Anche le emozioni negative sono funzionali
Le emozioni, definite un processo multi-componenziale (cognitivo, fisiologico e comportamentale) con decorso temporale variabile, rappresentano gli elementi preziosi per la nostra vita quotidiana e la loro essenzialità non è caratteristica circoscritta solo alle emozioni positive, ma riguarda anche quelle negative seppur queste risultano maggiormente di difficile accettazione e gestione da parte dell’individuo. Potremmo dire che già l’atto di accogliere le emozioni negative come qualcosa che fa parte dell’essere umano potrebbe condurre a un’efficace gestione delle stesse, ma non risulterebbe sufficiente poiché si rischierebbe di rimanere in balìa di queste senza incanalarle verso il raggiungimento di un fine produttivo. Prima di riuscire a gestire tali emozioni, tuttavia, siamo sicuri di conoscerle? Sappiamo elencare quali emozioni può sperimentare l’essere umano con la stessa facilità con cui siamo in grado di raccontare quelle positive? La cultura occidentale si è sempre mostrata particolarmente riluttante nell’accettare che la paura, la rabbia, la tristezza, ecc. fossero emozioni tanto quanto la gioia, la felicità, la soddisfazione e anche ad oggi, in una società evoluta socialmente e culturalmente, spesso le emozioni negative vengono respinte, giudicate e, peggio che mai, represse.
Questo non vuole essere un’esortazione a far esplodere in modo incontrollato la rabbia o la paura, ma quello che voglio dire è che generalmente concedersi di viverle nelle loro manifestazioni o molto più semplicemente verbalizzarle (dandone magari anche una motivazione) è, senza dubbio, un atteggiamento migliore rispetto alla repressione che intrappola la persona in una specie di mondo parallelo dominato da ciò che è socialmente accettato. Il rischio? Quello di non essere “esseri umani”, di dover indossare una maschera sociale dipinta solo con colori sgargianti, poco o per niente consapevoli che anche i colori maggiormente brillanti, per assumere la loro qualità lucente, devono affiancarsi a colori scuri e spenti altrimenti perderebbero la desiderabilità, riducendosi a semplici colori di cui faremmo fatica a riconoscere il valore e a vederne la luce.
L’importanza dell’alfabetizzazione emotiva
Facciamo, però, un passo indietro. Ipotizzando che ognuno di noi sia d’accordo sul bisogno di “fare i conti” anche con le emozioni negative, siamo proprio certi di conoscerle? Riusciremmo ad individuare quante e quali emozioni negative siamo in grado di sperimentare nella nostra vita? Nella mia esperienza in ambito clinico, ho avuto varie volte modo di osservare come le persone, a prescindere dal loro status culturale, adottassero processi di “restringimento emotivo” non tanto per ridurre al minimo gli sforzi cognitivi, quanto per carenza terminologica con significati annessi. L’emozione negativa maggiormente pronunciata? È senza dubbio l’ansia. Ormai usiamo la parola “ansia” anche quando ci sentiamo annoiati o, peggio ancora, eccitati. A chi non è mai capitato di dire “mi sento un’ansia addosso” quando, invece, se si fosse soffermato maggiormente su quel che stava provando, si sarebbe reso conto di essere semplicemente stanco dopo una giornata pesante o eccitato per quel che il giorno dopo sarebbe accaduto?
Da questo breve esempio emerge quanto sia importante conoscere e saper distinguere tutte le emozioni negative di cui siamo capaci, specie perché permette a ognuno di noi di adottare strategie ad hoc per la gestione dell’emozione negativa specifica: non esistono strategie universali potendo immaginare che gestire il dolore empatico, ad esempio, implica una serie di strategie cognitive e comportamentali che si distanzieranno notevolmente da quelle messe in campo per l’invidia o la rabbia. Di seguito, anche se ciò richiederebbe una trattazione molto più articolata, riporto le dodici emozioni negative individuate da Alan S. Cowen e Dacher Keltner dell’Università di Berkeley attraverso uno studio pubblicato nel 2017 su Proceedings of National Academy of Sciences (PNAS): Ansia, Soggezione, Imbarazzo, Noia, Confusione, Disgusto/disprezzo, Dolore empatico, Invidia, Paura, Orrore, Nostalgia e Tristezza.
Come prevenire l’effetto della profezia che si auto-avvera
La conoscenza, inoltre, permette non solo di sintonizzarci maggiormente con la nostra parte emotiva ma, a mio avviso, riduce drasticamente l’effetto della profezia che si auto-avvera andando ad avviare un processo di prevenzione: la profezia che si auto-avvera (self fulfilling prophecy), introdotta per la prima volta negli anni ’70 dal sociologo Merton, si sofferma proprio sull’influenza che esercitano le convinzioni sulla costruzione della realtà. Chiariamo il concetto tramite un esempio. Una persona con scarsa alfabetizzazione emotiva probabilmente avrà conoscenza terminologica delle convenzionali emozioni negative: conoscerà il termine “paura”, “invidia”, “rabbia”, ma magari non ha ben chiaro cosa sia l’”orrore” o il “dolore empatico”. La stessa persona probabilmente sarà colei che leggendo eventi di cronaca nera, riferirà di sentirsi uno stato di ansia addosso piuttosto che, invece, parlare di dolore empatico o di paura.
Immaginiamo che questa persona sia solita tradurre gran parte delle sue esperienze con l’emozione “tristezza”: trascorre giornate lavorative noiose e pensa di essere triste piuttosto che annoiata, sta vivendo una fase evolutiva caratterizzata da cambiamenti e pensa di sentirsi triste, ma forse sarà semplicemente confusa o impaurita, riflette sugli anni passati e quella che dovrebbe essere nostalgia viene tradotta in tristezza. Gli attimi di questa persona convergono tutti verso un’unica soluzione ossia la tristezza che diventa un concetto costante e pervasivo. Qui subentra l’effetto della profezia che si auto-avvera che sottolinea proprio come alcune affermazioni, credenze, definizioni producono nel singolo effetti reali anche solo per il semplice fatto di essere state pronunciate o pensate. Tornando al nostro esempio, se la persona in questione si convince di esser triste, vivrà la tristezza, la sentirà quotidianamente divenendo un potenziale individuo per lo sviluppo di un corredo sintomatologico depressivo.
E se invece fosse stata in possesso di una corretta alfabetizzazione emotiva? Se avesse avuto a disposizione un ventaglio emotivo più ampio? La tristezza non sarebbe divenuta colonna portante delle sue esperienze, si sarebbe concessa di provare diverse emozioni negative in linea con l’esperienza vissuta e la sua conoscenza emotiva avrebbe effettuato, anche inconsapevolmente, un lavoro di prevenzione da eventuali condizioni psicopatologiche. In sintesi, l’alfabetizzazione emotiva ci permette di intervenire in varie direzioni rendendoci maggiormente consapevoli e sintonizzati sulle nostre manifestazioni psico-fisiche, perfezionando le nostre strategie di gestione dell’emozione negativa vissuta ed, infine, anche prevenendo condizioni più acute. Fu Goleman stesso, psicologo promotore della teoria sull’intelligenza emotiva, a sostenere che la gestione efficace dei sentimenti negativi è una forma di prevenzione, supportato anche dai dati statistici che hanno dimostrato che “la tossicità di queste emozioni, quando sono croniche, è pari a quella del fumo di una sigaretta e aiutare le persone a gestirle meglio potrebbe comportare, in termini strettamente medici, un vantaggio”(Goleman, 2011, p.300).
Esercitarsi con le emozioni negative
Alla luce di quanto detto fino ad ora, propongo un semplice esercizio che utilizzo spesso nella pratica clinica proprio per affinare la consapevolezza delle emozioni negative e per produrre nella persona una serie di riflessioni personali e soggettive che la condurranno all’individuazione di strategie mirate. L’esercizio può essere anche condotto autonomamente come punto di partenza per entrare in contatto con le emozioni nascoste, anche se implica una base di alfabetizzazione emotiva. L’attività consiste nel rispondere a posteriori a domande riportate in seguito dopo aver vissuto un’emozione negativa, anche se poco intensa o di breve durata.
1) Quale emozione ho provato?
2) Chi o che cosa ha attivato tale emozione?
3) Quale comportamento o quale pensiero ho adottato per gestire l’emozione?
L’esercizio, ispirato alla tecnica del “diario di bordo”, deve essere eseguito in forma scritta.
È consigliata una costanza nella compilazione di almeno 7/10 giorni al termine dei quali ognuno potrà rileggere il proprio diario e, soffermandosi sull’analisi delle risposte prodotte, potrà provare a rispondere ad una nuova domanda: “La strategia che ho utilizzato per gestire l’emozione negativa è risultata efficace oppure avrei potuto agire o pensare diversamente?”. Rispondere a questo nuovo quesito, produrrà un processo riflessivo e analitico che andrà ad incidere positivamente sulla conoscenza emotiva di sé, sull’autocontrollo e ci predisporrà maggiormente all’empatia (capacità di leggere ed immedesimarsi nelle emozioni degli altri) che è figlia di una buona pratica individuale.
Scritto dalla Dr.ssa Aurora Moriggi, Psicologa ed esperta di sviluppo delle risorse umane, Psicoterapeuta strategica in formazione – www.auroramoriggi.it
Riferimenti bibliografici
Cowen, A.S., Keltner, D. (2017). Self-report captures 27 distinct categories of emotion bridged by continuous gradients. PANS, 114 (38) E7900-E7909.
Goleman, D. (2011). Intelligenza emotiva: Che cos’è e perché può renderci felici. Milano: Bur Rizzoli.
Greenberg, L.S., Paivio, S.C. (2004). Lavorare con le emozioni in psicoterapia integrata. Roma: Sovera.
Lewicki, R.J., Barry, B., Saunders, D.M. (2016). Negoziazione: strategie, strumenti e best price. Milano: Egea.
Nardone G., (2019). Emozioni: istruzioni per l’uso. Milano: Ponte alle grazie.




