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Raccontare la malattia: riflessioni su una medicina più umana

Il libro di Rita Charon “Raccontare la malattia” (2026) descrive la medicina come narrazione identitaria di un Sé in mutamento. Per secoli la medicina si è concentrata soprattutto sul corpo inteso come insieme di parti da riparare quando qualcosa si rompe. Tuttavia, questo modello dipinge il medico come un raccoglitore di informazioni, deprivato della sua capacità di ascolto empatico. Da questa percezione di incompletezza nasce la medicina narrativa. All’inizio degli anni 2000, Rita Charon introduce questo concetto per indicare una medicina capace di ascoltare, interpretare e valorizzare le storie dei pazienti. Secondo l’autrice, ogni atto medico è un atto narrativo. Il paziente racconta, il medico interpreta e insieme costruiscono un senso. Senza questa dimensione narrativa, la medicina perde una parte essenziale di sé.

La medicina narrativa deriva dall’incontro tra medicina e discipline umanistiche, in particolare la letteratura. I più grandi scrittori hanno dialogato con le istanze più profonde del Sé, da quelle amabili a quelle più terrifiche, elaborando le ferite attraverso gli artefatti. Proprio come si analizza un testo, il medico deve imparare a leggere il racconto del paziente: non solo ciò che viene detto, ma anche come viene detto, con quali emozioni, silenzi, immagini. A tal proposito Rita Charon introduce il concetto di triade narrativa: attenzione, rappresentazione e connessione. L’attenzione è la capacità di ascoltare; la rappresentazione riguarda il dare forma alle esperienze; la connessione è la relazione che si crea tra medico e paziente. Questi tre elementi rendono possibile una cura più umana e profonda.

L’importanza di rendere partecipi

Ines Testoni nel libro “L’ultima nascita” (2015) racconta dell’importanza dell’approccio al paziente quando bisogna dare la notizia di una diagnosi o breaking bad news, citando l’approccio della congiura del silenzio che descrive il concetto Lacaniano della forclusione, dinamica difensiva e tecnica mimetica che non consente di entrare in relazione con la malattia e dunque con la dimensione della cura; l’approccio truth telling che consiste nel rendere partecipe il paziente della diagnosi e della cura. Un esempio di mancanza di empatia e di confronto nel rapporto medico – paziente, e più in generale nel rapportarsi con la diagnosi di una malattia, è descritto molto approfonditamente nel racconto “La morte di Ivan Il’ič” di Lev Tolstoj (1996).

Il protagonista affronta la malattia da solo e nella costante sensazione di menzogna da parte di familiari e dottori. Il suo malessere non deriva dal vivere la malattia ma dall’assenza di amore e comprensione che conducono ad un costante rifugiarsi nella congiura del silenzio. Nel dialogare con la sua anima, poco prima di morire, sfoga il suo turbamento aggrappandosi disperatamente alla vita e rendendosi conto amaramente di “aver fatto tutto giusto” ma di non aver vissuto. 

Immaginiamo di dover descrivere cosa vorremmo fare prima di morire se avessimo un tempo indefinito, poi immaginiamo di dover ridurre per cause esterne questo tempo a soli sei mesi e poi di dover continuare a ridurre ulteriormente il nostro tempo ad un solo giorno… cosa interporremo tra noi e la fine della realtà come la conosciamo? Quale sarebbe la nostra più grande soddisfazione, il nostro più grande rimorso e desiderio?

Medicina narrativa e psicoanalisi

Alcuni elementi fondamentali dell’approccio utilizzato dalla medicina narrativa erano già presenti, in forma embrionale, nella psicoanalisi di Sigmund Freud, che per primo diede valore al racconto del paziente, attraverso la tecnica delle libere associazioni, di cui il caso di Dora (2014) e il caso del piccolo Hans (2021) costituiscono esempi noti. La cura, nella psicoanalisi, non consiste semplicemente nel far scomparire i sintomi, ma nel dare loro dignità di esistere. Il percorso terapeutico diventa così una ricostruzione dei frammenti sparsi di esperienza. Un altro elemento fondamentale è l’ascolto. Freud introduce un tipo di ascolto nuovo, profondo, che richiede attenzione, sospensione del giudizio e apertura verso ciò che non è immediatamente evidente. Questo atteggiamento è molto vicino al concetto di close reading della Charon, pratica di lettura attenta e approfondita, presa in prestito dalla critica letteraria.

Anche la relazione tra terapeuta e paziente assume un ruolo centrale. Nella psicoanalisi, la cura avviene proprio all’interno di questo rapport, attraverso dinamiche complesse come il transfert. Non si tratta quindi di un intervento puramente tecnico, ma di un incontro tra due persone. Ricordiamo a tal proposito il famoso racconto di Renée in “Diario di una schizofrenica” (Sechehaye, 2006), dove la protagonista narra la sua storia e il percorso di cura trasformativo che passa attraverso il linguaggio e il metaforico, reso possibile solo dal close reading da parte della terapeuta. L’incontro simbolico tra le due donne consentirà di cambiare la narrazione e tessere trame intrinsecamente connesse.

