I minori come capitale umano
I sistemi criminali di tipo mafioso si sono evoluti nel tempo insieme al mutare della società, e da gruppi a carattere locale sono diventati vere e proprie multinazionali. In base allo stile di vita mafioso, gli interessi individuali o del gruppo di appartenenza vengono prima di quelli dell’intera popolazione (Picci, 2003). Le organizzazioni mafiose pensano di poter aggirare la legge o di poterla violare impunemente. La crisi economica che ha nuovamente investito le regioni del mezzogiorno, ha causato un depauperamento delle risorse educative e sociali. Questo ha determinato il frequente riapparire di due eventi allarmanti: il coinvolgimento di giovanissimi in fenomeni di criminalità organizzata in Calabria e le paranze dei minori nel napoletano. Si tratta di una realtà che complica ancor di più il già difficile lavoro della giustizia minorile. I figli dei mafiosi sono destinati, nella maggior parte dei casi, a seguire le orme dei genitori. Ciò assicura un inesauribile bacino di manovalanza alle organizzazioni mafiose. Pertanto, interrompere questo processo significherebbe non solo restituire i diritti dell’infanzia ai minori che ne vengono precocemente privati, ma anche colpire la perpetuazione del potere mafioso.
In Italia la giustizia minorile ha sempre messo in primo piano il valore educativo del lavoro con i minorenni che commettono reati. Tuttavia, nei contesti in cui la presenza delle mafie è pervasiva, mettere in atto azioni di recupero dei ragazzi entrati nel circuito della giustizia, è un compito arduo. I minori che commettono crimini per i clan mafiosi sembrano avere un destino segnato, ma l’educazione e la giustizia minorile possono dare a questi ragazzi una possibilità di cambiamento. Si è ormai compreso che intervenire in modo tradizionale, limitandosi a condannare i giovanissimi che finiscono nelle maglie della giustizia, senza pensare e proporre una strada alternativa, è inutile. Essi dovrebbero avere la possibilità di conoscere e scegliere un mondo diverso, nonostante il crescente allarme sociale suscitato dai fenomeni criminosi faccia reclamare azioni più repressive. L’essere nati in famiglie mafiose non vuol dire che per questi ragazzi non si possa fare nulla. Lo stesso discorso può riguardare più in generale anche i ragazzi cresciuti in contesti mafiosi, pur senza essere figli di affiliati.
Minori di ‘ndrangheta
La struttura della ‘ndrangheta, che è stata a lungo orizzontale, è cambiata nel tempo sviluppandosi in senso verticistico con un’articolazione complessa. Da codici e regolamenti di cui l’organizzazione mafiosa fa grande uso, è possibile desumerne regole e riti. Grazie alla sua difficile penetrabilità, la ‘ndrangheta ha assunto una posizione di primo piano nel panorama criminale internazionale (Picci, 2003). Arcaica nei suoi riti eppure modernissima, la macro-organizzazione calabrese è fortemente identitaria. La sua solida costruzione ideologica la distingue da altre organizzazioni criminali. Da anni la ‘ndrangheta ricopre un ruolo centrale nel traffico internazionale di stupefacenti, grazie anche agli stretti rapporti che ha saputo stringere con i narcos colombiani e messicani. Per la sua abilità nello stabilire relazioni sia con altri gruppi criminali che con la politica e la massoneria, essa detiene attualmente il monopolio del traffico di cocaina in Europa. La ‘ndrangheta è riuscita a integrare elementi della tradizione e spinte innovative che le hanno permesso di diventare una delle organizzazioni criminali più pericolose del pianeta (Giap Parini, 2016).
La ‘ndrangheta decide il destino dei minori. All’interno delle famiglie di ‘ndrangheta si attua un meticoloso indottrinamento alla violenza e all’uso delle armi. L’enfasi su una serie di rituali, miti e simboli che scandiscono ogni fase della vita del mafioso, diventa particolarmente importante per la ‘ndrangheta, dove l’attenzione a questi elementi è molto alta. Tali pratiche contribuiscono a determinare l’inevitabilità del destino mafioso di un individuo fin dai primi momenti della vita. Il potenziale di mistero e di fascino che viene costruito attraverso questi rituali intorno all’appartenenza mafiosa, influenza fortemente il minore. Il momento del battesimo rappresenta per un giovane solo il culmine di un percorso iniziato precocemente. Il minore viene esposto a un sistema di regole e valori che va a formare un impianto normativo alternativo nel quale i criteri di legittimo e illegittimo sono ribaltati (Giap Parini, 2016). Non vi è spazio per la libertà di scelta. Il contesto familiare e sociale è tale da compromettere la possibilità di un sano sviluppo della personalità, con un elevato rischio di devianza minorile. La carcerazione appare, qualora non capiti di peggio, come un destino ineluttabile.
Minori di camorra
La camorra non ha e non ha mai avuto una struttura verticistica. In essa si adotta il sistema del cartello, ovvero una coalizione di clan che si uniscono e si separano, spesso in maniera violenta, a seconda dell’opportunità del momento. Oggi in Campania c’è un altissimo numero di clan, che danno vita a una sorta di gangsterismo. Si può parlare di camorra “liquida”, in riferimento alla camorra attuale, poiché non ci sono capi permanenti. Il ricambio criminale è veloce e i clan sono spesso acefali. La repressione giudiziaria stessa apre la porta alla successione, creando un rapido mutamento ai vertici dei gruppi criminali. In questo contesto, i capi dei clan sono sempre più giovani, spesso addirittura minorenni, e gestiscono piazze di spaccio altamente redditizie. Sembra che i ragazzi che non hanno altre possibilità si radicalizzino e trovino una forma di integrazione nel crimine, come accade per il narco-gangsterismo latino o il radicalismo religioso. Ma se i terroristi vogliono cambiare il mondo, i criminali vogliono goderselo, mettendo in conto anche un periodo transitorio di carcere, finito il quale riprenderanno da dove hanno lasciato.
