«Dove sono gli uomini?, riprese dopo un po’ il piccolo principe. «Si è un po’ soli nel deserto…»
«Si è soli anche fra gli uomini» disse il serpente – Antoine de Saint-Exupéry
Cos’è la solitudine?
La definizione che ci dà un comune vocabolario è la seguente: “condizione, stato di chi è solo, come situazione passeggera o duratura”. La solitudine non è necessariamente una condizione negativa, a volte è rassicurante, quieta l’animo, è utile per ritrovare se stessi, per passare del tempo in compagnia dei nostri pensieri. Bisogna allora fare una distinzione tra lo stare soli e il sentirsi soli; in quest’ultimo caso la percezione è angosciante e frustrante. Lo stare soli è invece spesso una necessità alla quale non si può rinunciare e viene per tanto ricercata volontariamente. Generalmente si differenzia la solitudine emotiva, affettiva da quella sociale percepita a causa del mancato riconoscimento nei valori della società/comunità in cui si vive. Di queste “distanze psicologiche” sembra raccontare l’artista Edward Hopper (1882-1967).
Hopper è stato definito il pittore della solitudine americana, il poeta del sentimento solitario. Non gradiva queste definizioni perché trovava molto riduttivo l’essere ricondotto solo a questo aspetto. Eppure è innegabile che i suoi quadri, abitati da pochi personaggi disposti preferibilmente in un interno, siano il manifesto della solitudine. Contemplare una sua opera comporta spesso l’essere assaliti da un senso di estraniamento, di alienazione e di incomprensione con se stessi e con gli altri. Non solo, si percepisce la banalità e la noia del quotidiano, il silenzio. Hopper è anche il pittore del silenzio, dell’immobilità, della stasi: tutto sembra fermo, quasi privo di vita. L’artista comunemente è inserito nella corrente realista americana, tuttavia la realtà nei suoi quadri appare in un certo senso trasfigurata, vicina all’irreale. L’estraniamento generato dalle sue tele è stato spesso paragonato alla pittura metafisica di Giorgio De Chirico (1888-1978). Entrambi condividono la tendenza al ridurre gli elementi accessori dalle scene, dagli ambienti. La realtà è prosciugata di tutto il superfluo per dar risalto a ciò che resta: l’essenziale.
Vicende personali

Soir Bleu
Il giovane Edward Hopper nel 1907 si trasferisce a Parigi, cedendo al richiamo del fascino dell’arte impressionista e della poesia simbolista. Si nutre per alcuni anni dell’ispirazione europea, per poi tornare in America dove lavora come illustratore pubblicitario. Nel 1918 è tra i primi membri del Whitney Studio Club, il centro vitale degli artisti americani indipendenti. Alla sua prima mostra personale espone Soir bleu (1914), il cui soggetto è una comune serata parigina, avvolta da un senso di inquietudine e rimandi simbolici. Tra gli eterogenei personaggi rappresentati – diversi per sesso, professione, estrazione sociale – regna il silenzio, l’incomunicabilità. Essi condividono gli stessi spazi, gli stessi gesti, le stesse abitudini ma sono psicologicamente distanti. Questa è l’opera che segna un po’ la svolta nel suo fare artistico.

Edward Hopper house
Nel 1924 sposa Josephine Verstille Nivison, che farà da unica modella per i suoi futuri personaggi femminili. Del 1930 è la famosa House by the Railroad, che sarebbe servita ad Alfred Hitchcock come modello per la casa di Psyco. Tre anni dopo il MoMA di New York gli dedica la prima mostra retrospettiva sancendo il successo raggiunto. L’artista muore il 15 maggio 1967 nel suo studio del centro di New York a 85 anni. Nonostante si faccia riferimento a Hopper come esponente del realismo americano, la sua produzione non si può inscrivere in una sola corrente, essendo il suo stile fortemente personale. Le sue composizioni assumono le impostazioni dei tagli fotografici, spesso geometrizzanti, definiti e marcati da luci fredde, molto artificiali. L’estraneità drammatica che comunicano i suoi personaggi è accentuata dai loro sguardi spesso rivolti verso qualcosa che supera i confini del quadro, mai verso l’osservatore, che così non è coinvolto, non è invitato a partecipare ad alcuna azione: ciò che resta da fare è contemplare la bolla in cui sono racchiusi i protagonisti solitari.

New York movie
Le opere silenziose di Hopper

Morning sun
Di solito Hopper non immortala persone intente a far qualcosa, non ci sono azioni dinamiche, così come non ci sono moti dell’animo evidenti, passionali, dirompenti. Non succede quasi nulla nei suoi quadri, nei quali si trovano strade di città, interni di case, uffici, teatri o locali. Le scene sono immerse nel silenzio, anche quando sono presenti più figure umane. Ciò che emerge con forza è l’incapacità dell’uomo di riconoscere nell’altro un suo simile. La tela New York movie (1939) è ambientata in una sala cinematografica. Un forte contrasto luministico mette in risalto la parte destra del quadro dove una donna sola poggia la schiena contro il muro. Ha il capo chino, gravato dai pensieri che la assillano. Ha lasciato la sala di proiezione per isolarsi. La tela bipartita racconta la frattura tra la realtà in cui la donna è costretta a vivere e la sua realtà interiore; è il suo estraniamento dalla società, qui rappresentata da una silenziosa sala cinematografica.

Il capolavoro di Hopper è senza dubbio Nighthawks (I nottambuli) (1942). Tre persone in un bar di Greenwich Village si fanno servire da bere. C’è silenzio, nel locale e all’esterno. L’incomunicabilità è tangibile, è come se ognuno squadrasse l’altro senza riconoscerlo come un proprio simile. Come si diceva all’inizio la solitudine non è per forza triste, può anche essere desiderata in quanto rilassante. Questa doppia natura si riscontra anche nelle differenti reazioni vissute dagli osservatori delle opere di Hopper. La percezione è duplice: alcuni ritrovano un senso di pace e tranquillità, altri sono assaliti da una pesante inquietudine e angoscia. Guardando Morning sun (1952) si può credere di riuscire a percepire il respiro della donna seduta sul letto, di sentire il silenzio che la avvolge e stride con il brusio dei mille pensieri in cui si sta perdendo. Trasmette sensazioni di calma o di ansia? A voi la risposta.
Riferimenti bibliografici
WELLS W. (2007). Il teatro del silenzio. L’arte di Edward Hopper. Londra: Phaidon.
Immagini
- Hopper, Soir bleu, 1914
- Hopper, House by the railroad, 1930
- Hopper, New York movie,1939
- Hopper, Nighthawks (I nottambuli), 1942
- Hopper, Morning sun, 1952




