Il presente articolo è tratto da uno studio approfondito della figura di Eugenio Giovanni Francesco Ferrero, la cui storia è stata documentata e conservata presso il Museo di Cesare Lombroso, il quale ha catalogato e conservato reperti fondamentali per la ricostruzione di molte storie dell’epoca. La presente relazione, derivata da un corso universitario incentrato sul fondo Carrara presente nell’archivio del Museo Lombroso, a Torino, ed è frutto di un dispendioso studio storico da parte della Dott.ssa Maria Riccardi e che ha coinvolto anche l’archivista e documentarista Calogero Baglio, curatore d’archivio dell’attuale ex manicomio di Collegno (TO).
L’infanzia, tra violenze e soprusi
Eugenio Giovanni Francesco Ferrero nasce a Torino il 6 giugno 1898 da Edoardo Ferrero e Rosa Magnone. La documentazione archivistica che ha permesso di ricostruire, in parte, la sua storia consta di lettere, poesie e pensieri scritti da Eugenio stesso, atti processuali e sentenze conservate all’Archivio di Stato, cartelle cliniche dell’Archivio dell’ex Ospedale Psichiatrico di Collegno e la perizia psichiatrica del professor Mario Carrara.
Eugenio è l’ultimo di cinque figli: due maschi, Giuseppe e Giacomo, e due femmine, Carolina e Madalina. La sua infanzia sarebbe stata segnata dai continui maltrattamenti da parte delle sorelle e dalle violenze del padre, alcolizzato, ai danni della madre. La donna, maestra a Camerano d’Asti prima e a Torino poi, muore nel 1909 o nel 1910 al Cottolengo, dove era stata più volte ricoverata. Eugenio scrive un lungo racconto di quel periodo e delle volte in cui si recava a farle vista. Ai tempi frequenta la IV elementare alla scuola Aurora ed è un alunno modello, ma l’ultimo ricovero della madre si ripercuote negativamente sulla psiche del bambino, che al termine della scuola elementare viene condotto al “Padronato” di Via Arcivescovado per aver accoltellato un compagno. A causa della sua cattiva condotta, dopo pochi mesi viene trasferito al Riformatorio di S. Lazzaro Parmense, dal quale esce nel 1914. Tornato a Torino, inizia a lavorare come fabbro ed è costretto ad andare via di casa, a causa delle continue liti e conseguenti percosse con i familiari.
Il servizio militare
Nel 1917 Eugenio è arruolato nel servizio militare, ma dopo un periodo di osservazione a S. Onofrio in Campagna a Roma, viene riformato. Impiegato alla Fiat, è ben presto licenziato perché spesso «cadeva per terra sotto la influenza accessuale del male». La Fiat lo riassumerà poi come carrettiere.
In seguito ad un «accesso violento convulsivo (epilettico?)» avuto di fronte ad una eccessiva perdita di sangue, Eugenio viene portato in Questura e, su un’ordinanza di ricovero di urgenza del Questore, il 17 giugno 1918 è condotto al Manicomio di Collegno, dal quale viene dimesso il 2 luglio perché non riconosciuto alienato. Il 14 ottobre 1918 viene riammesso sotto effetto dell’alcool con dichiarazione del medico della Questura: «Alterazione mentale tale da renderlo pericoloso». Ne uscirà in via sperimentale il 21 maggio 1919 per «miglioramento». Stando al racconto fatto da lui stesso al professor Carrara, a questo punto della sua storia Eugenio va a Marsiglia, arruolatosi come volontario nella Legione Straniera per essere inviato ad Orano, in Algeria, dove sarebbe poi stato ricoverato in manicomio per un mese. Del viaggio troviamo notizia anche in un documento del fondo Lombroso, in cui Ferrero riporta tutte le tappe precise, spesso indicando ore o giorni di permanenza nelle diverse località. Riferimenti alla sua carriera militare ritornano in diversi casi tra il materiale conservato al Museo Lombroso: nel disegno paesaggistico di Sidi bel Abbes, nella lettera al fratello a cui chiede di mandargli la divisa militare e nelle lettere al padre e ad Adelina, ai quali scrive di attendere i documenti del Ministero francese per poter ripartire. Una traccia del ricovero ad Orano è contenuta in diversi documenti dove cita due medici del Manicomio di Orano e in cui racconta come vengono trattati gli alienati in Africa. Eugenio non svela però l’anno di questo viaggio. A Carrara racconta che sia stato dopo il 21 maggio 1919; tuttavia il 22 dicembre dello stesso anno viene arrestato per tentativo di furto con scasso ai danni dell’Alleanza Cooperativa Torinese insieme ad altri due uomini.
Eugenio, iscritto al Partito Socialista, era stato assunto come guardiano notturno della redazione del giornale “l’Avanti!” da circa un mese e sembra difficile immaginare che abbia compiuto il viaggio nel giro di 6 mesi. La vicenda dell’arresto emerge dagli atti del processo ed è la seguente: Eugenio avrebbe introdotto i due complici, Bernardo Castello e Francesco Riccardino, nel magazzino dell’Alleanza Cooperativa, attiguo alla redazione dell’ “Avanti!”, per rubare un centinaio di scarpe; dopodiché li avrebbe denunciati lui stesso come ladri ai redattori, brandendo una rivoltella. Eugenio nega ogni implicazione e per la sua versione possiamo attenerci unicamente ai due interrogatori precedenti al processo, dal momento che durante la prima udienza viene allontanato per oltraggio alla corte18 e alle udienze successive si rifiuta di partecipare.
Il carcere e i tentativi di suicidio
Il 28 dicembre 1919 Eugenio viene trasferito alla VII Sezione delle Carceri Giudiziarie, in seguito ad una richiesta da parte dei compagni di cella al Sanitario delle Carceri di allontanarlo perché violento e chiaramente alienato. Qui, racconta Carrara, tenta due volte il suicidio: la prima ingerendo frammenti di un orcio e provocandosi dei tagli su un braccio; la seconda tentando di impiccarsi con le lenzuola. Messo in isolamento per qualche giorno in una cella del piano sotterraneo attrezzata con letto “di sicurezza”, quando torna nella VII sezione compie nuovamente atti di autolesionismo. Di fronte agli atteggiamenti aggressivi e insoliti di Ferrero, il 14 febbraio viene richiesta la perizia psichiatrica per la quale è designato il professor Carrara.
Il responso sarà: «Imbecillità morale congenita aggravata da abusi continuati di alcoolici, forse anche da accessi epilettoidei». All’interno del fascicolo degli atti processuali si conserva una lettera scritta da Eugenio al procuratore del re il 6 marzo 1920, nella quale accusa Carrara e il professor Quarelli di presunto complotto ai suoi danni e denuncia l’abuso di «apparati elettrici» sulla sua persona. Probabilmente fa riferimento alle analisi e agli esami di routine a cui erano sottoposti i detenuti in occasione della perizia psichiatrica. La sentenza del Tribunale Civile e Penale datata 1 giugno 1920 assolve Ferrero per totale infermità mentale e ne ordina il ricovero al manicomio di Collegno, cosa che avverrà solo il 21 luglio.
Ferrero, tra l’arte e gli orrori del manicomio
I documenti del fondo Lombroso risalgono al periodo appena descritto e sono di varia natura: disegni, brevetti, poesie, lettere, pensieri e brevi memorie. Tra i disegni particolarmente interessanti sono i ritratti di Mario Carrara e Cesare Lombroso, realizzati su modello di due fotografie; una caricatura di Lenin e la rappresentazione dei vizi di Bacco accompagnata dalla citazione di Galileo Galilei: «Eppur si muove». La vocazione artistica è testimoniata anche da Carrara, che parla di diverse figure disegnate con un gesso sul pavimento della cella ed identificate da Ferrero come i medici del Manicomio. Sono conservate, inoltre, due invenzioni: una nave inaffondabile costruita in sughero e una Locomoelettrica, in cui Ferrero si firma «Ingegnere delle Ferrovie dello Stato» (tuttavia nulla conferma questo suo impiego: la familiarità con i materiali, le componenti meccaniche e le leggi di fisica potrebbero giustificarsi con il fatto che il padre era un meccanico).
Le lettere, due delle quali inviate dall’infermeria del carcere, sono destinate al padre, al fratello Giacomo, allo zio Nicola, alla sua compagna Adelina, al re e al procuratore del re. In tutte le lettere, Eugenio scrive accanto al proprio nome «Requisito dalla Scienza Medica», quando è in carcere, o «Requisito dalla scienza sifilicomiale» quando è in manicomio. Ferrero denuncia i maltrattamenti, la violenza dei «Raggiultraterrestri», le torture degli «apparati elettrici» e l’abuso di potere da parte di Carrara, chiedendo spesso una rivoltella o un pugnale per potersi difendere. Dagli scritti emerge la figura di un uomo stanco che spesso desidera mettere fine alle sue sofferenze. Un uomo che nutre un profondo odio per il padre, considerato la causa della sua malattia (Ferrero riconosce di essere “epilettico”) e della morte della madre.
