Daniele Aluigi ha quarantasei anni e un percorso professionale che ha sempre condotto con passione e che gli permette di fare scelte diverse, non restando fermo nelle sicurezze acquisite. La sua storia conferma la centralità della famiglia per costruire adulti consapevoli e risolti. Nella vita seguire le proprie passioni è un’arma vincente, mantenendo sempre un occhio alla realtà per non cadere nell’illusione o in un eccessivo sconforto, che può portare troppo spesso ad abbandonare le proprie ambizioni. Fare un lavoro che piace diventa parte integrante di una vita, perché la rende un racconto uniforme che rende giustizia al suo protagonista.
Leggi la prima parte della sua intervista
Il tuo lavoro, ti sta riportando nella tua terra di origine, grazie ad un progetto che hai deciso di portare avanti, di cosa si tratta?
Da circa tre anni ho inaugurato una nuova attività: promozione del libro e promozione della lettura e della scrittura attraverso le arti, in primis quelle sceniche, e la sperimentazione di nuovi linguaggi e format innovativi. Sono nato a Fano e cresciuto in un piccolo paese delle Marche, Lucrezia di Cartoceto, nella provincia di Pesaro e Urbino. Ho vissuto in una delle culle del Rinascimento (nonché terre dei Malatesta, dei Montefeltro, dei Della Rovere, degli Sforza). La famiglia da parte materna è originaria di Urbania, un luogo che ho sempre amato molto. Lì c’è una biblioteca dove mia madre mi accompagnava spesso, quando andavamo a trovare i parenti. E qui ho scoperto che a Urbania aveva vissuto Francesco Maria II della Rovere, personaggio storico che è un po’ finito nell’ombra, oscurato da quello di Federico da Montefeltro. Scopro che oltre ad essere stato l’ultimo duca di Urbino, e che aveva preferito dimorare a Urbania, era anche un appassionato bibliofilo.

Francesco Maria II della Rovere
Affinità con un personaggio storico, stimolano la tua passione
È vero, e l’ha fatto per tutta la vita. Infatti, per studio e lavoro ho vissuto un periodo tra Barcellona e Madrid, e sono venuto a scoprire che Francesco Maria II aveva studiato alla corte di Spagna, dove deve aver appreso il modello di raccolta e archiviazione dei libri confluito poi nell’organizzazione della sua biblioteca. Nelle mie ricerche scopro che alla fine del Cinquecento aveva fondato nel Palazzo Ducale di Urbania una “Libraria Impressa”, ovvero per l’epoca una delle prime “biblioteche a stampa” più importanti d’Europa. In seguito vengo a scoprire che dalla fine del Ducato questa biblioteca antica non c’è più. Poi, per bizzarre decisioni edilizie, credo degli anni cinquanta, parte del Palazzo Ducale (un vero capolavoro architettonico progettato nel 1470 da Francesco di Giorgio Martini e successivamente completato da Girolamo Genga) venne abbattuta per fare spazio ad altre costruzioni; dove c’era il giardino, oggi c’è un parcheggio; dove c’era la “Libraria Impressa”, oggi ci sono delle abitazioni private e dei negozi; dove c’era lo studiolo del Duca, mi dicono esserci oggi una toilette. Il luogo è rimasto molto bello, ma a caro prezzo. Inoltre, scopro che gran parte dei libri di quella biblioteca sono stati trasferiti già nel Seicento all’Università La Sapienza di Roma, nella sua storica Biblioteca Alessandrina, esattamente dove io poi studiavo per laurearmi. Ho continuato per anni a fare ricerche su di lui, ero e sono tuttora totalmente affascinato dalla sua figura.
Poi cosa è successo?
Ho continuato la mia vita, convinto che si sarebbe sempre svolta a Roma. Ma verso i quarant’anni ho sentito forte il desiderio di tornare alle mie origini. Prima tornavo dai miei genitori quasi ogni due settimane, e spesso erano anche loro a raggiungermi a Roma. Con la scomparsa di mia madre, mio padre da solo ha cominciato a muoversi di meno, inoltre invecchiava, oggi ha ottantatre anni. Perciò ho intensificato i miei rientri nelle Marche, praticamente per tutti i fine settimana e per tutte le festività dell’anno, ferie incluse. Dopo un paio di anni accarezzo l’idea che chissà, un giorno, sia pure in terza età, sarei potuto tornare a vivere nei luoghi natii. La casa materna si trova in un bosco, e proprio lì dentro ho cominciato a trasferirci i miei libri e, in breve tempo, era piena zeppa di romanzi. In seguito hanno cominciato a frequentare la mia personale biblioteca anche gli amici. Idee nuove stavano prendendo forma e l’ipotesi di aprire uno studio di consulenza editoriale in quei luoghi iniziava a non essere più così remota.
