La pandemia scatena gli istinti
La psicoanalista Giusy Cinquemani ha scritto per il Fatto Quotidiano un articolo sulle dinamiche che si creano nella società colpita da un dramma come questa pandemia scatenata dal Covid19. La dottoressa ha avuto modo di confrontarsi, via Skype presupponiamo, con molti suoi colleghi psicoanalisti e psicoterapeuti per avere un quadro generale su come si stavano regolando con i propri pazienti in terapia. In qualità di psicanalista di gruppo, specifica la Cinquemani, è ben conscia di cosa significhi il contagio di gruppo: un meccanismo assai veloce, pericoloso e molto arduo da contenere. Un contagio che, per quanto concerne una comunità, sfocia essenzialmente in azioni, opponendosi fortemente ad un pensiero che riesca a rimanere sui binari del buon senso. Nel gruppo emergono le forme più primitive dell’essere umano. E come forma primordiale dell’essere psichico abbiamo il somatico, il corpo. Il contagio psichico può risultare assai dannoso, perché si è ben consapevoli di quanto sia pericoloso il contagio dei corpi e non il contrario.
L’uomo è un’entità che abita da poco il pianeta Terra rispetto alla sua nascita, e ancora più giovani sono le strutture mentali che ci forniscono gli elementi necessari per dire chi siamo, per farci riconoscere in una specifica cultura e quali siano le regole per una sana convivenza: capacità intellettive, affetti, sentimenti, idee e tutto ciò che ha permesso di edificare le civiltà che si sono evolute fino ad oggi. Tutto il nostro sapere è recente ed è soggetto alla scomparsa, anche se l’arroganza e l’ottusità, tipica dell’uomo moderno, fa credere il contrario. La dipartita da questo mondo è difficile da concepire a livello individuale e ancor di più immaginare quella di un’intera specie. Ora una pandemia, come quella che stiamo vivendo, lancia campanelli di allarme. Non stiamo rischiando l’estinzione, per carità, ma sicuramente proietta la mente in scenari che fino a ieri non erano minimamente presi in considerazione. La quarantena costringe all’isolamento per non mettere in pericolo la propria salute e quella degli altri. Un evento che ci pone forzatamente davanti a determinati scenari, per quanto improbabili possano risultare.
Il gruppo come risorsa e pericolo
Quando ci sono pericoli imminenti, e costringono allo stravolgimento della vita di tutti, c’è sempre il rischio concreto della rottura delle regole di civile convivenza. Le necessità primarie tornano ad essere minacciate, salute e cibo, e l’incolumità diventa l’unica priorità. Una realtà globale che ci ha fatto tornare a vivere come nei villaggi, con la paura di attacchi da parte di spietati eserciti. La gente ha paura e si ritrova sui balconi a cantare tutti insieme per esorcizzare il male. Papa Francesco ha fatto l’Urbi et Orbi in una Piazza San Pietro vuota, con le sirene delle autoambulanze in lontananza, al fianco del crocifisso che si dice abbia sconfitto la peste a Roma nel ‘500; il mondo ha seguito la messa da tv, pc, smartphone. Ma il gruppo si riunisce anche attorno alla ricerca di un nemico, cercando untori da attaccare ad esempio. Poi ci sono le fasce più deboli, quelle che non hanno più i soldi per mangiare, e lì la disperazione porta alla rottura di tutte le regole. Il gruppo è risorsa e pericolo, come è sempre stato nella storia dell’uomo.
Questa pandemia, però, ha anche causato crepe nel culto dell’ego, dell’esclusivo successo personale, dell’individualismo. Stili di vita che hanno quasi completamente azzerato la coltivazione dei rapporti per tenere vive le proprie comunità, con l’illusione di essere proiettati nella cura di una socializzazione più grande, di vivere alla grande in un villaggio globale. Questo virus ci sta ricordando che da soli non si va mai troppo lontano e si vive in una condizione di aridità che presenterà il conto quando sarà troppo tardi per recuperare. Lo ha mostrato facendo morire in totale solitudine migliaia di persone, perché le possibilità di contagio sono troppo elevate e, dopo l’atroce dipartita, non avere neanche la possibilità per i propri cari di ricevere l’addio. I camion militari, nella notte di Bergamo, che portano via settanta salme, perché troppi per essere seppelliti subito nella propria città, sono una delle immagini che più rappresentano quanto detto. Tante riflessioni ancora si possono e si devono fare ma, come ben detto dalla dottoressa Cinquemani, si possiede sempre una visione parziale delle cose.