Abitare il corpo che fragile si sgretola

Chandra Candiani (2024), nel suo libro “I visitatori celesti” ,ci racconta del suo rapporto con il corpo malato: Quel che sapevo fare era entrare negli oggetti di una stanza. Per non sentire male, per non sbriciolarmi, uscivo dal mio corpo minuscolo e friabile ed entravo in una sedia, un muro, una lampada, un portacenere. Nessun oggetto mi ha mai chiuso fuori, mi hanno dato tutti asilo politico. Tana. Rifugio. (Ibid p.57). Il vivere in un corpo fragile ci insegna a non avere confini tra anima e corpo.

Il focus si sposta sul concetto di corpo testimone. Il paziente non è solo qualcuno che ha sintomi, ma qualcuno che racconta sé stesso attraverso il corpo. Anche Fuani Marino (2019) nel suo memoir “Svegliami a mezzanotte” racconta del suo tentativo di suicidio dove il corpo viene paragonato ad un sacco nero che cade dal balcone, un oggetto che si frantuma, dissociato dall’anima. Nella malattia e nel disagio fisico e mentale il bisogno è quello di riconoscere il Sé nel vissuto di qualcosa che ha smesso di funzionare. Come Ivan Il’ič” desidera nascondersi dallo sguardo dei familiari dormendo isolato, Chandra Candiani bambina chiede asilo agli oggetti, Fuani Marino si tramuta in oggetto stesso e si lascia cadere.

Membrane di carne e carta 

Il libro di Rita Charon descrive la necessità di vivere il silenzio dell’ascolto, suggerisce il bisogno di dedicare del tempo alle peculiarità e alle storie. Queste riflessioni migrano verso implicazioni di tipo etico e sociale, in quanto una medicina che tiene conto delle differenze è anche in grado di riconoscere l’individualismo che sosta in ogni malattia e dunque in ogni cura. Questa visione determina un passaggio linguistico che denota anche un cambiamento espressivo nel rapporto di caregiving.

In questa visione il medico passa dal “prendere in carico” e dunque caricare sulle sue spalle un peso per poi scaricarlo – mi voglio liberare di un peso – al “prendersi cura” e dunque tenere con sé – desidero camminare con te -. La comunicazione tra mondi espressa dalla Charon è un punto chiave nella comprensione della reciprocità che si attiva in questo scambio, dove entrambe le parti danno e ricevono, consentendo l’incontro dei due mondi. Le “membrane” sono per la Charon la descrizione di ciò che accade nella relazione di cura: uno spazio di scambio tra medico e paziente, sottili ma permeabili. 

Ed è forse questa peculiarità delle membrane di essere statiche e dinamiche, di proteggersi dall’esterno e custodire l’interno che consente alla medicina di essere umana mantenendo la propria rigorosità scientifica. La peculiarità sosta nel sapere leggere oltre il racconto. Un esempio è la visione cruda e profonda dello scrittore David Foster Wallace che nel saggio “The Depressed Person” (1998) come nel reportage “Qualcosa di divertente che non farò mai più” (2010) espone il suo vissuto nel quotidiano sconforto di gesti routinari e deprivati dal senso, lasciando emergere tutta la sua complessità, senza chiedere riduzionismi ma elemosinando spazio da colmare. Dunque, così diviene possibile condividere la stessa immensa tristezza e il vuoto esistenziale che prova Wallace di fronte a quel cioccolatino posato sul cuscino del letto perfettamente rifatto al mattino, da una persona che non può ringraziare, durante una crociera extra lusso.

Bibliografia 

Candiani, C.L. (2024). I visitatori celesti. Einaudi.

Charon, R. (2026). Raccontare la malattia. Le nuove frontiere della medicina narrativa. Raffaello Cortina.

Freud S. (2014). Isteria e angoscia. Il caso di Dora. Inibizione, sintomo e angoscia e altri scritti. Ediz. Integrale. Bollati Boringheri.

Freud, S. (2021). Il piccolo Hans. Feltrinelli.

Marino, F. (2019). Svegliami a mezzanotte. Einaudi. 

Sechehaye, M. A. (2006). Diario di una schizofrenica. Giunti Editore.

Testoni, I. (2015). L’ultima nascita. Psicologia del morire e Death Education. Boringhieri.

Tolstoj,.L. (1996). La morte di Ivan Il’ič. Gli Adelphi.

Wallace, D.F. (1998). The Depressed Person. Harper’s Magazine. Retrieved

Wallace, D.F. (2010). Qualcosa di divertente che non farò mai più. Minimum Fax

Valeria Saladino

Founder di Psicotypo e Presidente di Psicotypo ODV