Skip to main content

La rassegnazione come identità

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (At Eternity’s Gate) è un film del 2018 per la regia di Julian Schnabel e con protagonisti Willem Dafoe, Mads Mikkelsen, Oscar Isaac ed Emmanuelle Seigner. Il film narra gli ultimi anni della travagliata vita dell’artista Vincent Van Gogh ad Auvers-sur-Oise, un paese della Francia che sarà grande fonte d’ispirazione per le sue opere ma anche luogo di isolamento e perdizione. È descritto, in particolar modo il rapporto quasi di dipendenza che lo lega al fratello minore Theo, noto mercante d’arte; un rapporto, da parte di quest’ultimo, basato sull’accudimento (seppur a distanza) di Vincent, cui riconosce grandi doti artistiche e un animo fragile e complesso.

Descrive, inoltre, la profonda amicizia che nutriva verso il collega Paul Gauguin nei confronti del quale non tollererà il distacco tanto da tagliarsi un orecchio e incorrere in un ricovero psichiatrico. Il film, è a tratti crepuscolare e con profondi e rilevatori silenzi, concede spazio alla performance del pittore e ai suoi momenti creativi, coinvolgendo lo spettatore nella pittura di un’opera composta a quattro mani. Si respira un senso di rassegnazione, da parte del protagonista e di chi gli è accanto, nei confronti di un destino che appare, ineluttabilmente, essere volto all’autodistruzione. Gli eventi turbolenti, di quando Van Gogh è ancora in vita, sembrano quindi far parte di un gioco del dare-avere della sua esistenza per raggiungere un meritato, ma purtroppo tardivo, riconoscimento nel mondo dell’arte.

 

La dipendenza con le figure maschili

Emerge prepotente il forte bisogno di approvazione e vicinanza che Vincent ha nei confronti degli uomini della sua vita, dal fratello che lo stringe a sé con disperazione lucida su un letto spoglio e freddo, all’amico Paul Gauguin da cui trae ispirazione, conforto e frustrazione insieme. I commenti del suo pubblico inesistente saranno il filo conduttore della sua breve vita, come l’affetto incondizionato degli uomini cui lui era tanto vicino e per i quali provava una strana fascinazione. Vincent guarda a sé con irrequietezza e incomprensione, travolto dall’incapacità di trovare una spiegazione alla sua arte, senza mai contraddire quella degli altri. Il fratello, innamorato della figura fragile e infantile del pittore, ma prorompente e travolgente allo stesso tempo, non si tira mai indietro e sostiene Vincent fino alla fine, credendo in lui dinnanzi ad ogni difficoltà.

Non vi sono accenni alla figura paterna che tuttavia sembra essere ciò che manca e che ha lasciato un vuoto che Vincent colma attraverso gli sguardi di ricercata approvazione delle figure maschili. Le donne sono avvolte da un manto di mistero e paura. Vincent sembra temerle e allo stesso tempo desiderarle, come se fossero frutti proibiti che non possono essere immortalati neanche sulla stessa tela. Questo bisogno di approvazione non impedisce, tuttavia, al pittore di fare le sue scelte e di essere come egli desidera, rendendo la sua arte prolungamento del sé. La natura onnisciente e i toni scolpiti sulla tela fanno dell’arte di Van Gogh la sua forza e la sua unicità. Nonostante la forte paura e la dipendenza dalle figure che egli considerava forti, egli stesso restituisce alla fine l’immagine di un uomo che conosce se stesso e la sua arte ed ha il coraggio di mostrarla al mondo.

 

Dipingere per chi ancora non esiste

Il regista mostra nel film il mondo osservato attraverso gli stessi occhi del pittore con inquadrature in perenne movimento, caotiche e spesso sfocate; una visione tale da rendere chiara la sensazione di estraniazione dal mondo circostante da parte dell’artista e un distacco nell’esame di realtà tale da far percepire allo spettatore tutta la sua inquietudine. Nonostante la pazzia, nel film arriva prepotente la consapevolezza, ormai finale, che le sue opere non sono comprese non perché brutte, così come alcune critiche gli vogliono far credere, ma perché forse dipinte in anticipo e per qualcuno che ancora non c’è. È lo stesso Van Gogh nel film ad affermare che forse sta dipingendo per qualcuno che ancora non esiste. Le sue opere saranno, infatti, capite e valutate nella loro originalità e bellezza solo molti anni dopo la sua morte. Un ragionamento che lo rende quasi lucido, oltre la sua follia e sofferenza. Un uomo (e un artista) che nascerà solo dopo la sua stessa morte e dopo questa sarà finalmente apprezzato.

 

Scritto da Elena Cabras & Valeria Saladino