Decidi di affittare un locale?
Lo trovo sulla piazza centrale di Urbania. Un locale commerciale di ventidue metri quadri, il quale ha una vetrina che affaccia sulla piazza principale, accanto al Teatro Bramante e, scopro successivamente (mettendo a confronto le vecchie piante della città e del Palazzo Ducale con l’immagine di un sipario del Liverani), proprio accanto a dove prima era collocata la “Libraria Impressa” di Francesco Maria II.
Un segno del destino…
Teatro ed Editoria erano al mio fianco in quella scelta, ancora una volta. Mi lascio trasportare dall’istinto. Nella mia vita ho fatto anche un corso per “Operatore teatrale”, e che forse, insieme a tutte le esperienze accumulatesi nel tempo, ha fatto nascere in me quell’idea di costruire un boccascena teatrale. Ho contattato il mio insegnante di “Scenografia e costumi” di allora e mi sono fatto consigliare. Insomma, nel giro di un mese, con l’aiuto di amici, parenti, mio padre compreso, ho allestito un mini teatro di soli 8 posti; ho verificato e credo sia davvero il teatro più piccolo che esista (oserei dire da guinnes dei primati). Tutto con materiali di riciclo, basti pensare che ho utilizzato le vecchie sedie del cinema dell’oratorio dove andavo da giovane, rimediate da un mio amico che le aveva utilizzate per la sua bottega di barbiere.
E cosa metti in scena dentro uno spazio così ridotto?
Ovviamente traggo ispirazione da Francesco Maria II della Rovere: ho chiamato questo spazio “LIBRARIA Il Palcoscenico del Libro”, ideando e inaugurando un nuovo brand e definendolo più propriamente, oltre che “mini teatro”, uno “studiolo di progettazione editoriale e spazio culturale multifunzionale”. Inizialmente lo volevo utilizzare per le mie attività editoriali, di studio e per fare le presentazioni dei nuovi libri. Poi ho subito pensato di riscattarmi dalle solite soluzioni di chi si occupa di libri e dalle classiche presentazioni “frontali” del libro. Coinvolgo quindi un carissimo amico, Antonio Gabbiani, con cui sapevo sarebbe potuto uscire qualcosa di interessante. L’idea di base è di attirare il potenziale lettore a sua insaputa, usando la potenza dell’immagine, che in questa epoca è preponderante, per farlo tornare sulla parola scritta.
E cosa prende forma da questa intuizione?
Ci troviamo in un paese, una realtà legata alla terra, ho una casa nel bosco, allora decido di ispirarmi alle fasi lunari. Nelle notti di luna piena creiamo qualcosa che richiami un libro o un genere letterario. Faccio l’esempio di gennaio: è il mese del “Giorno della memoria”, come editor mi devo occupare delle ricorrenze e quindi maneggio bene l’argomento. Ma nello stesso mese non c’è solo quella di giornata che ricordi eventi storici, perciò ho deciso che la “G” di gennaio potesse annunciare il tema “Giornate della memoria”, promuovendo così l’editoria che si occupa di storia, tutto ciò che riporta alla memoria. Ho preso da casa tutti i testi che si occupavano di storia, ho portato anche il mio divano rosso e un tappeto damascato che i miei genitori avevano riportato dalla Svizzera, mettendolo in salotto, ma che nel tempo era finito in soffitta. E nel piccolo teatro si è ricreato un salotto. A febbraio ho usato la sua iniziale, la “F”, per indicare quella di “Fotografia nell’editoria” e ho allestito un finto studio fotografico che fungesse da contenitore di libri a tema; e così per tutti i mesi dell’anno.
- G di Gennaio, G di Giornate della memoria
- F di Febbraio, F di Fotografia
- Libraria vista dall’esterno alla sua inaugurazione
- Tavolo Libraria con foto di Franco Quadri, da Panta
- A di Agosto, A di Personaggi in cerca di Autore
La gente del luogo come ha risposto a questa forma di comunicazione?
Come ti ho detto allestivamo tutto nelle notti di luna piena, e in dodici, ventiquattro ore finivamo. Poi puntavamo un faro sulla scena e alzavamo il sipario. Dalla vetrina che affaccia sulla piazza si vede tutto e noi per un mese lasciavamo l’installazione così, senza più metterci piede fino al mese successivo. Verso aprile cominciano ad arrivarmi dei messaggi, la gente voleva sapere chi ero, altri mi dicevano che erano attratti da questa cosa, anche se non la comprendevano fino in fondo. Emozioni suscitate e ringraziamenti. Poi ho cominciato a spiegare meglio l’operazione con altre iniziative (sparse nel territorio e in giro per l’Italia e all’estero), sostenuto da amici, commercianti, amministratori e addetti ai lavori che hanno compreso la portata culturale dell’operazione e che ci hanno dato fiducia aiutandoci a far accadere le cose.
Sei riuscito nello scopo, quindi…
Con un utilizzo delle immagini, a volte anche forti, ho ottenuto quello che volevo: ritornare a interessarsi della parola scritta. Sono uscito allo scoperto organizzando degli incontri con il pubblico interessato. In appositi spazi messi a disposizione ho creato altri spettacoli visivi con un approccio più diretto e facendo delle introduzioni iniziali. Una volta che le persone presenti prendevano confidenza con il messaggio, iniziavo a coinvolgerle direttamente. La prima volta ho voluto rappresentare diverse tipologie di testo che uscivano metaforicamente dallo loro gabbia editoriale per dialogare liberamente tra loro e con il lettore. Per rappresentare ciò ho usato delle gabbie di uccelli vere e proprie, posizionate a formare una figura femminile, poi presentata come “Donna Libraria”, e da cui sgorgavano liberamente dei libri. Volevo fare in modo che i brani si potessero svincolare dalla struttura in cui erano nati per potersi mettere in una comunicazione, un dialogo, liberi da vincoli sia grammaticali che di concetto. Ho distribuito agli spettatori vari scritti (testi drammaturgici, racconti, romanzi, …), tutti di autori slegati tra loro, , e li ho invitati a leggere la prima riga di una pagina, dando io l’ordine di lettura, creando così un nuovo testo. Dalla riga sono passato a dei periodi interi, e in quelle sere sono nati dal nulla dei racconti nuovi. Abbiamo liberato le parole dal loro contesto, e dai possibili preconcetti, per combinarle insieme ad altre. L’esperimento ha funzionato e sto continuando quest’avventura con numerose altre formule e sempre più coinvolgenti, e sempre basate sulle differenti maniere del percepire, veicolando così il libro e i suoi contenuti. Tra le tante: “Il Banchetto delle Emozioni”, “La Biblioteca. Storie di libri, librai e bibliofili seriali”, “I corpi della scrittura. Questioni di stile + Anatomia di un racconto”, “Il Ventaglio dei Sentimenti”, “Libraria Impressa 2.0”.
Confermi nei fatti quello che hai detto: le cose accadono se si creano le opportunità
Ho fuso le mie due anime, quella editoriale con quella teatrale, dando così più voce al mio percorso di studi in lettere con una specializzazione in storia del teatro. Ho messo in pratica la mia esperienza ed è nato qualcosa ideato da me, che mi rappresenta e posso condividerlo. E il progetto non si ferma; dal brand “LIBRARIA Il Palcoscenico del Libro” in fieri vi è anche la costola “La Casa della Scrittura”, ovvero un’Associazione di Promozione Sociale (da me fondata e di cui sono il Presidente), nata con gli stessi scopi promozionali di “LIBRARIA”, ma con un occhio di riguardo verso l’arte della scrittura: al suo interno rientra un mio progetto che potrebbe avere sempre i natali nelle Marche, ma come in tutti i miei lavori, con una tensione sia nazionale che internazionale. Ma per adesso non posso rivelare troppo, spero che vi rimanga la curiosità.