Quanto agli altri familiari, sappiamo che la sorella Carolina ha un negozio, (che però vende deludendo Eugenio); il fratello Giuseppe vive a Los Angeles, così come lo zio Nicola Ferrero; mentre l’altro fratello, Giacomo, è da poco uscito, per amnistia, dalle carceri dove stava scontando l’ergastolo per omicidio. Tante sono le poesie, tra cui alcuni acrostici composti con Mario Carrara, Ferrero Eugenio e Cesare Lombroso, e tante le riflessioni sulla pazzia e sulle condizioni degli alienati. Notevole il testo Gli incivili che dan lezioni ai civilissimi, in cui riflette sulla follia e su come viene “gestita” in Italia e in Senegal. Il confronto si incentra sull’assenza dell’istituzione manicomiale, che in Senegal permette così agli alienati di vivere in libertà. Eugenio richiama le «dottrine lombrosiane», secondo le quali l’alienato avrebbe bisogno di «aria, sole, pioggia e temporali per guarire» e si rammarica che queste non vengano applicate in Italia. Particolarmente interessante risulta la decisione di mettere la sua vita a disposizione di Carrara e dunque della scienza, al fine di condurre esperimenti che possano servire a curare persone affette dalla stessa malattia.
L’evasione
Il 2 maggio 1921 Ferrero viene dimesso dal manicomio, per ritornarvi spontaneamente il 13 dello stesso mese, ed evaderne il 25 luglio. Il 9 agosto è arrestato per tentato omicidio e possesso di arma da fuoco senza licenza. Nella sentenza del 22 dicembre vengono raccontati i fatti: al termine della riunione dei lavoratori tenuta alla Camera del Lavoro di Torino, una pattuglia si avvicina ad Eugenio con l’intento di perquisirlo, ma egli estrae una rivoltella e spara diversi colpi contro le Regie Guardie e due Ufficiali, facendo due feriti. Al momento dell’interrogatorio Eugenio nega l’accaduto, non ricorda i fatti appena successi e afferma: «Mi hanno arrestato perché sono scappato dal manicomio, ma io non sono matto». Viene nuovamente interpellato il prof. Carrara per una nuova perizia, che conferma però la precedente: «imbecillità morale ed alcolismo cronico». Assolto per totale infermità mentale, viene ricoverato in manicomio il 28 dicembre 1921.
Scrive in questo periodo altre lettere e componimenti con contenuti simili ai precedenti. Di particolare rilievo è lo Studio reparto psicopatici in cui descrive alcuni detenuti affetti da alienazione mentale e le relative accuse e condanne. Quanto a lui, riconosce di soffrire di crisi nervose, ma non di essere “matto”. Dagli studi condotti emerge che Eugenio Ferrero ha un certo grado di cultura che spazia dalla meccanica, alla poesia, al mito. I continui riferimenti alla Divina Commedia ne facevano ipotizzare una certa conoscenza, confermata poi dalla perizia di Carrara dove si legge che Ferrero, durante il periodo di detenzione, era solito recitare a memoria versi della commedia dantesca. È un uomo che vive il suo tempo: nei testi cita Errico Malatesta, Guglielmo Marconi e la sua «misteriosa conversazione ultraterrestre», la lega spartachista e Karl Liebknecht, oltre a Pietro Balocco, autore dell’omicidio di don Guglielmo Gnavi nel 1918. In quanto al ruolo nella società, le cartelle cliniche definiscono Eugenio «carrettiere» e la sentenza del ’21 «elettricista»; ma nulla accenna al suo passato militare. In più sappiamo che Ferrero ha lavorato per qualche tempo al manicomio come «panettiere». Negli atti del processo del ’19-’20 compare il suo impiego come guardiano notturno della redazione dell’ “Avanti!”. Qui il suo ruolo di socialista attivo: il caporedattore lo definisce addirittura “compagno”; nel ’21 viene arrestato dopo aver partecipato ad una riunione presso la Camera del Lavoro di Torino; quindi arriva al punto di scrivere al compagno Lenin.
Dai registri sappiamo che Eugenio entra ed esce dal manicomio altre tre volte, ma le cartelle cliniche sono andate perdute, fatta eccezione per l’ultima: Ferrero rientra il 17 dicembre 1923 su “rintraccio” della Questura. Il 25 maggio 1925 viene dimesso in via definitiva per «riacquistata attitudine del Ferrero ad un’ordinata convivenza sociale», sulla base delle osservazioni del direttore Federico Rivano e della perizia del prof. Ernesto Lugaro. Da questa data si perdono le tracce di Eugenio Ferrero.
Scritto da Maria Riccardi, Laureata in Beni e Attività culturali all’Università degli Studi di Perugia. Laureanda in Storia dell’arte all’Università degli Studi di Torino.