I giovani boss di camorra sono in gran parte di origine sottoproletaria e spesso hanno parenti che sono stati in carcere. Essi in genere non hanno un titolo di studio, parlano solo il dialetto e non sono interessati alla rispettabilità sociale. Nella criminalità giovanile napoletana c’è un’ideologia non ben delineata che affonda le radici nel disagio sociale, di rivolta verso lo Stato, verso il quale nutrono massima sfiducia. Il crimine diventa una forma di integrazione alternativa, l’unica forma di identità e soddisfazione del bisogno di riuscita. Si tratta di una sorta di estremismo non religioso ma sociale, in virtù del diverso contesto in cui il disagio si manifesta. Un progressivo processo di degrado psicologico e umano colpisce una parte di questi giovanissimi segnati dalla loro appartenenza al mondo criminale (Porzio, 2016). Essi vanno incontro alla galera o a una morte certa quasi con leggerezza, come se tutto fosse già stato messo in conto. Il rischio di una condanna alta rappresenta anzi il riconoscimento di un ruolo significativo nell’organizzazione criminale. In genere questi ragazzi entrano presto nel circuito penitenziario per reati di rapina, ricettazione e spaccio, per poi arrivare all’associazione mafiosa e all’omicidio.
Sottrarre i minori a un destino già scritto
Con l’impegno e investendo nel sociale, si potrebbero sottrarre questi adolescenti a un futuro già scritto, dando loro la possibilità di scegliere una vita diversa. Istituzioni, associazioni e mass media, possono e devono fare rete. Si deve lavorare per favorire l’inclusione sociale e lavorativa dei soggetti a rischio di devianza e dei minori in fase di uscita dal contesto penale. Il cambiamento è possibile, ma bisogna mostrare ai minori uno Stato diverso da quello parallelo in cui vivono e i cui valori vengono trasmessi di generazione in generazione. La prevenzione si fa attraverso un investimento sociale, educativo e culturale ed è necessario che essa accompagni le politiche repressive. La carcerazione senza una progettualità è inutile, rappresenta solo una tappa attesa nella carriera criminale. Per questo, da alcuni anni la Procura e il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria si sono attivati per contrastare la naturale pratica di affiliazione mafiosa attraverso vari provvedimenti di collocamento dei minori in comunità. In alcuni casi arrivando anche a sospendere o revocare la responsabilità genitoriale (Iantosca, 2016).
I minori che vivono in contesti di mafia cercano nell’organizzazione criminale una propria identità, la soddisfazione del bisogno di appartenenza, punti di riferimento, sicurezza. Capita che questi ragazzi provengano da famiglie senza difficoltà economiche, ma non possono permettersi il lusso di scegliere un futuro diverso dalla carriera criminale. Essi crescono nutriti dall’odio e con l’idea dell’assenza di regole. è quindi importante che ricevano un’educazione emotiva e alla legalità e che maturino la consapevolezza di uno Stato che vuole dare loro un’occasione. L’obiettivo è quello di trasformare la detenzione in un’opportunità di cambiamento e sradicare il metodo mafioso per cui è con la violenza che si arriva a contare qualcosa. Soprattutto, è importante prospettare un futuro una volta terminato il percorso. Le risposte sociali, fuori dalle aule dei tribunali, sono quindi fondamentali per combattere le mafie. Cosa ne sarà, infatti, di questi ragazzi, quando usciti dal carcere vedranno che comunque non hanno altra possibilità che tornare a fare quello che facevano prima? Lavorare sui minori oggi, vuol dire cominciare a costruire il domani sottraendo capitale umano alle mafie.
Scritto dalla dr.ssa Anna Calabresi, psicologa clinica, esperta in Psicologia giuridica, investigativa e criminale, in Psicodiagnostica e in Psicologia delle Dipendenze. Segue da anni le tematiche criminologiche, con particolare riferimento al terrorismo transnazionale di matrice jihadista. Ha svolto attività di ricerca nell’ambito della criminalità informatica e sul terrorismo. Si sta specializzando in Psicoterapia Breve Strategica.
Riferimenti bibliografici
Giap Parini, E. (2016). Battezzati alla morte. Minorigiustizia, 3, 103-111.
Iantosca, A. (2016). Bambini a metà: quale futuro possibile. Minorigiustizia, 3, 197-202.
Iavarone, M. L. & Girardi, F. (2018). Povertà educativa e rischio minorile: fenomenologia di un crimine sociale. Cross, 4 (3), 23-44. DOI: http://dx.doi.org/10.13130/cross-10870
Picci, A. (2003). I sistemi criminali di tipo mafioso operanti in Italia. In Strano, M. (Ed.) Manuale di criminologia clinica (pp. 507-522). Firenze: SEE.
Porzio, M. (2016). Giovani boss. Il degrado psichico in adolescenti appartenenti alla camorra. Psicoterapia Psicoanalitica, 1, 91-105.




