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Gioia, amore, dolore, rabbia, paura…

emozioni che ognuno di noi sperimenta nella propria vita e che sono caratteristica fondamentale di ogni persona. I nostri vissuti emotivi danno colore alla nostra quotidianità facendo da sfondo alle situazioni o ai momenti che stiamo vivendo, piacevoli o spiacevoli che siano. Ma cosa accade quando sono le nostre emozioni a giocarci un brutto scherzo? Pensiamo a quando mettiamo piede fuori casa al mattino e siamo pronti ad iniziare una nuova giornata, mai nessuno andrà a pensare alla possibilità di poter essere rapito o preso in ostaggio da un momento all’altro. In situazioni altamente stressanti come queste si mettono in moto reazioni cosi forti in cui la persona, per sopravvivere, mette in atto meccanismi di difesa inconsapevoli che vanno a stravolgere completamente la propria vita portandola anche a provare sentimenti positivi verso coloro che avrebbero dovuto solo odiare. E’ possibile quindi che una vittima instauri una relazione emotiva con il proprio sequestratore? È possibile amare il proprio carnefice? Queste domande trovano risposta in un processo psicologico che prende il nome di Sindrome di Stoccolma in cui l’istinto di sopravvivenza la fa da padrone.

Che cosa si intende per Sindrome di Stoccolma?

Lo psicologo e criminologo svedese Nils Bejerot nel 1973 coniò il termine “ Sindrome di Stoccolma” facendo riferimento a quel particolare stato psicologico in cui la vittima di un sequestro sviluppa, nei confronti del proprio rapitore, un vero e proprio coinvolgimento emotivo tale da farle scaturire sentimenti di affetto, gratitudine, solidarietà e in alcuni casi l’ innamoramento. Il 23 agosto 1973 Jan-Erik Olsson e il suo ex compagno di cella Clark Olofsson, tentarono una rapina alla sede della “Sveriges Kredit Bank” di Stoccolma (Svezia) durante la quale quattro dipendenti, tre donne e un uomo, furono tenuti in ostaggio nella camera di sicurezza della banca. Dopo 131 ore di “prigionia” e di convivenza forzata con i sequestratori, il 28 agosto 1973 i due rapinatori si arresero e gli ostaggi vennero liberati.  Ciò che provocò scalpore e grande sorpresa però furono le dichiarazioni delle vittime del sequestro dopo la liberazione. Durante i colloqui con gli psicologi, gli ostaggi mostrarono una forma di attaccamento emotivo verso i rapinatori manifestando sentimenti di gratitudine nei loro confronti per aver risparmiato loro la vita e una profonda solidarietà durante l’arresto prendendo le loro difese.

Si notò quindi che, in quei giorni, la distanza tra ostaggi e rapinatori aveva lasciato il posto ad un legame emotivo cosi forte tale che le vittime avevano più paura dell’arrivo della polizia che dei rapinatori stessi, che una donna vittima del sequestro si innamorò di uno di loro e continuò la relazione anche dopo il rilascio e che, durante il processo penale, alcuni ostaggi testimoniarono in loro favore o si rifiutarono di parlare con i poliziotti che avevano proceduto all’arresto.
A tal proposito Jan-Erik Olsson racconta cosi il rapporto che si era instaurato con gli ostaggi all’interno della “Sveriges Kredit Bank” di Stoccolma: “Gli ostaggi mi erano sempre più o meno vicini, praticamente mi proteggevano e così la polizia non poteva spararmi. Anche quando andavano in bagno, dove la polizia avrebbe potuto intervenire per salvarle, alla fine tornavano sempre”. Tra ostaggio e sequestratore dunque si instaura una profonda alleanza e un forte legame emotivo in cui la vittima, pur avendo la possibilità di scappare, non approfitta dell’occasione e non collabora con la polizia continuando invece a proteggere il proprio carnefice. Questo aspetto lo si può riscontrare nelle parole dell’ostaggio Kristin Ehnmark durante le trattative telefoniche con la polizia: “Lo capite che non ho paura dei rapinatori, lo capite che ho solo paura della polizia? Ci crediate o no noi qui non stiamo male”.

Le condizioni che favoriscono la Sindrome di Stoccolma

Lo psicologo Dee Graham (1995) ha individuato quattro condizioni che favoriscono un terreno fertile per lo sviluppo della sindrome. La prima condizione è il percepire una minaccia per la propria sopravvivenza in cui il sequestratore può mettere in atto violenze fisiche (percosse, maltrattamenti) oppure fare violenza psicologica alla vittima (innescare sentimenti di paura cercando di spingerla a collaborare o raccontarle storie di vendetta per terrorizzarla). La seconda condizione consiste nel ricevere piccole gentilezze da parte del sequestratore in cui un piccolo gesto di gentilezza (darle cibo e acqua, lasciarla andare in bagno, assenza di violenze) porta la vittima a percepirla come prova che il rapitore è un “essere umano” come lei e non è “del tutto cattivo come sembra”. Tutto questo porta la vittima a guardarlo con occhi diversi e a provare sentimenti di gratitudine per i gesti ricevuti. La terza condizione consiste nell’impossibilità di poter avere contatti con l’esterno che la porta a sviluppare un rapporto di dipendenza con il rapitore tale da provare sia rabbia nei confronti delle persone estrenee alla situazione (familiari e polizia) sia di agire come sua complice aiutandolo nell’impresa. Il rapitore viene percepito come una persona potente ripetto alla polizia che invece viene ritenuta sia minacciosa per la propria sopravvivenza in caso di entrata improvvisa in scena sia svalutata per non aver impedito il sequestro. La quarta e ultima condizione è rappresentata dall’ impossibilità di fuggire che porta la vittima a mettere in atto inconsciamente un atteggiamento gentile e accomodante verso il rapitore in modo da evitare conseguenze drammatiche.

Dalle testimonianze e da tutti gli aspetti sopra descritti, possiamo arrivare a delineare tutte le caratteristiche fondamentali tipiche della Sindrome di Stoccolma:

  • La vittima prova sentimenti positivi nei confronti del rapitore
  • La vittima prova sentimenti negativi nei confronti della famiglia o delle autorità
  • La vittima supporta il rapinatore nelle motivazioni e nei comportamenti messi in atto, arrivando persino ad aiutarlo
  • Il rapinatore prova sentimenti positivi “reciproci“ nei confronti della vittima

I meccanismi alla base della Sindrome di Stoccolma

Nei primi momenti del sequestro la persona sperimenta terrore, disperazione e un totale stato confusionale caratterizzato da alcune reazioni che in situazione come queste prendono facilmente il sopravvento: la negazione ( non può essere vero, è un incubo), l’esame di coscienza (se mi venisse data un’altra occasione sarei una persona migliore) e dall’illusione di poter essere liberato (presto la polizia mi salverà). Più passano i giorni però, più questi pensieri si allontanano lasciando il posto alla rassegnazione che porterà la vittima, per sopportare e gestire questa realtà traumatica, ad assumere un atteggiamento di sottomissione verso il proprio carnefice e a mettere in atto un meccanismo di difesa inconscio in cui sviluppa un totale attaccamento emotivo verso il proprio sequestratore.

Gli psicanalisti ritengono che alla base del legame emotivo tra carnefice e vittima ci siano due meccanismi di difesa fondamentali:
Il primo meccanismo è rappresentato dall’ identificazione con l’aggressore in cui Anna Freud (1936) riteneva che l’ostaggio, per evitare punizioni da parte del rapitore e per sopportare la paura causata dal vissuto traumatico, si identificasse con il carnefice al punto da condividere le motivazioni che lo spingono a mettere in atto un determinato comportamento, da normalizzare le violenze subite e da annullare il rancore provato. L’identificazione con il rapitore garantisce alla vittima una maggiore probabilità di sopravvivenza poiché, accettando la situazione vissuta e il comportamento del rapitore senza soccombere, crea quel “lieto fine” tanto sperato in cui la perdita della libertà e la dipendenza da lui appaiono meno drammatiche. Contemporaneamente, anche il rapitore si identifica con la vittima poichè più l’ ostaggio si fa conoscere nella sua umanità, più diventa difficile per lui farle del male. Il secondo meccanismo messo in atto dalla vittima è la regressione infantile in cui, come il bambino è totalmente dipendente dagli adulti per cura e soddisfacimento dei bisogni primari (bere, mangiare) cosi l’ostaggio assume l’atteggiamendo del neonato e il rapitore quello della madre.

L’ostaggio infatti si comporta come un bambino che dipende dalla madre per cura e soddisfacimento di bisogni poiché non si può muovere senza il consenso del sequestratore e ha bisogno di essere nutruito. Tutto questo porta la vittima a sperimentare quello che il bambino sviluppa verso i genitori: l’identificazione, l’idealizzazione e l’amore. Un legame emotivo simile a quello provato nella Sindrome di Stoccolma lo si è riscontrato in un episodio di rapimento che destò molto scalpore come il “caso originario”, ovvero quello dell’austriaca Natasha Kampush rapita nel 1998 all’età di 10 anni da Wolfgang Priklopil, un tecnico informatico, che la tenne segregata per ben 8 anni. Tra Natasha e il suo rapitore era nata una profonda dipendenza poiché egli si prendeva cura di lei soddisfando ogni suo bisogno. Si era creata quindi una regressione infantile in cui la ragazza è passata da una dipendenza dai suoi genitori per protezione e cura ad una per il suo rapitore. Quando Natascha trovò la forza di fuggire nell’agosto del 2006 il suo rapitore si suicidò. La ragazza infatti, nonostante il sequestratore le avesse tolto la libertà per ben 8 anni, ha affermato di sentirsi “ in un certo senso in lutto” per la sua morte.  La vittima dunque ama il suo aggressore piuttosto che odiarlo poiché disprezzarlo significherebbe riconoscere la propria impotenza e solitudine che non le fa intravedere nessuna via d’uscita se non il creare un rapporto di alleanza con il proprio carnefice per potersi cosi garantire la sopravvivenza.

 

I fattori di rischio

La Sindrome di Stoccolma può svilupparsi in ostaggi e rapitori di qualsiasi età, sesso e ceto sociale ma non si manifesta in ogni persona che si ritrova coinvolta in una situazione altamente stressante . Un primo fattore di rischio è rappresentato dall’intensità e dalla durata dell’esperienza traumatica poiché più l’ostaggio è costretto a vivere in stretto contatto con il suo rapitore, più inizierà a sperimentare, nei giorni successivi dall’inizio del sequestro, sentimenti positivi nei suoi confronti che dipendono anche dal tipo di legame instauratosi. Un secondo fattore di rischio è rappresentato dall’ inaspettabilità dell’evento traumatico che porta la vittima ad innescare una reazione di allarme tale da provare sentimenti positivi verso il rapitore mettendosi contro tutti pur di difenderlo. E’ un fattore di basso rischio invece per coloro che sono preparati all’eventualità di un evento cosi stressante a causa del loro lavoro ( i negoziatori che trattano con i sequestratori). Un terzo e ultimo fattore di rischio è rappresentato dalle caratteristiche di personalità della vittima, ovvero una personalità fragile e non ancora ben strutturata (riscontrabile anche in donne vittime di violenza o bambini ed adolescenti). Al contrario la sindrome è più rara in tutti coloro che possiedono una personalità forte e ben maturata, con salde convinzioni morali, che rimangono ben ancorati alla realtà esterna adattandosi alla situazione stressante e che mantengono integra la loro identità senza sottomettersi del tutto al sequestratore.

Le Conseguenze della Sindrome di Stoccolma

Nella Sindrome di Stoccolma lasciare il proprio rapitore può essere logorante perchè si rimane “legati” a lui nonostante ormai si abbia la libertà. In uno studio del Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Università di Padova fu valutato l’impatto psicologico di un evento traumatico in 24 soggetti vittime di sequestro. Dai risultati si evince che i sequestrati manifestarono, dopo la liberazione e anche a distanza di tempo, effetti psicologici importanti come disturbi del sonno, incubi ricorrenti, fobie, flashback e depressione. Tali conseguenze culminano, nella maggior parte dei casi, in un Disturbo Post-Traumatico da Stress e in un Disturbo Depressivo Maggiore. La durata della Sindrome non si conosce con precisione poiché può durare settimane o addirittura anni dato che dipende dal tipo di relazione che si è instaurata tra l’ostaggio e il rapitore. In conclusione è importante riconoscere la Sindrome di Stoccolma non come una patologia clinica ma bensi come una risposta emotiva inconscia che si sviluppa come tentativo di sopravvivere ad una situazione traumatica come quella di essere presi come ostaggio.

Scritto da Jessica Spinsanti – Dr.ssa in Psicologia Clinica

Riferimenti bibliografici

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