Dal 21 settembre 2018 – 20 gennaio 2019 si svolge al Palazzo Strozzi di Firenze la mostra dedicata a Marina Abramović, performer e artista che ha dedicato la sua vita alla ricerca di sé e dell’altro.
Non conta il risultato ma il processo
Marina Abramović è un chiaro esempio di arte che sposa la performance, infatti l’ideologia che muove questo tipo di espressione artistica è che non sia il risultato a fare la differenza ma il processo. Marina è la prima artista donna protagonista della mostra a Palazzo Strozzi, a Firenze. Una mostra dedicata ad una retrospettiva sulla controversa artista che ha fatto palare di sé per le sue performance più volte definite “masochiste” e poco conformi all’arte come la conosciamo. L’arte di Marina è parte integrante della sua vita e viceversa, la sua biografia tinge e colora di diverse sfumature la sua evoluzione e il suo cammino artistico.
I primi lavori
Tutto inizia dalla serie di dipinti Truck Accident (1963) e Clouds (1965-1970) che rappresentano incidenti di camion e nuvole somiglianti a noccioline appese. Già da queste prime produzioni giovanili negli anni in cui Marina studiava all’Accademia delle Belle Arti di Belgrado, emerge la forte complessità dei sui lavori e della sua ideologia astratta e introspettiva dell’arte, la visione di un’artista cresciuta nella Jugoslavia comunista. Nel 1968 comincia a sperimentare studiando presso lo Studentski Kulturni Centar di Belgrado cercando di realizzare progetti artistici astratti che prevedevano il coinvolgimento dell’esperienza sensoriale.
Sotto l’influenza di eminenti artisti dell’epoca Marina comincia a dar vita alle sue performance, abbandonando così le altre forme di arte e sperimentando attraverso il suo corpo ogni tipo di esperienza, alcune al limite. Una delle opere che confluisce nella più evoluta costruzione del proprio linguaggio artistico è la serie Rhythm (1973-1974) in cui l’artista si sottopone a prove fisiche e psicologiche coinvolgendo in maniera diretta il pubblico che diviene da allora il suo principale medium di comunicazione ed espressione artistica. Così Marina definisce la sua esperienza:
Ho la libertà, in quanto artista, di fare ciò che voglio. Ho la libertà di fare arte con la polvere se voglio […] Da bambina introversa quale ero, non pensavo di poter stare davanti a un pubblico. Ma quando l’ho fatto, la piccola povera Marina è scomparsa e ha lasciato spazio alla nuova Marina, quella che può fare tutto, una sensazione senza limiti e confini […] Poi mi è arrivata l’energia del pubblico che ho ritrasmesso al pubblico […] Avevo trovato il mio medium e non potevo più farne a meno.
Rhythm, “se non si gioca non si vince”
Nei lavori della serie Rhythm realizzati fra Italia e Jugoslavia, Marina fa spesso uso di oggetti pericolosi e si sottopone a prove fisiche e psicologiche in cui coinvolge anche il pubblico. In Rhythm 0 crea un’atmosfera di martirio in cui al pubblico è concesso di fare di lei ciò che vuole con a disposizione 72 oggetti ed un’unica istruzione: lei è il soggetto artistico su cui operare. Il pubblico ha a disposizione 6 ore di tempo e tra gli oggetti vi è anche una pistola con un proiettile. Questa opera fu realizzata a Napoli nel 1974 e descrive il processo ideologico che Marina ha dell’arte, ella ripone la sua fiducia nel pubblico, mettendo da parte le sue paure e assumendosi il rischio, divenendo ella stessa portatrice della paura che alberga in ognuno di noi, ed inoltre vi è la curiosità e il bisogno di conoscere fino a dove le persone possono spingersi, in quale atrio nascosto della loro psiche.
