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La nave dei folli e i primi manicomi

Insieme al concetto di malattia mentale si è evoluto di pari passo l’assetto del luogo destinato a ospitare le persone che ne erano affette. Nel 1494 Sebastian Brant scriveva un poema dal titolo “Stultifera navis” (La nave dei folli), in cui raccontava il viaggio compiuto per mare da un centinaio di persone con problemi psichici. Negli stessi anni Hieronymus Bosch dipingeva La nave dei folli. Entrambi riferiscono del mito secondo il quale chi soffriva di simili disturbi veniva allontanato dalla “società della ragione” imbarcandolo e affidandolo al mare. L’artista, come era solito fare, ha ritratto una scena piuttosto grottesca con l’intento di ridicolizzare una pratica che è esattamente il concetto di emarginazione portato all’estremo e dalle estreme conseguenze. La nave vagava per fiumi e mari senza una meta e spesso i porti non concedevano il permesso di attraccare. Michel Foucault nella sua “Storia della follia nell’età classica” (1963) riporta fonti e testimonianze del mondo classico e del Medioevo per dimostrare come non si trattasse solo di un mito.

Bosch, La nave dei folli, 1494 ca.

L’autore racconta dei responsabili dell’ordine pubblico che affidavano gli “impossessati” ai marinai per difendere le città dal demonio e poi, superata l’interpretazione demoniaca delle malattie mentali, gli squilibrati erano allontanati perché imprevedibili. Col tempo le navi dei folli sono state sostituite da altre forme di comune segregazione, sempre legata all’idea che i matti costituissero una minaccia e per tanto dovevano essere isolati. Così nell’età moderna si diffondono strutture organizzate destinate a contenere i diversi, a tenerli rilegati, ma anche legati, in uno spazio lontano dalla comunità. L’esclusione sociale prende corpo con la nascita dei manicomi, le cui pratiche violente di contenimento e di gestione dei pazienti psichiatrici sono ben note e ripudiate oggi. Ma già secoli fa, durante la stagione dell’illuminismo, iniziavano a destare indignazione le condizioni in cui vivevano i malati e soprattutto le catene che segnavano loro i polsi e le caviglie.

La liberazione dalle catene

Alla fine del Settecento Philippe Pinel, psichiatra francese, riesce ad ottenere la liberazione dalle catene prima nell’asilo di Bicêtre e poi nel grande complesso psichiatrico della Salpêtrière: due momenti raccontati da due dipinti Pinel fa togliere le catene ai malati mentali a Bicêtre nel 1793 e Pinel libera i malati mentali nell’ospedale della Salpêtrière nel 1795.  Dopo una campagna che aveva concentrato l’attenzione pubblica sui malati incatenati come animali in piccole celle buie, il medico si fa portavoce di nuove pratiche e soprattutto del riconoscimento dei matti come esseri umani che meritavano di vivere in condizioni igieniche e sanitarie decisamente migliori. Pinel è il primo medico a Parigi che afferma l’idea dell’internamento come mezzo per curare i pazienti psichiatrici e non solo per custodirli in strutture specifiche. Queste e altre sue idee riprese dall’allievo Jean-Étienne Dominique Esquirol sono alla base del regolamento psichiatrico del 1883 che è rimasto in vigore fino al 1990.

Pinel è il chiaro esempio di quei valori illuministici di libertà e fratellanza che non potevano tollerare la brutalità che regnava in certi istituti. È pur vero che continuavano ad essere comuni pratiche e strumenti terapeutici particolarmente traumatici, dalle docce ghiacciate all’isolamento. Le condizioni in cui continuavano a vivere i malati sono state più volte denunciate da Francisco Goya, prima con Corral de Locos (Cortile dei pazzi) del 1794 e poi con Casa de locos (La casa dei matti) realizzata tra il 1812 e il 1819, dove sono ritratti i pazienti di un ospedale psichiatrico. La fonte di luce posta in alto dà come risultato visivo una sorta di oppressione e soffocamento delle figure che popolano le opere. Quei corpi nudi o abbigliati con quelli che sembrerebbero degli stracci sono ritratti in diverse posizioni, in diverse attività. L’effetto generale è di grande disperazione, di solitudine e anche paura dovute inevitabilmente all’alienazione sociale alla quale erano condannati.

 

T. Robert-Fleury, Pinel libera i malati mentali nell’ospedale della Salpêtrière nel 1795, XIX secolo

C. Müller, Pinel fa togliere le catene ai malati mentali a Bicêtre nel 1793, XIX secolo

Goya, Corral de Locos, 1794

Goya, Casa de locos , 1812 – 1819

L’Ottocento

Nel 1865 Telemaco Signorini, pittore della corrente italiana dei Macchiaioli, dipinge La sala delle agitate nel manicomio di San Bonifacio. In una grande stanza spoglia inondata da una luce abbagliante sono in controluce le sagome di alcune pazienti. Una di loro, stretta nella camicia di forza, manda indietro la testa mentre un’altra si alza in piedi protraendo un pugno chiuso come protestando. Una è accovacciata sotto il tavolo, altre camminano, altre ancora sono ferme, allineate contro il muro sul fondo. Il bianco e la luce le fanno sembrare dei fantasmi che si aggirano nel luogo destinato al loro ricovero, avvolto in una visione quasi spettrale. È il racconto di una condizione umana spesso ignorata e allontanata perché diversa e spesso incomprensibile. Il logoramento psichico e anche fisico è accentuato dal contrasto tra le zone lasciate in ombra e quelle invece fortemente illuminate.

Signorini, La sala delle agitate, 1865

Alcuni anni dopo, nel 1889, Natale Attanasio completa la tela de Le pazze, oggi al Castello Ursino di Catania. In verità il titolo originario del quadro è Sunt lacrimea rerum, una citazione tratta dal primo libro dell’ “Eneide” di Virgilio che fa riferimento alla tristezza delle cose terrene «Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt»: sono le lacrime delle cose e le cose mortali toccano l’anima degli uomini. Alcune giovani donne, pazienti del manicomio femminile di Roma, sono ritratte intente a pregare. Ancora una volta vestite di bianco contrastano con il fondo scuro in ombra nel quale si distingue una suora che le controlla. Sempre più spesso infatti le persone affette da disturbi psichici erano affidate alle cure giornaliere di suore o monaci. Le pose scomposte rivelano lo stato mentale irrequieto delle protagoniste, si percepiscono i sentimenti confusionari di queste anime doloranti. Attanasio riempie il primo piano di luce con la chiara intenzione di far concentrare l’osservatore sui volti delle donne, sul dramma umano, o, ancora meglio, sulle lacrime delle cose.

Attanasio, Le pazze, 1889

 

Riferimenti bibliografici

Foucault (1963). Storia della follia nell’età classica. Milano : Biblioteca Universale Rizzoli

Immagini

Bosch, La nave dei folli, 1494 ca.

Robert-Fleury, Pinel libera i malati mentali nell’ospedale della Salpêtrière nel 1795, XIX secolo

Müller, Pinel fa togliere le catene ai malati mentali a Bicêtre nel 1793, XIX secolo

Goya, Corral de Locos, 1794

Goya, Casa de locos , 1812 – 1819

Signorini, La sala delle agitate, 1865

Attanasio, Le pazze, 1889