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Anatomia dei lobi frontali

Le sindromi disesecutive dipendono molto spesso da lesioni dirette a carico dei lobi frontali. Tuttavia, può anche succedere che le lesioni siano presenti in altre aree del cervello ma che in ogni caso, le persone manifestino dei sintomi simili a quelli riscontrati a seguito di lesioni frontali o prefrontali. In questi casi, si verifica il fenomeno della diaschisi. I motivi che possono portare al verificarsi di queste condizioni sono innumerevoli, tra questi vi sono: traumi cranici, tumori, problemi circolatori, deterioramenti cognitivi, ma anche motivi più blandi, quali carenze alimentari, HIV o condizioni più o meno transitorie. Per questi motivi, è utile, oltre ad accertamenti radiologici, effettuare una valutazione neuropsicologica.

I lobi frontali sono fondamentali nella regolazione del comportamento e nelle funzioni cognitive, in particolare, le aree prefrontali ossia le aree frontali più anteriori. Queste aree rispetto alle altre hanno un incremento delle connessioni, come dimostra una maggior presenza della sostanza bianca (Smaers et al., 2011). La morfologia dei lobi frontali è molto complessa, per questo sono descritte le tre regioni che li compongono: laterale, orbitaria e mediale. Ovviamente, la divisione è fatta per semplificarne la descrizione. È complesso studiare le aree prefrontali, ossia le aree associative multimodali. Mentre è più semplice studiare le aree motorie e premotorie.

Per semplificare la comprensione delle aree prefrontali si è preferito suddividerle in tre regioni: laterale, orbitaria e mesiale (Elliott, 2003). La corteccia prefrontale, che si trova nella superficie laterale, svolge un ruolo fondamentale nei compiti di ragionamento, nel controllo del comportamento volontario e nella manipolazione d’informazioni spaziali e verbali. La superficie mesiale regola il comportamento, le emozioni, la motivazione ed è importante nell’elaborazione d’informazioni conflittuali. La superficie orbitaria serve per prendere decisioni che sono finalizzate a uno scopo. Inoltre, recenti studi dimostrano che la corteccia frontale si attiva anche nella comprensione di stati mentali altrui ossia le attività metacognitive (Bosco et al., 2017).

 

Le funzioni dei lobi frontali

I lobi frontali svolgono innumerevoli attività superiori e questo è dovuto al fatto che sono connessi con tutto il cervello. Tali connessioni non avvengono soltanto tramite le connessioni frontocorticali ma anche attraverso le connessioni frontosottocorticali. La corteccia prefrontale laterale è coinvolta nello svolgimento dei compiti esecutivi, tra cui: pianificare, avere una buona flessibilità cognitiva e capacità astrattive. Inoltre, aiuta a mantenere, utilizzare e manipolare le informazioni attinenti al compito per poterlo pianificare. Questo implica la capacità di modificare il proprio comportamento se e quando necessario. Ulteriormente, la corteccia prefrontale è coinvolta nel riconoscimento percettivo, nelle abilità visuospaziali e nel linguaggio. Anche le capacità di working memory, dipendono dalla corteccia prefrontale. Si è, a tal proposito, aperto un dibattito per capire dove si trovi la memoria di lavoro e c’è chi ritiene che sia coinvolto tutto il cervello, mentre altri ritengono che sia coinvolta solo la corteccia laterale (Goldman-Rakic, 1990; Fuster, 1990).

Con il termine working memory o memoria di lavoro si indica la capacità di manipolare le informazioni che servono per svolgere le attività. La working memory è coinvolta in compiti di pianificazione (Koechlin et al., 2000) e nei compiti di decision making (Bechara, 2004). Inoltre, si ritiene che le aree prefrontali laterali svolgano un ruolo importante nel controllo attenzionale mentre la regione orbitale è coinvolta nei processi definiti caldi, cioè quando la persona è spinta a mettere o a non mettere in atto un comportamento. La decisione che la persona prende ha l’obiettivo di ottenere rinforzi ed evitare punizioni (Glascher et al., 2012). La parte laterale della corteccia orbitofrontale si attiva quando la persona deve esercitare un controllo inibitorio. Invece, le parti caudale e posteriore della divisione laterale sembrano essere importanti per integrare l’aspetto emotivo e quello decisionale (Bechara, 2004).

 

I possibili deficit cognitivi in presenza di lesioni frontali

Si parla di sindromi disesecutive, usando il termine al plurale perché le manifestazioni possono essere eterogenee. La persona a seguito di lesioni frontali, non è in grado di interagire con l’ambiente, cioè non è in grado di adattarsi funzionalmente. In altri termini, non è capace di mettere in atto delle strategie, di pianificare il proprio comportamento per raggiungere degli obiettivi. Oltre a ciò, può avere anche delle alterazioni affettive, comportamentali e in generale possono esserci dei cambiamenti di personalità. Questi pazienti pur mantenendo integre le varie abilità (percettive, linguistiche e motorie) non riescono a usarle in modo corretto, per adattarsi funzionalmente all’ambiente e finiscono, per non saper rispondere in maniera consona alle richieste ambientali e sociali. A seguito di lesioni frontali, le persone possono risultare facilmente distraibili, possono essere incapaci di svolgere più attività contemporaneamente o potrebbero anche non essere capaci di portare a termine un compito lungo, in questo caso vi sarebbe un deficit dell’attenzione sostenuta. Potrebbero, inoltre, anche essere presenti disturbi di memoria, disturbi spaziali o disturbi comportamentali che possono compromettere nel tempo l’equilibrio familiare.

Tuttavia, a seguito del deficit attentivo di livello importante, la persona potrebbe non essere sottoponibile alla somministrazione di eventuali test. È comunque importante eseguire una valutazione completa e provare a identificare le difficoltà specifiche che le persone colpite riscontrano, anche con il coinvolgimento dei loro familiari nel processo valutativo. Fare un’attenta valutazione e agire tempestivamente può aiutare adincrementare le possibilità di un eventuale recupero (Grossi et al., 2013).

 

 

 

Riferimenti bibliografici

Bechara, A. H. (2004). The role of emotion in decion making: evidence from neurological patients with orbitofrontal damage. Brain Cogn., 55 (1).

Bosco, F.M., Parola, A., Sacco, K., Zettin, M., Angeleri, R. (2017). Comunicative-pragmatic disorder in traumatic brain injury: the role of theory of mind and executive functions. Brain Lang. DOI:10.1016/j.bqndl.2017.01.007.

Fuster, J.M. (1990). Behavioral electrophysiology of the prefrontal cortex of the primate. Prog Brain Res, 85.

Glascher, J., Adolph, R., Damasco, H., Bechara, A., Rudrauf, D., Calamia, M. et al. (2012). Lesion mapping of cognitive control and value-based decision making in the preforntal cortex. Proceedings of the national academy of sciences, 109 (36).

Goldman-Rakic, P.S., (1990). Cellular and circuit basis of working memory in prefrontal cortex of nonhuman primates. Prog Brain Res.

Grossi, D. & Trojano, L. (2013). Neuropsicologia dei lobi frontali. Sindromi disesecutive e disturbi del comportamento. Il Mulino: Bologna.

Koechlin, E., Corrado, G., Pietrini, P. & Grafman, J. (2000). Dissociating the role of medial and lateral anterior prefrontal cortex in human planing. National acad sciences.

Smaers, J.B., Steel, J., Casa, C.R., Cowper, A., Amunts, K., Zilles, K. (2011). Primate prefrontale cortex evolution: human brains are the extreme of a lateralized ape trend. Brain behav Evol., 77 (2). DOI:10.1159/000323671.