Poiché se non si gioca non si vince, in un’altra opera Rhythm 10 Marina realizza una composizione musicale attraverso le registrazioni sovrapposte del così definito “gioco del coltello”, che consiste nel posizionare la mano aperta su una superficie piana e nel conficcare la punta del coltello negli spazi vuoti che si inframmezzano fra un dito e l’altro assumendo una velocità sempre maggiore. Ogni volta che si tagliava Marina cambiava coltello. Smise quando riuscì a non ferirsi più e sovrappose le varie tracce audio di questo gioco creando un ponte fra passato e presente, le tracce erano unite dall’errore umano. La filosofia sommersa di tale performance racchiude il pensiero in base al quale non si va avanti senza sbagliare e si sbaglia per imparare, questa musica fatta di suoni contrapposti regala al pubblico una sinfonia che descrive la storia di ognuno di noi, la paura viene servita su un piatto d’argento.
Imponderabilia
Nel 1975 Marina incontra la sua metà artistica, Ulay, con il quale inizia una vita simbiotica. I loro corpi, il tempo e i suoni diventano il loro materiale artistico. Una delle performance più note è Imponderabilia, realizzata nel 1977. In questa performance i due si misero nudi uno di fronte all’altro presso la Galleria d’Arte Moderna di Bologna mimando gli stipiti della porta, facendo in modo che il pubblico per potere accedere al museo passasse fra i due corpi nudi.
Un’altra serie di performance realizzate insieme è Relation, una serie di opere in cui i due si trasformavano in un unico essere condividendo l’uno per l’altra intensa fiducia ed energia, contemporaneamente trasmessa allo spettatore. In Rest Energy (1980) Ulay tende la corda di un grosso arco puntando una freccia dritta al cuore di Marina, la quale reggeva con una mano l’arco, se Ulay avesse mollato la presa Marina avrebbe potuto trovarsi con il cuore trafitto. La performance durava quattro minuti.
Il rapporto con la morte e con la guerra
Nelle sue performance Marina si confronta con la paura della morte veicolando un messaggio al pubblico che racconta il desiderio di spingersi oltre e apprezzare la vita, smettendo di pensare che sia infinita. Marina affronta queste paure sfidandole e lascia emergere la tristezza e il disgusto per la guerra che ha affitto il suo paese. In Cleaning the Mirror I l’artista strofina con una spazzola uno scheletro umano, mimando un vero e proprio rituale simile a quelli in uso presso i monaci tibetani, da lei frequentati per un lungo periodo. In questa performance lo scheletro non si pulisce ma è lei a sporcarsi sempre di più. In Cleaning the Mirror II interagisce sempre con uno scheletro umano che rappresenta il proprio doppio e il rapporto fra vita e morte. L’artista è sdraiata sul pavimento con uno scheletro posato sopra il corpo e ad ogni suo respiro corrisponde un respiro dello scheletro.
L’uso delle ossa nelle sue performance si vince anche nella rappresentazione del suo paese natale con Balkan Baroque (1977), in cui stava seduta sul pavimento su una catasta di ossa di animale sanguinolente e le strofinata per quattro giorni per sette ore al giorno fino a che non fossero divenute pulite, mentre su due schermi alle sue stalle venivano proiettate le immagini delle interviste al padre alla madre. Quest’opera per Marina rappresenta un monito contro tutte le guerre.
2010, The Artist is Present
The Artist is present e una delle più conosciute opere di performance art. Nel 2010 Marina realizzò questa performance al MoMA di New York in cui ogni giorno fissava negli occhi tutti gli spettatori che decidevano di sedersi di fronte a lei. Questo scambio intenso di sguardi ed energia produceva reazioni diverse sia nell’artista che nel pubblico. Marina passò così 736 ore e 30 minuti muta ed immobile nutrendosi solo di emozioni regalate dal pubblico.
2018 Marina trascorre alcuni giorni a Firenze per allestire la sua mostra al Palazzo Strozzi.
Vai alla pagina dell’evento
- Marina & Ulay. Imponderabilia, 1977
- Marina & la meditazione con i monaci tibetani.
- Marina & Ulay. Rest Energy, 1980.
- Marina. Cleaning The Mirror II, 1995.
- Marina. The Artist is Present, 2010.
- Re-performer Cleaning The Mirror I, 2018.









