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Il lato oscuro dell’empatia

In un articolo su Huffingtonpost.it, a firma di Nicola Mirenzi, troviamo le considerazioni sull’empatia di Anna Donise, docente di filosofia morale presso l’Università Federico II di Napoli. La dottoressa ha scritto un libro a tal proposito: Critica della ragione empatica, edizioni Il Mulino. L’empatia, ciò che è considerata la nuova frontiera per far sorgere un nuovo umanesimo dalle ceneri di questa epoca ultra nichilista. Ciò che può fungere da cura per l’anima inaridita dell’uomo postmoderno. Ciò che può ricostruire comunità più vivibili. In merito a questo la Donise afferma che ogni volta che sente di appelli all’empatia, come strategia per limitare l’egoismo, la ferocia e la malvagità dell’essere umano, gli sorge il sospetto che dietro alla ricetta per la soluzione, si celi un generico appello a essere tutti più buoni. La professoressa, quindi, si pone dei ragionevoli dubbi su quella che possiamo definire, vedendola da questa ottica, un’evoluzione del buonismo che impera nella comunicazione di massa, nelle artificiose relazioni sociali, nelle virtuali amicizie.

La Donise dichiara di non aver nulla in contrario rispetto all’idea del tentare di comprendere il prossimo, riconoscendogli i bisogni, le speranze e i desideri che anche lui serba dentro di sé. Un atteggiamento essenziale, per non trattare le persone come oggetti. Ma non basta. Non è sufficiente comprenderlo per percepire a pieno cosa egli provi, per riuscire ad amarlo e fargli del bene. Ma avere coscienza delle paure, le fragilità, i sentimenti di un’altra persona può servire anche a ferirla in modo più profondo. Non a caso gli individui assai crudeli sono anche molto empatici. Basti pensare al Marchese De Sade. Il sadico, sa esattamente dove colpire le proprie vittime per procurare loro il maggior dolore possibile. Ci troviamo davanti ad un affinamento dell’empatia, non alla sua assenza. Per questo, secondo la Donise, l’empatia non si deve automaticamente associare al bene, può essere utilizzata anche per procurare del male.

 

Ma l’indifferenza è peggio

Alla domanda sui danni che può fare chi è indifferente, la Donise riconosce che chi è incapace di sentire ciò che proviamo è un soggetto che può trattarci con brutalità e per questo ci ferisce. Ma è anche vero che ignorando la nostra intimità non sarà mai in grado di colpire la profondità del nostro animo, ci potrà procurare solo ferite superficiali e da cui siamo in grado di guarire piuttosto rapidamente. A questo punto l’intervistatore le chiede se educare all’empatia, quindi, non serva a un bel niente. La Donise dichiara che a questa domanda non si può rispondere con un sì o un no. Per esempio, nei casi di bullismo si legge spesso che per estirpare gli atteggiamenti vessatori nel bullo è necessario sviluppare in lui l’empatia, così da comprendere la sofferenza che infligge agli altri e smettere di causarla. Ma non sempre andrà in modo roseo. Il bullo potrebbe essere già perfettamente in grado di percepire i sentimenti delle proprie vittime.

Semplicemente è incapace di riconoscere nell’altro un bambino simile a sé. Lo considera diverso, stupido, debole. Il punto è riconoscere l’altro non sentire cosa prova. Riconoscere le dinamiche degli stati d’animo di un altro potrebbe risultare una conoscenza che non sapremmo come utilizzare. In politica l’empatia può essere utile per comprendere più a fondo la situazione che si è stati incaricati di risolvere, ma poi serve la razionalità per compiere la scelta più giusta. L’empatia conduce a immedesimarsi nel singolo caso, la ragione conduce alla visione generale. Nel tema dell’immigrazione, ad esempio, se ci soffermiamo sulle vicissitudini di un singolo migrante, fuggito dalla guerra, percosso in un campo di prigionia, ridotto alla fame, che ha perso i propri familiari, ci sentiamo pienamente coinvolti nella sua storia; ma il compito della politica non è quello di risolvere un caso singolo è quello di affrontare il problema nel suo insieme. Non ci si può impantanare sul piano emotivo.

 

L’empatia non salverà il mondo

Per la Donise l’empatia non salverà il mondo, ma se usata con cognizione potrebbe aiutare a migliorarlo, non dimenticando che è fatta a strati, non è solo un concentrato di sentimenti amorevoli. Anche la reazione di una folla in preda al panico, parlando a livello basilare, è scatenata dall’empatia. Per quanto la civiltà sia evoluta, e continui a farlo, non ci libereremo mai delle emozioni più istintive. In tali circostanze, il singolo perde le proprie caratteristiche di soggetto razionale e si fa preda della pura emotività, nel vortice del contagio emotivo. Lo si è potuto vedere con il Coronavirus, nella paura generale, che coinvolge un po’ tutti in varie misure, c’è una componente empatica: vediamo quanti morti sono stati causati dal contagio ed empatizziamo con le loro storie. Un atteggiamento che porta ad un inevitabile errore di valutazione sui fattori di rischio, credendoli più forti e immediati.

Un punto di vista molto interessante, che aiuta a far riflettere su quanto possa essere più funzionale il distacco davanti ad emergenze collettive e, anche, nei singoli casi della sfera privata. L’empatia è come un buon vino, non bisogna abusarne e si deve anche saper riconoscere le intenzioni di chi dimostra eccessiva comprensione. In una società altamente competitiva, determinate qualità empatiche possono diventare armi pericolose. L’empatia, per avere benefici effetti, deve essere dosata, e non si debba lasciarla operare in ogni situazione in cui appare necessario. In questa pandemia ne abbiamo vista di solidarietà, di appelli alla comprensione, di grida d’aiuto. Milioni di persone si ritrovano senza soldi e con il serio problema di mettere qualcosa nel piatto, una condizione che ferisce nel profondo l’animo, e in televisione abbiamo potuto apprendere che le organizzazioni criminali hanno donato cibo ai bisognosi. Chi ha portato gli aiuti alimentari, dava pacche sulle spalle e parole di incoraggiamento a chi li riceveva. Ma poi arriverà il giorno che il criminale chiederà che il favore gli sia ricambiato, in nome di quel legame sorto in nome dell’empatia e diventato obbligo in nome della forza di chi ha teso la mano.

 

 

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV