Se la misura di contenimento più efficace è il comportamento umano
Il D.P.C.M. del 26 aprile 2020, pur confermando le misure igienico-sanitarie per contenere la pandemia da COVID-19, a partire dal 4 maggio ha consentito la ripresa di diversi settori produttivi. Tuttavia, la riapertura graduale dei flussi di movimento e circolazione potrebbe attivare nuovi fattori di rischio. Il passaggio dal lockdown alla Fase 2 del piano di controllo dell’emergenza sanitaria, rappresenta dunque un momento delicato e complesso. Come si è appreso dalla storia di precedenti pandemie, il pericolo di una seconda ondata di contagi è sempre in agguato. La riapertura, per quanto fondamentale, richiede quindi una grande prudenza. Non essendo ancora disponibili un vaccino o una terapia, il comportamento umano, in particolare il distanziamento sociale, diventa la misura più efficace nella lotta contro la diffusione del COVID-19. Di conseguenza, potrebbe rivelarsi utile in questa fase l’intervento di esperti in operazioni psicologiche (PSYOP). Queste ultime sono di natura applicativa e usano la comunicazione per influenzare il comportamento dei gruppi target. Nell’era dell’informazione le azioni di PSYOP costituiscono uno strumento importante sia in tempo di guerra che di pace.
Con l’espressione “operazioni psicologiche” o “guerra psicologica” si indica un’attività antica quanto la storia dell’umanità. In passato, l’applicazione di manovre psicologiche in guerra ha dimostrato di essere importante quasi quanto l’uso di armamenti. Le azioni psicologiche fanno parte della strategia militare prima, durante e dopo la fase di combattimento. Alessandro Magno perfezionò una tattica psicologica che fu il segreto di molte sue vittorie. Tra le altre cose, egli inviava agenti per diffondere voci e notizie allo scopo di suscitare preoccupazione e demoralizzazione nel nemico. Per riportare un altro esempio, si riteneva che Gengis Khan guidasse enormi orde di cavalieri attraverso la Russia e l’Europa orientale. In realtà, anche il conquistatore mongolo aveva escogitato un efficacissimo piano di guerra psicologica: inviava uomini per diffondere voci che esageravano le dimensioni del suo esercito e ricorreva a manovre rapide delle truppe per confermare l’illusione di numeri invincibili (Narula, 2004). In questo modo egli attaccava l’autostima del nemico incutendogli il terrore di un avversario imbattibile.
Quando le armi sono psicologiche
Durante la Seconda Guerra Mondiale tutte le parti coinvolte fecero un largo uso di operazioni psicologiche. Le trasmissioni radiofoniche si caratterizzarono come uno dei principali mezzi di propaganda. Programmi nella lingua del nemico venivano trasmessi per abbatterne il morale attraverso la diffusione di notizie false e persuadere i soldati a tornare a casa. Le sottigliezze di queste produzioni, rimaste scolpite a lungo nella memoria dei veterani, restano senza pari. Erano note la rubrica dell’annunciatrice nippo-americana “Tokyo Rose” (il cui vero nome era Iva Toguri) e quella di propaganda nazista di “Axis Sally” (soprannome della cittadina americana Mildred Gillars). La BBC ha fatto il più innovativo uso di PSYOP trasmettendo, quando l’invasione da parte della Germania era ormai imminente, lezioni di inglese per i tedeschi. I messaggi venivano attentamente studiati e poi abilmente diffusi attraverso l’insegnamento della lingua. I contenuti facevano riferimento alle disastrose conseguenze per i soldati nazisti qualora Hitler avesse proceduto con l’invasione dell’Inghilterra.
Successivamente, gli Stati Uniti applicarono le operazioni psicologiche in Corea del Sud, all’indomani dell’invasione da parte della Corea del Nord nel 1950. I messaggi venivano diffusi attraverso trasmissioni radio, lancio di volantini e altoparlanti. In Vietnam le PSYOP vennero usate da ambo le parti. La famosa speaker “Hanoi Hanna”, con voce suadente invitava i soldati americani a smettere di combattere e a tornare a casa. Durante la Prima Guerra del Golfo, per le manovre psicologiche vennero sfruttate le innovazioni tecnologiche e le forme di comunicazione multimediale. Gli iracheni provarono a servirsi della voce di “Baghdad Betty” per diffondere messaggi di propaganda e dissuasione diretti alle forze della coalizione. Tuttavia, non essendo supportate dal lavoro di psicologi qualificati né da un’adeguata conoscenza antropologica e psicologica del nemico, queste operazioni irachene non ottennero l’effetto desiderato. Anche nei conflitti post “11 settembre” in Afghanistan e Iraq, è stato significativo l’apporto fornito dalle unità PSYOP.
Le operazioni psicologiche assumono grande significato quando si combatte la minaccia terroristica. Gli attentatori usano la violenza come arma psicologica per atterrire la massa e moltiplicare in tal modo il numero di vittime provocando reazioni irrazionali e primitive. In questa strategia l’attenzione alla comunicazione è di fondamentale importanza per insinuare, a livello più o meno inconscio, la paura. A questo scopo il terrorismo sfrutta sia le possibilità offerte dalla tecnologia sia il classico passaparola per disseminare messaggi allarmanti. Ed è altrettanto importante che la paura destata oltrepassi la misura del pericolo reale. Per raggiungere questo obiettivo i terroristi sfruttano l’immaginazione stessa delle persone, aiutati inconsapevolmente da programmi o testate che ne diffondono il messaggio mantenendo alto il livello di tensione. Per fronteggiare la minaccia del terrorismo è fondamentale quindi tenere conto anche del livello psicologico del conflitto. Le manipolazioni mentali messe in atto vanno pertanto identificate e vanno predisposte contromisure per neutralizzarle.
Le operazioni psicologiche pianificate
Le operazioni psicologiche consistono nell’elaborare e diffondere un messaggio diretto a una popolazione bersaglio. Lo scopo è quello di ottenere un determinato comportamento attraverso la modificazione degli atteggiamenti, agendo sulle percezioni. I gruppi target si dividono in intenzionali e non intenzionali. I primi sono quelli ai quali i messaggi sono diretti, mentre i secondi sono coloro che ricevono comunque il messaggio, ma ai quali gli analisti non avevano pensato. La moderna gestione dei conflitti si suddivide in tre fasi: intervento, stabilizzazione e normalizzazione. Ogni fase è caratterizzata da un’azione principale: la coercizione per la fase di intervento, il mantenimento della sicurezza per la fase di stabilizzazione, l’aiuto per la fase di normalizzazione. Durante la fase di stabilizzazione, le azioni di combattimento sono relativamente limitate rispetto alle azioni di influenza, come le azioni psicologiche (Faucher et al., 2012) La dimensione psicologica di un conflitto è importante quanto la dimensione fisica, e nell’epoca attuale le PSYOP sono diventate ancora più rilevanti.
Le unità di PSYOP usano diversi mezzi per diffondere messaggi alla popolazione. Il tradizionale lancio di volantini e i poster, ad esempio, risultano efficaci in zone a elevato tasso di analfabetismo e a basso sviluppo tecnologico. Altri mezzi possono essere la diffusione di messaggi attraverso gli altoparlanti, programmi radio e tv, comunicazioni verbali faccia a faccia. Nelle aree più progredite possono essere utilizzati proficuamente prodotti multimediali e social media. Questo tipo di mezzi è in grado di sollecitare pensieri, sentimenti e comportamenti nei gruppi target. La comunicazione non verbale, invece (aspetto, comportamento, sfilate) veicola messaggi più istintivi e meno intellettualizzati, più dipendenti dai costumi locali. Questo secondo tipo di mezzo funziona attraverso la soddisfazione di un bisogno, tra quelli espressi nella piramide di Maslow, da parte della popolazione bersaglio (Faucher et al., 2012). Per approntare comunicazioni efficaci, gli specialisti analizzano la realtà sociale e antropologica della popolazione bersaglio, inclusi valori, usi, costumi e tradizioni locali.
Operazioni psicologiche e Fase 2
I provvedimenti restrittivi limitano la libertà personale, ma in cambio di un bene comune: la tutela della salute. Se dunque al momento l’unica misura attuabile per prevenire il contagio è di tipo comportamentale, occorre convincere milioni di persone a rispettare le severe ma necessarie precauzioni. In tal senso, potrebbe risultare vantaggiosa una strategia operativa che abbia degli effetti sul comportamento della popolazione, e questa potrebbe essere un’attività di PSYOP. Sono infatti state e sono ancora troppe le denunce di violazione delle misure di contenimento, di uscite di casa senza motivi di comprovata necessità e riunioni tra amici. La realtà è sicuramente complessa e si possono prevedere danni psicologici nella popolazione dovuti all’isolamento sociale, alla perdita del lavoro, al cambiamento di abitudini. La situazione di infodemia, le teorie del complotto e le fake news, inoltre, benché abbiano una funzione, ingenerano uno stato di confusione. Di conseguenza, esse compromettono l’aderenza alle norme restrittive. Tutto questo va necessariamente a impattare sulla percezione del rischio e sull’allarme sociale.
La predisposizione al rischio è legata a fattori fisiologici, cognitivi e sociali. L’unico modo per influenzare credenze, atteggiamenti e comportamenti per il raggiungimento di obiettivi è strutturare messaggi ad hoc per gruppi specifici: giovani, adulti e anziani. I giovani, in particolare, rappresentano un gruppo target difficile, poiché tendono ad avere una scarsa percezione del pericolo e a esperire sentimenti di invincibilità. Essi vanno continuamente in cerca di nuove sensazioni, tendono a sottostimare il pericolo e a sovrastimare al contempo le proprie capacità. La gestione della percezione del rischio da parte della popolazione è fondamentale, poiché questa influenza gli atteggiamenti e l’aderenza ai comportamenti desiderati. L’obiettivo non è semplice, e il non sapere quando la situazione di emergenza finirà, può essere fonte di frustrazione e rabbia. La comunità deve essere informata sui rischi, ma anche sulle risorse disponibili. Un’efficace comunicazione del pericolo è essenziale per creare un clima di fiducia e ottenere collaborazione.
Scritto da Anna Calabresi, psicologa clinica esperta in Psicologia giuridica, investigativa e criminale, in Psicodiagnostica e in Psicologia delle Dipendenze. Segue da anni le tematiche criminologiche, con particolare riferimento al terrorismo transnazionale di matrice jihadista. Si sta specializzando in Psicoterapia Breve Strategica.
Riferimenti bibliografici
Collins, S. (2002). NATO and Strategic PSYOPS: Policy Pariah or Growth Industry? Journal of Information Warfare, 1 (3), 72 – 78.
Faucher, C., Zacharewicz, G., Hamri, E.M., & Frydman, C. (2012). PSYOPS and CIMIC operations: from concepts to G-DEVS models. Proceedings of the 2012 Symposium on Theory of Modeling and Simulation-DEVS Integrative M&S Symposium, 42.
Fontana, L. (2006). Le operazioni psicologiche militari (PSYOP) la “conquista” delle menti. Retrieved May 16, 2020 from https://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/IlPeriodico_AnniPrecedenti/Documents/Le_Operazioni_Psicologiche_militar_620menti.pdf
Narula, S. (2004). Psychological Operations (PSYOPs): A Conceptual Overview. Strategic Analysis, 28 (1), 177-192.
Simoni, D. (2020). Contro COVID-19 serve una vera e propria PSYOPs Strategy. Retrieved May 16, 2020 from: https://europaatlantica.it/emergenza-coronavirus/2020/04/contro-covid-19-serve-una-vera-e-propria-psyops-strategy/




