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La psicoanalisi deve restare interpretativa

Il giornalista Davide D’Alessandro, ha intervistato per “Il Foglio” il filosofo, sociologo, psicoanalista Umberto Galimberti. L’incontro inizia subito con una domanda diretta: cosa è e a cosa serve l’analisi. Il filosofo chiarisce immediatamente che andare in analisi non implica necessariamente un tragitto che porti dalla malattia alla guarigione. Entrare in analisi significa accettare di conoscere realmente se stessi, un obiettivo per riuscire a vivere con maggiore consapevolezza. Galimberti decise di andare in analisi non per sofferenze psichiche, o altri tipi di disagio, bensì per diventare analista a sua volta. Tale decisione fu presa grazie a Karl Jaspers, il più grande psicopatologo del ventesimo secolo, che conobbe a Basilea e indirizzò i suoi studi da filosofia a psicologia. Continuando negli studi, ritenne che non bastasse il canonico percorso analitico, ma risultasse fondamentale conoscere direttamente la vera sofferenza. Per questo motivo si ritrovò per tre anni nel manicomio di Novara, per seguire il suo grande maestro, Eugenio Borgna.

D’Alessandro chiede a Galimberti cosa serve per formare un ottimo analista, il quale ha dichiarato che la qualità fondante, per fare di un analista un ottimo analista, è la capacità di empatia per entrare in relazione con il paziente. Anche Freud, non a caso, tratta l’argomento quando parla di transfert e controtransfert. Alla domanda se le tante scuole in psicoanalisi siano di aiuto o meno, Galimberti chiarisce che la psicoanalisi non possedendo uno statuto oggettivo, come è giusto che sia, non essendo una scienza, che è un sapere oggettivante, valido per chiunque, riproducibile ovunque e sempre con lo stesso risultato, permette il naturale fiorire di tante scuole. Husserl ha chiarito il problema: se la psicologia adottasse il metodo scientifico, smarrirebbe il tema principale, la soggettività dell’individuo, che naturalmente non è oggettivabile. Aristotele affermava che dell’individuale non c’è sapere. La psicoanalisi deve restare interpretativa.

 

Quando termina l’analisi

Alla domanda su chi o che cosa decide la fine del percorso analitico, Galimberti risponde che l’analisi non ha mai fine, se non dettata dal fatto che il paziente giunga a credere di poter affrontare la sua vita senza più il bisogno di un tutor. Una volta presa tale decisione, la disponibilità a rivedersi come professionista la concede sempre, in qualsiasi momento di crisi. Questo è il motivo per cui non bisogna mai fare amicizia con un paziente, gli si preclude la possibilità di tornare se ne dovesse avere necessità. D’Alessandro chiede quale sia la forma più grave di nevrosi che si trova frequentemente davanti. Galimberti specifica che è cambiata da quando ha iniziato la professione. Nel 1979, le nevrosi presentavano uno sfondo emotivo, sentimentale, sessuale. Ai giorni nostri, dove la sessualità è stata ampiamente sdoganata, la domanda che affligge è la ricerca di senso. Si prova un’enorme fatica a trovare un senso per la propria esistenza. Tale alienazione si produce perché viviamo nell’era della tecnica, la quale ci prevede come suoi funzionari.

La tecnica preclude gli scenari di senso, è regolata da una rigorosa e spietata razionalità, poiché deve ottenere il massimo degli scopi con il minimo impiego di mezzi. Una realtà che elimina tutti aspetti irrazionali dell’uomo: l’amore, il sogno, il dolore, l’ideazione, l’immaginazione, il desiderio. La tecnica prevede solo produttività ed efficienza. Tutto il resto non conta nulla o è d’intralcio. Alla domanda se sono più curative le parole o i silenzi, il filosofo afferma che sono entrambi fondamentali. L’importante è che il silenzio non sia dettato d distrazione o sofferenza, non deve essere freddo, cinico. Le parole, invece, vanno dosate. L’importante non è la diagnosi che l’analista fa, ma il fatto che il paziente giunga da solo al comprendere il personale disagio. Le parole vanno dette al momento giusto, quando si percepisce che il paziente sia pronto per riceverle.

 

Le analisi brevi

D’Alessandro chiede a Galimberti un’opinione sulle terapie brevi, che negli ultimi anni hanno preso piede, visti i costi elevati di un lungo percorso analitico. Per il filosofo può sussistere un’analisi di supporto, che lui definisce “problem solving”, ma che non definirebbe propriamente un’analisi. Oltre ai costi, il vero problema è il tempo. Oggi la gente ha fretta e non affronta la terapia per conoscere se stessa ma per risolvere un problema specifico. Alla domanda su quali siano i rischi per un analista, Galimberti parla del rischio del contagio. Le malattie psichiche sono più contagiose di quelle fisiche. Basta un racconto di dolore, nella vita di ogni giorno, da parte di qualcuno, che noi ne soffriamo. Quando si affronta il tema di quante persone ci siano realmente in una seduta, Galimberti cita Heidegger che non usa mai la parola uomo, ma “essere nel mondo”. Per il filosofo non si incontra solo un paziente ma l’intero mondo che porta con sé.

E a proposito di questo argomento, coglie l’occasione per parlare dei giovani di oggi. Non sono nel mondo, sono nel web. La realtà appare loro attraverso questa mediazione virtuale, il messaggio non lo veicolano i padri, ma il web. I padri devono tornare ad ascoltare i propri figli, mostrare curiosità per le loro modalità di interazione con il mondo. Solo così può ricominciare un dialogo. Per quanto riguarda le sessualità, Galimberti afferma che non ha più la rilevanza di una volta, ma non va comunque dimenticata, poiché in noi coesistono due soggettività. Una che dice io, che ben conosciamo. La seconda è la specie, che si esprime attraverso la sessualità per procreare e l’aggressività per difendere la prole. Freud mette nell’inconscio sessualità e aggressività, ossia la specie. Io e specie sono in conflitto. Una donna che vuole un figlio, ad esempio, subisce grandi trasformazioni nel corpo, il trauma del parto, una riduzione incredibile del suo tempo. Per l’Io è una perdita evidente, per la specie un guadagno netto.

 

Madri in conflitto

Non ci si deve stupire se le madri, oltre ad amare i figli, giungono ad odiarli e talvolta li uccidono. Il linguaggio popolare che santifica l’amore materno è un falso mito. Basti pensare ad alcune espressioni che usano le madri che amano i figli: “Ti mangerei”, e quando sono arrabbiate: “Come ti ho dato la vita, io te la tolgo”. Alla fine il giornalista chiede a Galimberti perché si definisce un uomo greco. Il filosofo risponde che vuol dire prendere seriamente la morte, perché così non si smarrisce il senso del limite. Non oltrepassarlo significa non preparare la propria rovina. Il rispetto della misura. I greci non rispondono ai comandamenti ma al senso del limite. Misura che si trova nel raggiungimento della felicità, tramite l’autorealizzazione, non serve altro. Conosci il tuo demone e realizzalo. Molti spunti di riflessione si possono cogliere da queste parole.

Personalmente trovo interessante il passaggio in cui dichiara come siano cambiate le nevrosi negli ultimi quarant’anni. Da disagi legati al sentimento, l’emotività, la sessualità, si è passati alla ricerca di un senso della propria esistenza. In un mondo altamente tecnologico l’irrazionale è d’intralcio, ci impone di trovare risposte solo nell’efficienza, da dimostrare nei compiti che ci sono stati assegnati. Un immaginario collettivo sterile si impone anche nella sfera privata di un individuo, un’omologazione che inaridisce la capacità di soffermarsi concretamente su se stessi. Una consapevolezza che di certo non dà allegria, ma fornisce spunti per provare a comprendere come sta cambiando il genere umano assoggettato alla tecnica.

 

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV