Non so nulla con certezza, ma la vista delle stelle mi fa sognare
Quest’anno abbiamo chiuso al cospetto del Natale serrati nelle nostre case perché fuori c’era un nemico. Un nemico che l’uomo ha conosciuto tante volte. La storia è disseminata di peste, pandemie, di malattie contagiose che ci hanno immiserito senza darci una via di sfogo verso la speranza. Proprio come nel romanzo dei promessi sposi, che, nella trasposizione della peste di Milano, evidenzia il rapporto dell’uomo con le sue fragilità. Nel romanzo c’è tutta la variegata commedia umana, da quello che non crede al morbo, e che il morbo uccide, a chi credendo va incontro alla morte per stare vicino a chi soffre. E oggi noi viviamo tutto questo come non fosse cambiato niente, come se non avessimo imparato niente. Questa esperienza che abbiamo fatto e stiamo facendo è molto forte. Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di viverla. Quando all’inizio di quest’anno abbiamo visto le immagini della Cina, le strade deserte, la poca gente in mascherina, veloce, a testa bassa, i medici e gli operatori sanitari con gli scafandri, ne siamo rimasti certo colpiti, ma comunque mantenendo quel senso di distacco tipico della filosofia “tanto a me non succede”.
E invece è successo! Ci siamo ritrovati “come d’autunno sugli alberi le foglie”. Per la prima volta nella nostra vita siamo segregati in casa. Ma in fondo la casa è il nostro guscio, il luogo sicuro. Il problema del quale ci siamo resi conto è che ci è venuto a mancare l’intero castello di tutte le piccole certezze, di tutti i consueti e normalissimi gesti quotidiani. A questo si sono aggiunte le grandi mancanze che abbiamo percepito pesantemente: i distacchi forzati. E poi il disagio generato dalle convivenze obbligate. Nella storia umana per la prima volta c’è stata la socializzazione virtuale di una tragedia comune. L’esperienza virtuale, vissuta nel 2020 è stata un modo di ritessere legami, ma all’interno di questo percorso c’è stato un vuoto, è mancato l’incontro dei volti. L’orizzonte dello schermo è pur sempre una comunicazione fredda. La celebrazione del Natale ricorda per molti versi l’importanza della parola detta, della mano stretta, della pelle dell’altro. Non per niente nel vangelo secondo Giovanni, la frase fondamentale è la parola. “in principio c’era la parola, e la prima divenne carne”.
Il cambio della ruota
In tempi di cambiamenti epocali della “cultura diffusa”, in seguito alla crisi delle istituzioni tradizionali scolastiche, al dilagare dei social, all’intensificarsi della confusione dei linguaggi e alla perdita progressiva di ancoraggi culturali autorevoli sui quali fondarsi, qualche volta viene purtroppo cancellato il volto del passato che era ricchissimo. Però, penso che in qualsiasi maniera “l’uomo supera infinitamente se stesso”. Per quanto sia così dispersa, la vita lo meraviglia, la vuole sempre avere, il desiderio rimane sempre quello. Desideribus, qualcosa che deriva dalle stelle. Noi siamo sempre in tensione! Mi viene in mente “Il cambio della ruota”, una delle poesie più brevi dello scrittore tedesco Bertolt Brecht, ricca di significato. Il poeta si riferisce all’insoddisfazione dei tempi in cui sta vivendo, ma allo stesso tempo alla voglia di reinventarsi una nuova vita.
Il poeta riflette su se stesso e scrive: “Non sono contento di dove vengo” e “Non sono contento di dove vado”. Il poeta conclude però la poesia con una domanda: “Perché guardo il cambio della ruota con impazienza?”. Brecht si rende conto di guardare con ansia il cambio della ruota, è impaziente e vuole che riprenda a girare il prima possibile. La ruota rappresenta la vita e, nonostante le insoddisfazioni che possano averla fermata, deve continuare a girare e andare avanti, anche se ciò comporterà una direzione diversa. Dentro di noi la speranza è qualcosa che fiorisce sempre e che ci spinge sempre ad aspettare per ripartire, dentro di noi questo anelito ci porta a cercare qualcosa di oltre e di altro e forse per qualcuno come me credente “Oltre e Altro” può essere scritto con la lettera Maiuscola.
E quindi uscimmo a riveder le stelle
Se volessi mettere in poesia l’anno che verrà inizierei con l’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia che per Dante segna l’epilogo di un viaggio dagli straordinari risvolti poetici, umani e psicologici e per noi il prologo di un anno di luce “de sideribus”. L’augurio per tutti noi è che nell’anno che celebra il 700.mo anniversario della morte di Dante, ci ritroveremo a guardare le stelle, sotto un luminoso cielo dipinto di azzurro. Il loro splendore è molto antico, investe milioni di anni luce per arrivare a noi. Noi siamo la stessa cosa. Siamo un’Anima antica. Siamo “figli delle stelle”, contagiati di amore, bellezza e poesia. L’intero arco della nostra vita ci è concesso per brillare come stelle. Forse siamo stelle cadenti perché Dio, nell’istante del nostro incandescente trascorrere, esprima un desiderio. Presto tornerà la luce sui nostri visi e nel cuore. Torneremo ad ascoltare il canto del mare ed il soffio del mondo, avvolti fino a confondere i respiri, senza metri di distanza e confini.
Torneremo dunque a riveder le stelle!
Scritto da Giovanni Schiattarella, Dr. In Scienze e Tecniche Psicologiche per l’Analisi dei Processi Psichici nello Sviluppo e nella Salute
Riferimenti bibliografici
“Il cambio della ruota”, di Bertolt Brecht, 1953
“Soldati” di Giuseppe Ungaretti, 1918
Inferno XXX IV canto, Dante Alighieri




