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Il male oscuro nei giovanissimi

Non è la prima volta che riportiamo gli articoli di Maurizio Montanari, psicoanalista e attento osservatore della società, il quale presta la sua penna per degli articoli sul Fatto Quotidiano . In uno di questi parla dell’importanza del sostegno clinico per chi soffre di depressione. La premessa, però, fa riflettere. Nulla di trascendentale o che apra orizzonti a nuove visioni, più semplicemente, ma non troppo, ribadisce un concetto. L’articolo, infatti, inizia affermando che solo chi conosce il “male oscuro”, personalmente o clinicamente, sa cosa deve aver provato sulla propria pelle il ragazzo che si è suicidato a Teramo dopo aver annunciato i suoi propositi postando un video su YouTube. Un gesto perpetrato in seguito al non essere riuscito a trovare un interlocutore interessato a sorreggere il suo sguardo, volto in un’angosciosa ricerca di un aiuto, o una semplice risposta, che potesse aiutare a superare quello stato ritenuto definitivo e immutabile.

Non trovando alternative il ragazzo ha deciso di farla finita, non prima di aver fatto una lista delle inconsistenti azioni meccaniche che riempivano i suoi giorni. Una presa di coscienza su tutto ciò che scandiva la propria esistenza e che lo hanno portato a non definirla più una “vita”. Montanari ci ricorda che la melanconia può trasformarsi in uno stato di totale pietrificazione dell’esistenza. Già, dato che fin dall’inizio il soggetto colpito da depressione maggiore vive ai margini della vita. Non ha potuto fornire il desiderio in ciò che faceva, non ha maturato passioni che lo portassero al largo di quella palude dove sembra non si provino nessun tipo di emozioni e che, in realtà, è la forma di un dolore più immenso. Una palude susseguita da deserti dove non basta, parafrasando Céline, tornare agli uomini per piangere. Una condizione che si palesa già nei primi disincanti adolescenziali.

 

La vita ridotta a un unico e irragionevole polpettone

Vivere, per il ragazzo di Teramo, gli appariva come una serie di azioni meccaniche da eseguire meccanicamente, giorno dopo giorno e nulla di più, oltre questo infernale ordinamento in cui si è trovato immerso senza una precisa volontà. Un unico e irragionevole polpettone insipido e privo di senso per lui, ma avallato dalla logica stringente delle aspettative del prossimo, inteso come i genitori, gli amici, la scuola, la società nella sua interezza insomma. Una vita dove tutto il corredo emotivo e cognitivo della persona non trova sorgenti per essere innaffiato, così da appassire con inesorabile, ma costante, lentezza. Montanari pone l’accento proprio su questo momento, dove c’è una valutazione fatale che induce a dire, e a dirsi, che nulla vale più la pena, ed è proprio questo il momento più pericoloso dove il sostegno clinico e amicale non deve assolutamente essere assente.

Un incrocio mortale, dove avviene il collasso del passato e del futuro che ci si prospetta davanti. Le tenebre più oscure calano sull’anima, di colpo e senza preavviso. Non molti, magari in seguito ad un periodo non particolarmente esaltante, o dopo una profonda crisi di qualsiasi natura, si sono presi una seria pausa dalla pervasiva e martellante routine quotidiana. Sostare in un’ideale area di sosta e mettersi a riflettere seriamente sul senso della propria vita, se tutto ciò che realizziamo sia effettivamente funzionale a noi stessi prima che alla società, che ci ha incasellato in un ruolo e a seguire le altre parti che svolgiamo nella vita: marito, moglie, padre, madre ecc. Fermarsi per comprendere quante azioni, che facciamo giorno dopo giorno, siano ordinate da un meccanismo automatico. Come il lavoro, ad esempio, che è scandito da un susseguirsi di attimi di fatica, frammentato da momenti di riposo, fino alla vecchiaia.

 

Un drammatico dono

Il melanconico, afferma Montanari, ha in dote un drammatico dono: riesce a percepire l’intero arco di un’esistenza circoscritto in pochi fotogrammi, scattati come in una bolla dove il tempo è rappreso e tutta la vita di un essere umano, anche quella che deve essere ancora vissuta, può essere riassunta. Così il domani diventa una tappa già raggiunta e la fine è ineluttabile e già bussa alla porta. Domandarsi perché fare un figlio, dato che morirà anche lui. Perché investire in un rapporto di coppia a lungo termine, dato che uno dei due si ammalerà o morrà prima del tempo, riducendo l’altro a piombare in una solitudine più ardua da affrontare. Non è un delirio quello del melanconico, ma osserva la realtà nuda e cruda: una sequenza di passaggi temporali. Una visione consapevole che non può essere lenita da altre distrazioni, non accettando di vivere nel Matrix fino all’inevitabile arrivo alla fine della propria strada.

Il depresso grave vive come in un film proiettato dalla fine all’inizio, e ogni giorno che passa illude nel preparativo del seguente. La vita è solo un battere di ciglia, dove la fine e l’inizio sono separati da pochi momenti, i decenni non sono che il susseguirsi di pochissime stagioni, gelidi inverni e tiepide estati. La melanconia, il ritiro sociale di adulti e adolescenti, il crescente numero di suicidi aumentano esponenzialmente negli studi di un clinico e vanno a costituire il mal di vivere che impegna più di ogni altra sofferenza umana. Un analista, quando accoglie nel suo studio un melanconico, con o senza trattamento farmacologico, è ben consapevole dei gesti estremi di cui è capace un paziente simile. Una consapevolezza che porta ad andare avanti giorno dopo giorno, senza storielle da raccontare, ogni volta con un’invenzione diversa e senza mai venir meno al ruolo di soggetto deputato all’ascolto, costi quel che costi.

Un articolo che non lascia spazio a fronzoli e alla possibilità di cavarsela con l’ottimismo di facciata. Un viaggio breve e intenso nel dolore senza fine di una persona malata di depressione, che aiuta a comprendere a chi non soffre del male oscuro, o non è un clinico, la visione che ha della vita. Una polverizzazione delle passioni, dei sogni, delle speranze e tutto ciò che rende un’esistenza degna di essere vissuta, perché la fine è già nota. Non è preda di deliri o fantasmi del passato che alterano la sua logica, il male risiede in un’eccessiva consapevolezza del proprio destino. E la cura? Riporta sempre all’altro, al prossimo in grado di ascoltare e di essere presente in modo attivo, perché alla fine è il profondo senso di solitudine che conduce in lande desolate e formate da sabbie mobili.

 

 

 

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV