Un vissuto turbolento
L’espressione artistica porta inevitabilmente i segni del vissuto di un artista. Ogni opera conserva un qualcosa che parla dell’autore: sia esso un dettaglio figurativo o formale, o un tema affrontato in diverse versioni. Chi osserva i dipinti di Artemisia Gentileschi, riconosciuta oggi tra i più eminenti pittori del barocco italiano, può carpire nelle figure femminili una spia del trascorso della pittrice, con riferimento specifico alla violenza carnale subita in giovanissima età.
Artemisia, nata a Roma nel 1593, è figlia di Orazio Gentileschi, artista esponente della scuola caravaggesca. Da lui la ragazza eredita il talento pittorico che ha modo di coltivare e maturare proprio nella bottega del padre. Nel 1610 Orazio chiede al suo amico pittore Agostino Tassi di dare ad Artemisia lezioni di disegno. L’anno dopo la giovane subisce violenza sessuale da parte del suo maestro, ma solo nel 1612 l’atto verrà denunciato dal padre alle autorità.
Il processo e la condanna
Durante il processo Artemisia è sottoposta a procedure umilianti e a vere torture fisiche per testare la veridicità delle sue dichiarazioni. La sentenza condanna Tassi all’esilio per la diffamazione di Orazio Gentileschi, la deflorazione di Artemisia e la corruzione dei testimoni. In quanto ormai non più vergine, Artemisia è costretta a un matrimonio riparatore a Firenze; dopo una vita addolcita dall’amore delle due figlie e dai lavori a Venezia, Londra e Napoli la pittrice morirà nel 1653.
Alcuni elementi da chiarire: a quel tempo un uomo poteva rimediare all’offesa prendendo in sposa la donna violentata, per questo Orazio sporge denuncia solo quando realizza che Tassi non avrebbe sposato Artemisia. Inoltre, le donne non potevano ricorrere alle vie giudiziarie autonomamente, perché era prerogativa dell’uomo a cui appartenevano. Come è facile intuire la notizia del processo per stupro genera numerose dicerie, tutte diffamazioni nei confronti di Artemisia che, sebbene sia stata riconosciuta la colpevolezza di Tassi, non si libererà facilmente dell’immagine di donna dai facili costumi.
Donne protagoniste
A 17 anni Artemisia realizza Susanna e i vecchioni (1610), dove racconta l’episodio biblico contenuto nell’Antico Testamento: la babilonese Susanna, mentre si appresta a fare il bagno, è raggiunta da due uomini che la incitano a concedersi a loro, pena l’accusa di adulterio e la conseguente condanna a morte. La donna pur di non cedere il suo corpo accetta la falsa accusa, che verrà poi smascherata. La Susanna di Artemisia si ritrae dai due uomini che vogliono approfittarsi di lei, respinge le loro avances voltando la testa e coprendosi con una mano. Il soggetto è un pretesto per la pittrice per raccontare le vessazioni che le donne sono costrette a subire. E le racconta tramite il timore, la vulnerabilità e la paura che percorrono il volto di Susanna. In molti leggono in quest’opera già dei segnali di quanto stava subendo l’artista.

Susanna e i Vecchioni, Artemisia Gentileschi, 1610
Durante il processo Artemisia lavora al celebre quadro Giuditta decapita Oloferne (1612-1613).

Giuditta decapita Oloferne, Artemisia Gentileschi, 1612-13
Il fulcro drammatico dell’opera è occupato dalla testa riversa di Oloferne: dal collo reciso schizza il sangue che cola sulle lenzuola candide del letto. Giuditta è aiutata dall’ancella, che con vigore trattiene il generale assiro. Il tema è trattato con un’accentuazione degli aspetti violenti, enfatizzati dallo studio naturalistico delle ombre e delle luci volto a suscitare effetti estremamente suggestivi. La resa di Artemisia supera in efferatezza le versioni caravaggesche del soggetto: La Giuditta e Oloferne (1597 ca.) di Caravaggio è piuttosto passiva, le emozioni sono concentrate tutte sull’uomo. Quella di Artemisia (soprattutto quella della seconda versione) è determinata e concentrata, prende Oloferne per i capelli, affonda con forza il coltello nella carne. L’uomo è sottomesso dalle braccia robuste delle due donne, che uccidono con addosso gioielli e vestiti eleganti dai corsetti stretti. Se in Susanna e i Vecchioni la figura femminile è una vittima, qui agisce e vendica con coraggio il suo popolo.

Giuditta e Oloferne, Caravaggio, 1597 ca.

Giuditta decapita Oloferne, Artemisia Gentileschi, 1620 ca.
Riscoprire Artemisia
Il tema della condizione della donna ricorre nell’opera di Artemisia, che racconta di donne con pochi diritti e tanti doveri, di donne considerate esseri deboli con l’obbligo di essere pie e esseri inferiori. Si pensi che lo stupro doveva essere denunciato dall’uomo perché era considerato un’offesa a lui e non alla donna vittima. Tutto questo costituisce un tema che lei sente da vicino e che dunque può trattare in maniera accurata, trasmettendo la visione femminile degli eventi. Non era così comune all’epoca perché non c’erano molte donne artiste, o comunque non con il coraggio e la sua determinazione. Artemisia era molto talentuosa: è la prima a ricevere l’onore di entrare a far parte della prestigiosa Accademia del Disegno di Firenze, le viene concesso un riconoscimento che è stato fino a questo momento riservato agli uomini. Come pittrice ha ottenuto commissioni da importanti famiglie fiorentine e Galileo Galilei nutriva grande stima per lei.
Per troppi anni Artemisia Gentileschi è stata nota per essere stata vittima di uno stupro e le sue opere sono state lette soprattutto tenendo come riferimento questo aspetto, tralasciando le doti artistiche e stilistiche della pittrice. Si era frettolosi nell’esprimere il giudizio: le scene bibliche spesso brutali erano ricondotte alla voglia di vendetta della violenza subita, la critica riconduceva la sua opera alle sue vicende personali. Molti hanno sostenuto che non sarebbe diventata artista se non fosse per quanto accaduto con Tassi. Sicuramente l’episodio ha influito, ma non si può prescindere dalla sua persona. Artemisia è diventata una donna forte. La sua indole e il suo temperamento le hanno permesso di superare lo stupro, il processo diffamatorio affrontato sempre a testa alta e poi di cercare una rivendicazione tramite la sua carriera artistica. Non si deve dimenticare che Artemisia Gentileschi era prima di tutto una “pittora” di grande talento.
Riferimenti bibliografici
Vreeland, S. (2002). La passione di Artemisia. Vicenza: Neri Pozza.
Agnati, T. (2001). Artemisia Gentileschi. Firenze: Giunti.




