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L’arte come fonte iconografica

Spesso l’arte si rivela un’utile fonte iconografica per la ricerca storica, che attinge alle rappresentazioni figurative per poter ricostruire avvenimenti, fatti, abitudini e molto altro della storia passata. Allo stesso modo i documenti pittorici sono degli ottimi strumenti di cui si servono l’antropologia culturale e la psichiatria per studiare le diverse percezioni che l’uomo ha avuto della malattia mentale nel corso dei secoli. Nel Medioevo i disturbi psichici erano considerati generalmente come il frutto di possessioni demoniache, che erano una sorta di punizione inflitta all’uomo peccatore. Le malattie nervose erano imputate a cause soprannaturali che provocavano l’alterazione della personalità e dell’aspetto fisico. Per questo motivo la cura alla follia non poteva che consistere in un esorcismo. In molte raffigurazioni xilografiche medievali ricorrono episodi di questo tipo: dalla bocca del malato-posseduto fuoriescono piccoli demoni neri alati, simbolo della forza diabolica che è autrice della follia.

Dal punto di vista formale durante il Rinascimento la resa sintetica e allegorica ha ceduto il posto a un’osservazione nuova dei reali effetti della possessione sul corpo dell’uomo. Quella che è stata definita “icona demoniaca” scompare pian piano e viene sostituita dalla rappresentazione del comportamento dell’ossesso, come hanno avuto modo di notare i medici neurologi Jean-Martin Charcot (1825-1893) e Paul Richer (1849-1933). Questi hanno condotto uno studio psichiatrico sulle testimonianze artistiche del passato – miniature, disegni, affreschi, incisioni usati come vero materiale clinico – con un’attenzione per gli attacchi isterici, quegli spasmi fisici che erano comunemente visti come la conseguenza della possessione diabolica. Il frutto della loro ricerca è pubblicato nel 1887 ne “Les démoniaques dans l’art” (Le indemoniate nell’arte), che si costituisce come una storia della concezione della nevrosi isterica. Le riflessioni di natura psichiatrica vengono verificate tramite il cambiamento della rappresentazione del comportamento delle indemoniate, individuando nei pittori rinascimentali le migliori espressioni del fenomeno.

Possessione o pietra della follia?

Tra i primi a rappresentare il comportamento realistico di un posseduto è Raffaello nella sua ultima opera La trasfigurazione di Cristo (1520 ca.).

La Trasfigurazione di Cristo, dettaglio, Raffaello, 1520 ca

Nella parte bassa della monumentale tela, in primo piano a destra si svolge una scena concitata: un gruppo di persone gesticolanti e estremamente espressive circonda un giovane ragazzo indemoniato. Raffaello per rendere la sua particolare condizione lo rappresenta con una postura disarticolata, la bocca aperta e gli occhi strabici, riversi verso l’alto: gli occhi ribaltati diventeranno la cifra dei matti posseduti. Il crudo realismo raggiunge notevoli risultati nel Seicento, quando l’osservazione diventerà più inquietante. La Donna posseduta di Rubens ha gli stessi occhi e la stessa bocca spalancata del ragazzo di Raffaello, ma c’è una maggiore ossessione nella resa. La malata inarca la schiena, un movimento che è stato notato frequente nelle isteriche. Attribuito a Rubens è ancora Testa di Ossesso, dove ritorna la somiglianza nei tratti caratteristici.

Donna posseduta, Rubens, s.d.

Accanto alla possessione demoniaca, nell’immaginario collettivo medioevale, in particolare in area fiamminga, si afferma l’idea che la causa dei disturbi delle facoltà mentali fosse da ricondurre alla presenza di una pietra conficcata nel cervello. Per poter guarire il malato era necessario che un medico praticasse un’operazione, come si vede ne L’estrazione della pietra della follia (1494 ca.) di Hieronymus Bosch. Nell’opera si coglie l’intento irrisorio della pratica pseudomedica: in primo luogo l’iscrizione in caratteri gotici recita Meester snyt die Keye ras / Myne name is lubbert das, ovvero “Maestro cava fuori le pietre, il mio nome è bassotto castrato”, che allora significava “credulone” (Varallo 2004, p. 130). Altri segnali della derisione di Bosch sono l’imbuto e il libro, attributi tipici della sapienza, utilizzati in maniera impropria: sono infatti ritratti sulla testa del medico e della donna che assiste alla scena. Ma più di tutto il fantomatico chirurgo estrae dalla testa del paziente un innocuo fiorellino e non una pietra.

L’estrazione della pietra della follia, Bosch, 1494 ca.

 

Il disagio psichico come problema sociale

Quando la percezione del disagio psichico muta, muta anche la sua rappresentazione. I matti si riconoscono come persone affette da una malattia, come protagonisti di una condizione sociale patologica. Inevitabilmente gli artisti attenti alle tematiche sociali osservano queste figure simbolo dell’alienazione. Un interesse nuovo per il dolore, per i deboli e gli emarginati irrompe nel mondo figurativo. Picasso rappresenta Il matto (un acquerello del 1904) come un uomo che vive di stenti e il corpo quasi scheletrico, gli abiti logori raccontano la sua triste condizione di miseria. I riflessi della malattia sono accentuati con la descrizione minuta della gestualità delle mani e delle dita rigide.

Il matto, Picasso, 1904

La stessa idea è resa da Giacomo Balla, che dedica un posto nel suo Polittico dei viventi del 1905 a La pazza. I gesti e la mimica sono drammatizzati coerentemente con la tematica, evidenziata da Balla anche grazie alla posizione in controluce della figura che permette di aumentare il pathos della tela. Intorno al 1919 Soutine dipinge due versioni de La pazza. Anche in questo caso i soggetti sono ritratti per raccontare uno dei tanti aspetti dell’umanità. Unita alla forte espressione cromatica è la distorsione delle forme che caratterizza in generale l’opera di Soutine, che in questo caso carica maggiormente la sensibilità del soggetto, riuscendo a rendere in maniera magistrale il disorientamento. Il pittore stesso, ebreo russo di origini poverissime, conosce bene il significato di una vita di emarginazione e miseria, questo gli permette di affrontare l’alienazione mentale con una finezza singolare. Le figure sono ripiegate su loro stesse, con le spalle incurvate che accentuano anche l’isolamento psichico. Le mani nodose in primo piano riportano ancora l’attenzione sull’espressività delle mani. Nella prima versione una donna con un vestito rosso ha sul volto un’espressione molto curiosa, mentre la donna dal vestito blu del secondo quadro è diversa. Le occhiaie profonde e la postura ricostruiscono una dimensione che si può definire malinconica.

La pazza, Soutine, 1919

 

 

Riferimenti bibliografici

Gilman S.L. (1993). Immagini della malattia: dalla follia all’AIDS. Bologna: Il Mulino

Alessandrini M. (2002). Immagini della follia. La follia nell’arte figurativa. Roma: Edd. Scientifiche Ma.Gi.

Varallo F. (2004).  Bosch. Milano: Skira.

Charcot J.M., Richer P. (1980) Le indemoniate nell’arte (Les démoniaques dans l’art ,1887). Milano : Spirali Edizioni.