una sfera.
L’inquadramento nel tipo del melanconico permette a Panofsky di spiegare la presenza della cometa, dell’arcobaleno e l’atmosfera “psicologica” dell’incisione. Alcuni aspetti risultano tuttavia un po’ forzati: ad esempio il cane è rimandato al tipo melanconico “perché, più che altri animali, è soggetto a momenti di abbattimento e anche alla pazzia, e perché sembra tanto più desolato quanto più è intelligente”. Per supportare questa teoria Panofsky lo descrive “avvizzito per generale sofferenza”, quando in realtà la magrezza del cane è giustificata dal fatto che si tratta di un levriero accucciato. Lo stesso luogo in cui è ambientata la scena si riconosce come attributo della malinconia, perché descritto dallo studioso come una casa ancora in costruzione. La composizione è incentrata sull’inazione che si coglie nei piccoli dettagli inseriti da Dürer: si noti anche il braccio destro poggiato su un libro chiuso. In generale è evidente che l’artista si impegna a presentare quello stato d’animo di natura contemplativa che è inteso come preludio alla creazione artistica.
L’umore melanconico
Panosky riconduce il significato di Melancolia I alla teoria degli umori medievali. Questa derivava dall’antica dottrina umorale dei quattro temperamenti elaborata in età classica, secondo la quale la melanconia era lo stato patologico dovuto alla supremazia della “bile nera” sugli altri umori (bile gialla, flegma e sangue). In questa particolare condizione l’uomo era afflitto da uno stato di infelicità, che poteva indurlo alla pazzia e per tanto quello malinconico era considerato l’umore peggiore. Tradizionalmente questo temperamento si rimanda a Saturno, la cui dualità era associata alla tipologia caratteriale del melanconico, così solitario e contraddittorio. Le formule iconografiche rispondono dunque anche a questo rimando: il pipistrello e il cane sono attributi saturnini e l’abitazione abbandonata è uno dei luoghi attribuiti alla divinità. Un elemento dell’indole melanconica, rintracciato in antiche raffigurazioni di Saturno, è la testa chinata e sorretta da una mano: una posa che, ricondotta ad uno stato di afflizione ma anche di meditazione, è spesso associata al processo creativo.
Con l’Umanesimo, dunque in età moderna, l’umore melanconico diventa la caratteristica dell’uomo di genio. Il filosofo fiorentino Marsilio Ficino (1433-1499) lodava il concetto di melanconia come “furore creativo” e “dono singolare” riservato a uomini eccezionali, come era già stato affermato da Aristotele. Quest’ultimo riteneva l’aspetto fisiologico della distinzione tra caldo e freddo decisivo nella determinazione della condizione umana e l’uomo di genio oscillava tra i due estremi, dunque tra attimi di depressione e di euforia. Per la teoria aristotelica solo quando i due elementi raggiungono un equilibrio i melanconici posso essere i migliori nei campi della cultura, dell’arte e della politica. Ecco che l’umore malinconico da momento svantaggioso diventa un privilegio per la condizione umana e il tratto peculiare, ovvero l’essere taciturno, diventa spia del travaglio creativo. La figura alata di Dürer è un essere creativo colto in un momento di riflessione: è circondata da strumenti intellettuali e manuali, ma non li usa perché intenta a dare ascolto alla lotta interiore che anticipa la sua eccezionale azione.
Scritto da Maria Riccardi, Laureata in Beni e Attività culturali all’Università degli Studi di Perugia. Specializzata in Storia dell’arte all’Università degli Studi di Torino
Riferimenti bibliografici
Panofsky, Albrecht Dürer, Princeton, 1943; trad. it. La vita e le opere di Albrecht Dürer, Milano: Feltrinelli 1967
Angelino-Salvaneschi, La “melanconia” dell’uomo di genio (Problemata, 30, 1), Genova: Il Melangolo, 1981
Calvesi, La Melancolia di Albrecht Dürer, Torino: Einaudi, 1993




