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Atei e credenti in terapia

Lo psicoanalista Maurizio Montanari riporta le proprie impressioni sui pazienti e il loro rapportarsi all’esistenza di Dio, nel caso siano essi credenti o meno. Lo fa in un articolo su ilFattoQuotidiano.it e riporta come abbia riscontrato differenze sostanziali ad affrontare, e assorbire, i colpi che la vita mette sul cammino di un essere umano, tra gli atei radicali e chi invece è guidato da una fede incrollabile. Vivere con o senza Dio al proprio fianco porta, inevitabilmente, ad una visione del mondo completamente diversa. Gli atei si affidano ad una fede incondizionata nelle virtù razionali dell’uomo. Connessa a questa fede c’è una forte dose di cinismo, convinti come sono che l’uomo contenga in sé le doti che permettono di sopportare, ed affrontare, ogni ostacolo della vita. Non avvertono la necessità di affidarsi ad entità che non siano razionalmente spiegabili, anche quando hanno ricevuto colpi tremendi dal destino e il dubbio ha fatto vacillare la forza di credere in sé.

Quando raccontano ciò che gli è accaduto, lo giustificano con le infinite combinazioni di variabili a cui si è esposti fin dal momento della propria nascita. In merito a questa concezione, lo psicoanalista riporta la considerazione di un paziente, la cui famiglia era stata decimata a causa di un incidente stradale: “La mia vita ha perso ogni prospettiva”. Chi non crede è soggetto alla depressione, all’angoscia, alle cadute del tono dell’umore che riconoscono come elementi facenti parte dell’essere umano. Accettano di assumere lo psicofarmaco, anche se non credono ad una risoluzione chimica del loro tormento, ma lo sanno usare come un supporto. A volte capita che desiderino di farla finita, evitando di appellarsi a colpe altrui o lamentele legate a determinati andamenti della vita, ma semplicemente perché è finito il carburante che alimenta il loro spirito. Nel caso di un gesto estremo, come il suicidio, non sono vincolati dal pensiero di commettere peccato, in quanto non credono in un ente superiore giudicante.

 

Quando lo psicanalista è un credente

L’ateo è consapevole di essere un portatore di un rischio esistenziale congenito, e se ne assume ogni responsabilità. Dalla parte diametralmente opposta troviamo i credenti convinti. La fede che li guida gli permette di sostenere vite molto dure, sempre con un piglio deciso, poiché assolutamente certi di essere solo di passaggio in questa vita terrena e meritevoli di beatitudine per quella che li attenderà in cielo. A differenza degli atei, il senso del peccato è un grosso freno nei confronti dell’intento suicidario. Montanari ha scritto di avere accolto nel suo studio pazienti a cui restavano pochi mesi di vita, e quest’ultimi erano sereni perché convinti di andare a ricongiungersi con i cari estinti. Altri hanno perso, nel giro di un breve lasso di tempo, lavoro e famiglia, ma non hanno mai smarrito la fede in un Dio.

E proprio questo Dio è il mandante del progetto in cui si sentono inseriti, dove certi drammi sono vissuti come prove da affrontare, insieme alle gioie, e che nell’aldilà tutte le trame intricate del proprio vissuto saranno rischiarate. La situazione diventa più critica quando i pazienti trovano Dio già presente nello studio del loro terapeuta. Lo psicoanalista non è un padre confessore, deve tenere fuori le sue convinzioni dal percorso terapeutico di un paziente. Questo non va ad intaccare minimamente i personali convincimenti religiosi. Molti psicoanalisti sono credenti, ma esiste un limite tra umano e professionale il quale è costantemente messo alla prova e che deve essere verificato, altrimenti la propria fede andrà ad alterare le funzioni dell’analista. Quest’ultimo, per assolvere alla sua funzione, deve essere collocato in una zona umbratile e non alla luce di personali convinzioni che andrebbero ad influenzare il rapporto con il paziente.

 

Chiedere direttamente al paziente se Dio esiste

Montanari ha scritto di aver conosciuto colleghi che hanno dichiarato di aver riscoperto un senso religioso dopo essere diventati genitori. Hanno ritrovato Dio nella sua capacità di procreare. Il pensiero di Montanari va a quelle pazienti che non hanno potuto avere figli e magari si ritrovano in analisi con qualcuno che reputa un figlio un dono divino. Per questo motivo, Montanari, reputa un errore tenere appeso un crocefisso nello studio. Quando è nata sua figlia lui non si è sentito un prescelto o toccato dalla mano del Signore, ma semplicemente fortunato a dispetto di tante storie di maternità e paternità desiderate e poi divenute anticamera del buio. Dopo aver avuto in cura il melanconico, portatore di sofferenza pura e indicibile, lo psicotico che perde progressivamente la voglia di lottare contro le visioni notturne, la madre che ha perso il figlio Montanari ha capito di dover chiedere direttamente al paziente se Dio esiste o meno.

La fede ha un ruolo fondamentale nella vita delle persone, che esse credano o meno, e all’interno di un percorso terapeutico questo ruolo si palesa in modo evidente. La considerazione che nasce, di primo impatto, è quella di affermare che la vita per gli atei è molto più dura rispetto a chi possiede una fede religiosa. Il non credente mette tutto sulle proprie spalle, si sente pienamente responsabile di ciò che gli accade e i drammi, e le gioie, sono vissuti come definitivi, non sono prove per meritare il paradiso ma facenti parte dell’ineluttabilità della vita, destinata a iniziare e finire esclusivamente sulla Terra. Per il credente, sottoposto a sventure, tutto ha senso perché circoscritto in un disegno divino e anche la prova più ardua sarà ricompensata da chi tutto ha creato.

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV