Origini e caratteristiche delle street gang
Le street gang sono associazioni formate da individui che spesso hanno la stessa appartenenza etnica e commettono azioni illegali. Nello scenario americano l’origine delle street gang moderne è legata alle migrazioni avvenute a cavallo tra il 1800 e il 1900. Queste aggregazioni si sono evolute, sono diventate molto numerose e hanno assunto caratteristiche diverse. Negli ultimi anni le street gang hanno interessato anche lo scenario europeo, incluso quello italiano. Tuttavia in Europa il fenomeno appare meno grave rispetto alla realtà d’oltreoceano, forse per la minore disponibilità di armi da fuoco e per i livelli inferiori di territorialità (Klein, Weerman & Thornberry 2006). Le street gang operano al di fuori del sistema legale e ai margini della società, agiscono a livello locale, regionale e transnazionale. Le loro attività criminali includono il traffico di droga, il traffico di armi, il furto d’identità. Gli affiliati sono adolescenti che si sentono privati dei diritti civili e frustrati per la loro situazione di vita. Essi entrano nelle gang per soddisfare il desiderio di appartenenza, per l’influenza dei media, per emulazione, per il bisogno di combattere la noia o per cercare un’identità.
Non si può tracciare un profilo unico degli affiliati alle bande di strada ma si possono isolare variabili ricorrenti. In generale, questi ragazzi entrano nelle street gang dietro la spinta di un bisogno primario come quello di sicurezza, di bisogni sociali come quelli di appartenenza e stima, del bisogno di autorealizzazione. Una volta entrati, la gang diventa la loro unica famiglia. Si tratta di un fenomeno complesso che può essere spiegato attraverso un approccio multi-fattoriale che tenga conto del contesto storico, politico e sociale e delle variabili psicologiche. I processi di gruppo, e quindi il contributo della psicologia di gruppo, sono centrali (Decker & Pyrooz, 2015). Luoghi elettivi per il reclutamento sono le scuole, internet e i social media, gli istituti correzionali. Gang come Mara Salvatrucha, Barrio 18, Latin Kings hanno radici americane ma si sono diffuse in Italia grazie alla forte presenza dell’etnia di appartenenza. Le gang di latinos sono composte principalmente da giovani ecuadoriani e peruviani, ma attirano anche nordafricani e italiani, spesso minorenni. Questi giovanissimi si dedicano prevalentemente allo spaccio di stupefacenti, scippi e aggressioni.
Graffiti, tatuaggi e riti di iniziazione
Le street gang marcano e delimitano la loro zona, che è preclusa ai membri di altre gang nemiche. Se una banda rivale cerca di usurpare il territorio di una gang, lo scontro è inevitabile e violento. Le armi più utilizzate sono quelle da taglio: coltelli, asce, machete, mannaie, ma anche tirapugni. Le gang hanno una struttura gerarchica e definita e un codice che i membri devono osservare alla lettera. La strutturazione è ciò che principalmente distingue le street gang dalle baby gang italiane. I riti di iniziazione sono molto violenti a livello sia fisico che psicologico. Chi aspira a entrare in una street gang si deve sottoporre a un periodo di prova in cui viene osservato da vicino. A questa fase segue un rito di iniziazione, che nel caso dei maschi può essere sottoporsi a un violento pestaggio. Nel caso delle ragazze, invece, la prova può essere costituita da un vero e proprio stupro di gruppo. I nuovi membri devono poi compiere una missione per crearsi una reputazione, che può anche essere un’azione criminale contro un membro della loro stessa famiglia. Una volta entrati nella gang è molto difficile, se non impossibile, uscirne.
Gli appartenenti a una street gang si danno soprannomi, ricorrono a messaggi in codice e a uno slang, fanno un largo uso della comunicazione non verbale. Si vestono in un certo modo, hanno simboli, segni con la mano e colori esibiti attraverso graffiti, tatuaggi e vestiti. Tutto ciò ha lo scopo di confermare i membri, infondere orgoglio e sottolineare l’identità ma anche di comunicare sia con gli alleati che con i rivali. Il gergo è difficile da decodificare. I graffiti sui muri servono a contrassegnare il territorio, fare autopromozione, inviare messaggi agli affiliati ma anche alle bande avversarie. Comprendere queste comunicazioni è fondamentale per le attività di contrasto da parte delle forze dell’ordine. I tatuaggi, adottati dai membri delle gang per diversi motivi, sono diventati un identificatore importante quanto le impronte digitali. Per questo motivo è importante fotografarli all’interno delle carceri. Molte gang hanno delle vere e proprie “bibbie” con codici, simboli e regole. Sulle piattaforme digitali questi ragazzi si comportano esattamente come sulla strada: minacciano, ricattano, gestiscono i loro traffici. I social media agevolano la comunicazione e facilitano il reclutamento di nuovi affiliati (Del Zio, 2018).
Rischi, interventi e prevenzione
I crimini giovanili e le affiliazioni alle street gang sono in costante aumento, e non solo negli Stati Uniti. La società avverte un’insicurezza sempre maggiore dovuta al disordine creato dal mancato rispetto delle regole sociali. Occorrono programmi di prevenzione, intervento e repressione efficaci. Condizioni sociali come la povertà, i sistemi scolastici fallimentari e il razzismo giocano un ruolo importante nel reclutamento di nuovi membri e nella proliferazione delle bande di strada. In questo contesto il Covid-19 può funzionare da acceleratore. L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha comportato la messa in atto di misure restrittive come la chiusura delle attività commerciali, scolastiche e sportive. Una conseguenza di questa situazione può essere un aumento delle attività, anche violente, dei giovani sul Web. Si tratta di una realtà che desta preoccupazione poiché il mezzo digitale facilita la propagazione dell’odio e la deresponsabilizzazione, alimentando comportamenti devianti in personalità già predisposte. In questo scenario possono inoltre aumentare i raduni clandestini che possono sfociare in comportamenti aggressivi.
All’interno del carcere si ripropongono le stesse dinamiche che si osservano nella strada. In più, negli istituti correttivi i giovani appartenenti alle gang entrano in contatto con esponenti della criminalità organizzata e del terrorismo internazionale. La reclusione gioca un ruolo nella produzione di terroristi. Dopo il Web, il carcere è infatti il luogo che più frequentemente fa da sfondo a fenomeni di radicalizzazione. La frequentazione di terroristi capaci di sfruttare abilmente il sentimento di ingiustizia, la frustrazione, la disperazione e il bisogno di sicurezza di giovani criminali comuni può rappresentare un rischio. Un piccolo spacciatore si può tramutare in un combattente pronto ad abbracciare la causa del jihad in cambio di qualche tipo di promessa di guadagno. Quella della radicalizzazione jihadista in carcere è da anni una questione critica in tutta Europa, Italia compresa. Anis Amri, l’autore dell’attacco terroristico al mercatino di Berlino avvenuto il 19 dicembre 2016, aveva iniziato il suo percorso di radicalizzazione proprio nelle carceri siciliane, dopo essere stato condannato alla reclusione per reati non legati al terrorismo.
I geni, le prime fasi di sviluppo, gli eventi critici di vita, l’esposizione mediatica, l’incontro con personaggi carismatici, possono condurre un individuo sulla strada della radicalizzazione. Una volta indottrinati e usciti dal carcere, i giovani radicalizzati si potrebbero attivare, ricorrendo a mezzi facilmente reperibili e a pianificazioni di attacco poco sofisticate. Il background criminale di un’ampia fascia dei soggetti espulsi dall’Italia conferma i frequenti punti di tangenza fra criminalità e terrorismo. Si può prevenire la radicalizzazione con programmi appropriati che intervengano sui fattori di rischio a livello cognitivo e motivazionale. Strategie integrate di intervento possono coinvolgere anche il mondo della scuola, i servizi sociali territoriali, gli istituti correttivi e la società civile. Gli studi di epigenetica hanno dimostrato l’efficacia degli interventi rieducativi personalizzati per aiutare il cervello a svilupparsi in una determinata direzione, in tutte le fasi della vita e ancor più in giovane età. Interventi di disingaggio possono pertanto essere attuati laddove il processo di indottrinamento si sia già avviato.
Scritto dalla dr.ssa Anna Calabresi, psicologa clinica, esperta in Psicologia giuridica, investigativa e criminale, in Psicodiagnostica e in Psicologia delle Dipendenze. Ha svolto attività di ricerca nell’ambito della criminalità informatica e del terrorismo di matrice jihadista. Ha frequentato il Corso di Perfezionamento in Intelligence e Analisi delle Fonti Aperte presso l’Università di Roma LUMSA. Si sta specializzando in Psicoterapia Breve Strategica.
Riferimenti bibliografici
Decker, S. H. & Pyrooz, D. C. (2015). “I’m down for a Jihad”: How 100 Years of Gang Research Can Inform the Study of Terrorism, Radicalization and Extremism. Perspectives on Terrorism, 9 (1), 104-112.
Del Zio, R. (2018). Street Gang: Terre di Confine. CreateSpace Independent Publishing Platform.
Klein, M. W., Weerman, F. M. & Thornberry, T. P. (2006). Street Gang Violence in Europe. European Journal of Criminology 3 (4), 413-437. DOI: 10.1177/1477370806067911
Mallion, J. & Wood, J. (2020). Street Gang Intervention: Review and Good Lives Extension. Social Sciences, 9 (160). DOI:10.3390/socsci9090160
Wood, J. L., Alleyne, E., Mozova, K. & James, M. (2014) Predicting involvement in prison gang activity: Street gang membership, social and psychological factors. Law and Human Behavior 38 (3), 203-211. ISSN 0147-7307.




