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Cosa è il biofeedback…

Il biofeedback (BFB) o retro-informazione biologica, consente di rilevare diverse funzioni biologiche mediante l’uso di vari sensori. Questi sensori sono collegati da un lato a delle parti del corpo della persona e dall’altra a degli strumenti elettronici. La persona, grazie all’uso del biofeedback comprende che esiste una relazione tra le funzioni biologiche e quelle cognitive (Anchisi et al., 1996). In altre parole, consente di superare il dualismo mente-corpo. Offre la possibilità di avere delle informazioni immediate e da subito sfruttabili sia dal paziente che dal terapeuta. Infatti, si possono guidare le persone a modificare le risposte cognitive, motorie e neurovegetative che non sono ben regolate. Esistono vari studi su questo strumento. I primi a studiarlo, furono Adrian e Bronk (1929) che hanno misurato l’attività muscolare attraverso le risposte elettriche. Viene utilizzato sia per effettuare l’assessment, sia per attuare un cambiamento. Ovviamente, è bene precisare che il cambiamento si verifica utilizzando altre tecniche e quindi il biofeedback accelera un processo.

Il biofeedback consente di considerare diversi parametri biologici, quali: la temperatura cutanea, la reattività elettrica delle ghiandole sudoripare, la frequenza del battito cardiaco e la tensione muscolare. Il sistema di biofeedback è costituito da tre anelli di feedback o circuiti: il paziente, il terapeuta ed il sistema di biofeedback. In realtà, il terapeuta osserva e modifica il rapporto tra il paziente ed il sistema di feedback. Grazie alle informazioni che vengono fornite dal sistema di biofeedback il paziente impara a rispondere in modo diverso agli stimoli. L’apprendimento che si verifica, in questo caso, viene chiamato apprendimento informazionale. Usando il biofeedback si ottengono delle informazioni, tramite un grafico ed altri segnali che possono essere visivi o sonori. I segnali visivi possono essere non solo luminosi ma anche vere immagini, come ad esempio le onde del mare (Anchisi et al., 2017). Quindi partendo da queste informazioni, si attivano processi di apprendimento automatici che modificano le funzioni fisiologiche e cognitive disregolate.

Applicazioni cliniche del biofeedback

Il biofeedback può essere utilizzato durante l’assessment, come ulteriore conferma della diagnosi.  Infatti questi parametri variano in base alla patologia della persona. Ovviamente, come tutti gli strumenti, tra cui quelli testologici, vanno utilizzati per confermare o disconfermare un’ipotesi. Ma in ogni caso, bisogna partire da un’ipotesi di lavoro, che viene formulata grazie alle informazioni ottenute con i colloqui clinici. Il biofeedback può essere utilizzato sia con gli adulti che con i bambini. Chiaramente se usato con i bambini, durante l’assesment, bisogna coinvolgere le diverse figure di riferimento per formulare le varie ipotesi. Inoltre, con i bambini si usano segnali diversi da quelli usati con gli adulti, ad esempio i cartoni animati. Infatti, fungono da rinforzatori positivi; se la risposta fisiologica non è adeguata, il cartone si blocca. Per esempio, nel caso di un soggetto ansioso se la persona sperimenta ansia e vengono registrate risposte ansiose, il video si blocca.

Tale strumento viene utilizzato per diverse patologie psicologiche e mediche. Proprio perché si basa sul principio del rinforzo positivo, può essere usato anche con i pazienti psichiatrici che manifestano dei comportamenti aggressivi o nervosismo. Trova applicazione anche nella cura delle cefalee muscolo-tensive e delle emicranie ed anche delle cefalee miste (Anchisi et al., 2017).  Sia le cefalee che le emicranie possono essere farmacoresistenti e questo potrebbe essere spigato dall’interazione tra fattori biologici e comportamentali. Infatti, uno dei modelli eziologici più validi considera tre dimensioni: vulnerabilità, fattori precipitanti e di mantenimento. La vulnerabilità si riferisce agli aspetti fisiologici; i fattori precipitanti rimandano ad effetti esterni o stressor cognitivi ed emozionali che innescano o intensificano gli episodi di cefalea (Anchisi et al., 2017). Invece, i fattori di mantenimento considerano gli elementi che contribuiscono a mantenere i problemi. Il biofeedback viene utilizzato anche per altre patologie, quali l’ansia, le fobie, la fibromialgia, la sindrome di Gilles de la Tourette, depressione ed altre patologie.

Qualche considerazione conclusiva

Il biofeedback può essere multi o mono canale, ciò vuol dire che si registrano più parametri contemporaneamente o un solo parametro. Ovviamente, usando il biofeedback multicanale, si ha la possibilità di confrontare le misurazioni dei vari parametri e quindi questo conferma in modo più accurato la diagnosi. Consente di essere applicato in terapia e velocizza i risulti ottenuti, si utilizza insieme ad altre tecniche. Permette inoltre di cogliere il legame che esiste tra mente e corpo. Nello specifico si nota la relazione che c’è tra gli elementi fisiologici, i pensieri e le emozioni. Per comprendere bene, il funzionamento dobbiamo considerare l’ABC comportamentale e quindi comprendere quali sono gli antecedenti, quali i comportamenti e quali le conseguenze. In questo modo, si considerano anche i pensieri ed il linguaggio che può essere descrittivo o regolativo. Quello descrittivo serve per descrivere un evento, mentre quello regolativo potrebbe  implicare la presenza di pensieri disfunzionali.

Il terapeuta utilizza delle regole per massimizzare gli apprendimenti che avvengono per prove ed errori. Questo strumento consente anche al terapeuta di verificare con oggettività se il paziente è rilassato. Per usare questo strumento in modo ottimale è utile che il terapeuta segni tutto quello che si verifica in seduta e durante la registrazione. Alla fine della seduta verrà prodotto un grafico dove sono presenti i parametri fisiologici e la loro modifica nel tempo. Di fondamentale importanza è conoscere a cosa è dovuto il variare del grafico. In altri termini, capire quali stressor interni o esterni erano presenti (Anchisi et al.,1996).

È bene precisare che il biofeedback può essere usato per facilitare l’apprendimento di risposte funzionali che vanno a sostituire quelle disfunzionali. In ogni caso avviene uno shaping cioè piano piano ci si avvicina alla risposta fisiologica desiderata. È utile usare il biofeedback senza mai trascurare l’importanza della relazione tra terapeuta e paziente.

 

Riferimenti bibliografici

Adrian, E.D. & Bronk, D.W. (1929). The discharge of impulses in motor nerve fibres. Part II. The frequency of discharge in reflex and voluntary contractions. Journal of Psysiology, 67,119-151.

Anchisi, R. & Gambotto Dessy, M. (1996). Manuale di Biofeedback. Psicologia e medicina comportamentale.Torino: Edizione Libreria Cortina.

Anchisi, R., Moderato, P. & Pergolizzi, F. (2017).Roots and Leaves.Radici e sviluppi contestualisti in terapia comportamentale e cognitiva.  Milano: Franco Angeli.