Arte e malattia
La premonizione su Gino Rossi è dello scultore Arturo Martini, intimo amico di uno dei tanti artisti del Novecento la cui arte è stata letta tramite un unico filtro: la malattia mentale.
Gino Rossi nasce a Venezia il 6 giugno 1884 da una famiglia benestante. Nel 1907 si reca a Parigi con Martini dove ha finalmente modo di ammirare l’arte di Gauguin, di Van Gogh e dei fauves, i cui colori lo influenzeranno maggiormente. Non a caso l’arte di Rossi è inserita nella categoria del fauvismo espressionista, che faceva del colore il mezzo principe atto a rappresentare il sentire interiore dell’artista, vero protagonista delle opere. A Parigi incontra anche Modigliani con il quale conosce il lato bohèmien della bella capitale francese, vivendo forse uno dei periodi più belli della sua vita. Tornato a Venezia il suo talento è ampiamente riconosciuto grazie all’inizio del sodalizio fraterno con il direttore della Galleria internazionale d’Arte moderna di Venezia, Nino Barbantini.
Nel 1912 un secondo viaggio a Parigi segna l’inizio dei suoi problemi. Si ritiene che qui abbia contratto la sifilide: un male non capito e mai curato, caratterizzato da gravi effetti degenerativi particolarmente distruttivi per un pittore: la progressiva perdita della vista. Ma soprattutto, tornato da Parigi, la notizia della fuga della moglie Bice con lo scultore Oreste Licudis lo spingerà ad uno stato di profonda frustrazione, aggravando le condizioni di un animo già molto fragile, turbato da diversi traumi familiari.
La prigionia
La vita di Rossi peggiora quando nel 1916 viene richiamato alle armi. Fatto prigioniero, è condotto in un campo di prigionia. La permanenza in quel luogo non fa che aggravare la sua condizione psichica. I sintomi (deliri e allucinazioni) verranno erroneamente ritenuti sintomi di malattia mentale, la schizofrenia, trascurando le origini legate alle lesioni celebrali connesse all’infezione luetica.
Liberato, la vita del pittore è ormai sconvolta, la percezione della realtà è filtrata da una mente spezzata, stravolta, e minata dai disturbi della percezione visiva quasi costanti. Va a vivere con la madre in una casa isolata sulle pendici del Montello, aumentando il distacco dalla realtà. Vita e arte finiscono per identificarsi in una visione unica trasfigurata.
Tra le colline
Il silenzio di quelle colline tormenta così tanto l’animo di Rossi che nel 1926 viene ricoverato nel manicomio Sant’Artemio di Treviso. L’artista entrerà e uscirà dal manicomio per vent’anni, fino all’ultimo ricovero, dove dipingerà l’ultimo quadro Il cortile del manicomio, e dove morirà il 16 dicembre 1947.
L’errore di guardare ad un’artista affetto da disturbi psichici ponendo al centro della critica la malattia spesso vizia il giudizio che viene espresso. Per i più sbrigativi tutto si riduce agli effetti della patologia, e la superficialità porta all’esclusione dell’artista dalla canonica storia dell’arte. Sottraendo così, ai più, alte testimonianze di arte. Dentro i quadri di Rossi oltre i colori squillanti dei fauves, le linee morbide e sinuose di Matisse, vive la forza evocativa del segno che emerge da alcuni paesaggi di Van Gogh, ma anche le ricerche cubiste sulla forma, soprattutto dopo il periodo di prigionia.
Ne Il cortile del manicomio prevale un’attenzione particolare al segno, alla forma del disegno. Ben lontana è la predilezione del colore come definizione della forma tipica della sua produzione precedente. La tela percorsa da segni neri, morbidi o spigolosi, è l’ultima opera di Gino Rossi.
- Il cortile del manicomio. Ultima opera di Gino Rossi
Scritto da Maria Riccardi, Laureata in Beni e Attività culturali all’Università degli Studi di Perugia. Specializzanda in Storia dell’arte all’Università degli Studi di Torino.
Riferimenti bibliografici
A. Chiades, Vita di Gino Rossi, Vicenza 2006
M. Gauderzo, C. Scala, Gino Rossi la nostra passione, Asolo 2010
A. Accatino, Outsiders, Firenze-Milano 2017





