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La paura di invecchiare: alla ricerca del benessere

L’invecchiamento non è solo un processo fisiologico che comporta trasformazioni fisiche e maggiori fragilità strutturali ma comprende la sfera psicologica dell’individuo. Come ci spiega il Prof. Eugenio Borgna, psichiatra e psicoterapeuta, “ la fragilità ha anche il volto della condizione anziana, lacerata dalla solitudine e dalla noncuranza , dallo straniamento e dall’ angoscia della morte” (Borgna, 2014, pag. 3). Invecchiare significa fare un bilancio della propria vita, tra gioie e dolori, successi, traguardi ma anche fallimenti. Cresce la consapevolezza di chi si è, il tempo assume un significato diverso e le trasformazioni nel modo di vivere il quotidiano, quali il pensionamento e i cambiamenti del proprio fisico richiedono di assumere un ruolo sociale diverso. Capita che il maggiore tempo libero derivato dal pensionamento possa portare in alcuni casi a solitudine, senso di smarrimento e di svalutazione, a carenza di autostima e sindromi depressive.

Se un tempo l’avanzamento dell’ età era sinonimo di saggezza, oggi soventemente è visto come un limite in una società in cui la non produttività e il non stare al passo con i tempi considera il soggetto inutile e la tendenza è quella di emarginare coloro che non si adeguano ai ritmi talvolta esageratamente accelerati della società attuale. I ruoli all’interno della società cambiano, ogni fase della vita è legata ad un’immagine ma invecchiare non significa e non deve significare inattività.  Il pensionamento rappresenta soprattutto per gli uomini come una perdita di identificazione, ma guardato da un altro punto di vista offre la possibilità di godersi maggiore tempo libero e di dedicarsi ad attività trascurate nelle fasi della vita precedenti. Occorre adottare strategie di compensazione, se da un lato diminuisce la forza fisica, dall’ altro aumentano le competenze sul piano emotivo. Laura Carstensen, docente di psicologia presso la Stanford University, si è occupata della Teoria Selettiva Socioemotiva, di come, nella fase anziana della vita vengono rielaborati eventi ed emozioni negativi per vederli con connotati positivi. È un meccanismo di protezione dall’ansia, dallo stress e dalla rabbia salvifico, che genera benessere e buonumore.

 

Co-housing: e se vivessimo tutti insieme?

E se vivessimo tutti insieme?” è il titolo di una commedia del 2011 che offre uno spaccato di una realtà contemporanea di un gruppo di anziani, che fanno i conti con problemi cardiologici e di memoria, patologie facilmente riscontrabili in soggetti over 60, che decidono di trascorrere la rimanente parte della loro vita facendosi compagnia, aiutandosi reciprocamente e ritagliandosi momenti di allegria, leggerezza, gioco e divertimento senza gravare sui figli e sulle loro famiglie. Questa commedia, affronta con semplicità una problematica sempre più ingerente, ovvero il numero di anziani in crescente aumento, l’ assenza di welfare e le difficoltà economiche spesso correlate. Questo tema apre le porte ad un nuovo modo di pensare l’abitazione, già notevolmente diffuso da decenni nel nord Europa, chiamato Co-housing.

Co-housing indica un modo di abitare in cui sono previsti luoghi comuni da sfruttare e condividere, quali taverne, lavanderie, luoghi ricreativi, giardini, cucine e palestre, abbattendo così il muro della solitudine ma non solo, infatti spesso coloro che decidono di vivere all’interno delle co-housing vengono coinvolti nella progettazione e ristrutturazione dell’edificio adibito facendo in modo che diventino soggetti attivi e coinvolti nella creazione dell’abitazione. Ciò genera partecipazione, condivisione, solidarietà, stimolo alla relazione oltre che usufruire di vantaggi economici derivanti dall’abitare in strutture costruite tenendo presente la salvaguardia dell’ambiente e con sistemi di risparmio energetico all’avanguardia.  Rispetto ad altri paesi dell’ Europa (in Danimarca la prima co-housing risale agni anni ’60) in Italia stanno iniziando a diffondersi adesso, tra le principali ricordo la Numero Zero di Torino, esempio di ristrutturazione di una palazzina in decadenza, a Ferrara il San Giorgio, Trento e Bolzano, Ecosol a Fidenza e Milano.

 

A chi sono rivolte le Co-housing

Poiché esse sono uno strumento di aiuto e condivisione sono nate varie tipologie, quelle composte da soli anziani ma, anche quelle in cui sono presenti giovani famiglie, persone non completamente autosufficienti o famiglie mononucleari. Il gioco-forza sta nel sostegno l’ uno dell’ altro, la collaborazione in termini di baby sitteraggio e altro. Ciò lascia intendere che questa nuova modalità di abitare permette agli anziani di superare gli anni della vecchiaia e solitudine evitando di ricorrere in strutture assistenziali ma, facendo riferimento al vicino di casa, offre la possibilità di invecchiare tra amici e mantenere una buona rete sociale; mentre alle neo famiglie, permette di ridurre i costi di gestione di un’ abitazione e di avere un supporto nella crescita dei loro figli, affidandosi anche al vicino di casa. Certamente per vivere all’ interno di una co-housing occorre essere disponibili alla cooperazione, tolleranza e avere una buona capacità di socializzazione e relazione. In una società che cambia le co-housing sono una bella sfida anche per riassaporare il bello della condivisione e del dialogo non necessariamente tramite telefoni e computer.

 

Scritto da Lucia Del Pace, Scienze dell’Educazione e della Formazione, Università di Siena. Ha partecipato a programmi educativi presso la casa circondariale di Arezzo e ha esperienza nell’ambito delle tossicodipendenze.

 

Riferimenti bibliografici

Borgna E (2014), La fragilità che è in noi , Viareggio: Vele Editore.

Bianchi S. Roberto (2016), Le modalità del vivere urbano, Roma: FrancoAngeli.