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In barba all’adattamento edonico

Sul sito dell’Internazionale.it è riportato un articolo sulla noia, ripreso dalla testata anglosassone “The Guardian”, a firma di Oliver Burkeman. L’editorialista esordisce affermando che uno dei misteri della psiche umana è il numero di attività svolte quotidianamente che non ci appaiano noiose. Se si è assidui frequentatori di un locale, si ama praticare delle passeggiate in campagna o ascoltare dieci volte di seguito una canzone particolarmente gradita, si potrebbe dare l’impressione di violare il principio edonico, ossia quando un piacere diventa familiare non è più in grado di fornire gioia nel praticarlo. E, in fondo, l’inarrestabile sviluppo, che non sempre è vero progresso per l’umanità, e l’ideologia consumistica ha plasmato il processo evolutivo dell’uomo irretendolo con il costante bisogno di novità, con buona pace dei misoneisti e dei neo fobici. Per l’uomo preistorico le novità erano fonte di pericolo ma, allo stesso tempo, offrivano più opportunità delle vecchie, un principio ininterrottamente utilizzato dalla moderna economia.

Un fondamento che rischia di far disprezzare le persone che amano ripetere determinate esperienze, visti come personaggi in fuga dalla realtà e incapaci di restare al passo con i tempi. Lo stesso Burkeman ammette di leggere più volte Sherlock Holmes, piuttosto che crucciarsi con le ultime notizie dal mondo. Una pratica che lo ha reso ben contento di imbattersi in uno studio di Ed O’Brien dell’università di Chicago. Il ricercatore ha sottoposto dei volontari ha provare nuove esperienze tramite film, musei, videogame e in seguito ha chiesto ad alcuni di loro di fare delle previsioni su quanto gli sarebbe piaciuto rivederli e ad altri di rivederli direttamente. Il risultato, in breve, è stato che alle persone piace fare le stesse esperienze più di quanto si possa immaginare. La reiterazione non utilizzata per entrare in una sorta di trance, ma perché permette di scoprire nuovi dettagli che erano sfuggiti le volte precedenti.

 

Una questione di sfumature

Una notizia che non dovrebbe stupire più di tanto, basti pensare al dislivello tra la mole di informazioni che martellano incessantemente il nostro cervello e la minima quantità di input che la nostra mente è in grado di elaborare, una stima parla dello 0,0003% del totale, e in pratica quasi tutto risulta escluso. A questo si deve aggiungere la naturale tendenza dell’essere umano a distrarsi, e di questi tempi si è più inclini che mai a farlo, risulta chiaro che nessuna esperienza, ripetuta più volte, sarà mai la stessa. Non si hanno problemi nell’ammettere che le opere di Shakespeare vadano rilette più volte per una maggiore comprensione e, dato le nostre limitate capacità, tale concetto, in una certa misura, vale per un film o un reality show programmato in TV. Ragionando in questo modo sulla nostra vita quotidiana, si intuisce cosa intenda lo scrittore Sam Harris quando afferma che “la noia è solo mancanza di attenzione”.

Un’esperienza ripetuta permette di scoprire sfumature sfuggite le volte precedenti, e la noia fa la sua apparizione solo nel momento in cui, per impazienza o distrazione, si smette di cercarle le sfumature. Harris ha raggiunto questa conclusione tramite la meditazione. Chiunque mediti per un periodo di tempo giunge a scoprire il fascino intenso che può sprigionare un qualcosa di apparentemente banale e ripetitivo come il respiro. E se il respiro può raggiungere tale intensità e capacità di fascinazione, non è dato sapere perché non possano provocare un effetto simile una passeggiata per i boschi, prendere tutti i giorni l’identico aperitivo nel solito locale, fare lo stesso giro tutte le sere con il cane. La ritualità di certe azioni, quindi, non è sinonimo di limitante ossessione o di un rifiuto della realtà, non sempre almeno. Ripetere le stesse esperienze aiuta ad apprezzarle nella loro essenza, elimina la superficialità a cui siamo costretti nell’epoca in cui impera la capacità di essere “multitasking”.

 

Compiere le stesse azioni non vuol dire fuggire dalla realtà

Articoli come questo non svelano nulla di eclatante e per i palati più raffinati si sta semplicemente parlando del nulla condito con l’ovvio. Non sono riflessioni che possono condurre l’uomo verso nuove frontiere della conoscenza, ormai il genere umano sembra assetato di novità che soppiantino immantinente le ultime scoperte e le recentissime invenzioni e, quindi, il rispolverare la bellezza delle piccole tradizioni personali, che non di rado vanno di pari passo con la lentezza e l’unicità, cioè dedicarsi ad esse con concentrazione e senza altre cose da fare, risulta essere anacronistico, rifiutante del nuovo corso dei tempi postmoderni, . Però, leggere tali considerazioni aiuta a riflettere sulle cose meno appariscenti della vita che troppo spesso mettiamo da parte o riteniamo non degne di nota. piccoli rituali che aiutano a riconciliarci con noi stessi dopo giornate stressanti o semplicemente segnate dal vuoto che le colma la routine di una giornata scandita dal lavoro, gli impegni familiari e altre grane.

Leggere l’articolo di Burkeman mi fa pensare al fastidio che provo quando non riesco a non vedere un film con la giusta quiete, interrotto da mille altre piccole cose da fare mentre lo guardo. Interruzioni che potrei evitare, ma sono azioni compulsive dettate dalla necessità di fare più cose contemporaneamente, perché la società mi ha educato a compiere più mansioni nello stesso tempo per ovviare ai mille impegni quotidiani che mi ha dato in carico. Un modo di fare che altera il modo di essere, ci cambia contro la nostra volontà e, nel dirigere la propria vita, la multifunzionalità diventa operativa ventiquattro ore su ventiquattro. Bramosia di novità, organizzazione capillare dei tempi, velocità di esecuzione sono mortali nemici delle ritualità personali e la novità diventa fonte di appagamento per la durata di una stagione, quando va bene, in attesa della prossima. Domani, comunque, inizio a rileggere “Viaggio al termine della notte” per la quinta volta.

 

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV