Psicanalisi ed esame di coscienza
Un interessante articolo su lastampa.it, spiega e rintraccia la molteplicità di punti in comune che esistono tra un percorso psicoterapeutico e la confessione religiosa. All’inizio dell’articolo sono riportate le parole di Carl Gustav Jung, il quale sottolineava come all’origine di ogni percorso analitico della psiche deve essere ricercato nella confessione religiosa. In un mio precedente articolo, sempre su psicotypo, parlavo dell’importanza della spiritualità nei bambini e riportavo i pensieri di Jung, che in merito alla domanda sull’esistenza di una vita extra terrena dopo la morte e di un Dio, egli rispose che non credeva a nessuna delle due eventualità, ma allo stesso tempo sapeva che entrambi esistevano. Nel suo percorso come psichiatra e psicoterapeuta si rese conto come molte nevrosi fossero legate alla rimozione della domanda religiosa.
Anche l’etimologia della parola psicoterapia indica una “cura dell’anima”, ne troviamo le prime tracce nella civiltà greca, molti secoli prima dell’affermazione del Cristianesimo. Lo psicoterapeuta, e scrittore, Claudio Risè, autore del libro “La scoperta di sé” (Edizioni San Paolo), afferma: “Sull’esame di sé e la –confessione- delle proprie mancanze nasce la filosofia e la psicologia occidentale, con Pitagora, filosofo e scienziato greco. Nel pitagorismo, tuttavia, la confessione era fatta a se stessi per riconoscere le proprie debolezze e gradualmente trasformarle. Tutto ciò rappresentava l’equivalente dell’esame di coscienza che un cristiano deve fare prima della confessione, ogni volta che può, per restare in contatto con la propria coscienza e mantenerla integra”. Prime intuizioni, quelle di Pitagora, che hanno fondato le basi per creare consapevolezza nell’essere umano e poter sviluppare pratiche da attuare per organizzare la quotidianità. Una spiritualità antica, che metteva in guardia sul cadere facilmente in tentazione seguendo quelle che Freud aveva battezzato come pulsioni.
I Greci avevano intuito i danni del “cadere in tentazione”
Eschilo, nel coro della sua tragedia “I Sette contro Tebe”, raccomandava di non essere impulsivo, poiché il disastro era sempre la conseguenza al soddisfacimento di un impulso. La tentazione, poteva provenire indifferentemente da un dio o da un demone, e i Greci avevano indicato la strada, attraverso la meditazione e il filtraggio dal ragionamento dell’uomo, per agire così con lucidità. Un insegnamento che va rispolverato con cura, in un mondo posseduto da una cultura consumistica, volta a soddisfare ogni capriccio che passi per la testa. I Romani appresero questo percorso dei Greci, alleggerire l’anima “confessando” i propri peccati. Anche nelle altre culture si avvertiva l’esigenza prettamente umana di liberare la coscienza. Nell’antico Messico i peccatori si confessavano alla divinità Tlaçolteotl, la dea dei peccati carnali. In Perù il peccatore si affidava allo sciamano per espiare le proprie colpe.
Il neuropsichiatra Giuseppe Magnarapa spiega che il senso di colpa è sempre esistito nell’uomo, connesso al principio di autorità che è necessario, a sua volta, a garantire la pace sociale. In totale assenza di regole non potrà mai sorgere una società. Ecco allora la necessità di espiare, nel momento in cui si infrange il codice che regola la comunità a cui si appartiene. Si deve infliggere a se stessi un danno o un lutto che vada a compensare il danno procurato ad altri. Anche il bisogno di confessare pubblicamente la propria colpa soddisfa questo bisogno di punire il proprio peccato. Oggi c’è la televisione che permette di avere platee molto più ampie, e nei programmi di attualità si possono assistere a confessioni non molto edificanti da parte di persone in cerca di espiazione.
Il confessionale cristiano
Oggi c’è la spettacolarizzazione in rete e in televisione. Ma erano pubbliche anche le confessioni dei peccatori, durante i primi secoli dell’avvento della religione Cristiana. Per essere assolti dal peccato si dovevano elargire buone azioni, praticare il digiuno, immergersi nella preghiera e fare l’elemosina. Con il passare dei secoli la confessione dei peccati ha iniziato a svolgersi in contesti più privati, prima dinnanzi al vescovo e, infine, nel confessionale con un sacerdote, il quale non deve comunicare a nessuno quello che il peccatore ha confessato. Come nel rapporto tra paziente e psicoterapeuta. Per Jung il processo psicoterapeutico è caratterizzato da quattro fasi. La prima, quella che lui chiama Confessione, il paziente confessa i segreti che lo tormentano. La seconda fase, di Chiarificazione, il paziente prende consapevolezza dei suoi sentimenti e comprende i motivi del proprio malessere interiore. L’Educazione, è la terza fase che indica l’assunzione di nuovi comportamenti e atteggiamenti, per non commettere gli stessi errori. La Trasformazione è la quarta, ed ultima, fase dove il paziente può vedere i risultati effettivi del cambiamento che si era riproposto di fare.
Le analogie con una confessione cristiana sono evidenti anche al più distratto degli osservatori. L’anonimato è principio ineludibile per intraprendere un percorso di riabilitazione dell’anima. Due mondi che sembrano in opposizione hanno molti punti in comune. Oggi si parla spesso di depressione, narcisismo, dipendenza sessuale, anoressia, bulimia. In fondo sono evoluzioni patologiche degli antichi vizi come la superbia, l’accidia, la gola e la lussuria. Allora un dialogo tra questi due mondi può soltanto dare benefici, adeguando l’uomo alla modernità ma ricordandogli da dove proviene, quali sono i fondamenti che da sempre hanno permesso lo sviluppo di società umane in nome di una pacifica convivenza, e che il culto dell’ego, oggi così estremizzato, conduce al malessere o al peccato, per chi crede. Quale che siano le personali convinzioni in merito, alleggerire la coscienza quando ci si sente in difetto è sempre un bene.
Molti vedono nella religione cristiana secoli di castrazione, paure e cattivi insegnanti. C’è da dire, però, che in un mondo che si ritiene sempre più emancipato e libero da vincoli religiosi, non passano inosservate molteplici forme d’idolatria. Fioriscono in continuazione nuovi culti, dove predicatori di ogni sorta promettono futuri radiosi e vite ultraterrene fantastiche. Che dire poi delle divinità create quotidianamente dai mass media: campioni sportivi, cantanti, attori, adorati come dei e presi a modello di comportamento e stile di vita. Nei momenti di crisi economica e sociale il vento del comando spesso si auspica che sia diretto dai cosiddetti “uomini forti”, ai quali gli si attribuiscono capacità al confine con i poteri soprannaturali. Al cinema siamo bombardati da storie fantastiche con supereroi dotati di ogni tipo di superpotere. Abbiamo fans scatenati, di ogni ordine di età e sesso, che vivono nell’adorazione di una Lady Gaga o uno Spiderman, eletti a loro dei personali. A questi idoli si rivolgono preghiere laiche, spesso si vive nella convinzione che loro possano lenire le proprie angosce e liberare dai propri limiti (o peccati). L’uomo rimane sempre in cerca di un confessore, anche in questa epoca del culto dell’ego.
Riferimenti bibliografici
Jung C. G. (1992), Psicologia e religione, Opere, vol. 11, TO: Bollati Boringhieri.
Risè C (2018), La scoperta di sé, RM: Edizioni San Paolo



