La testimonianza di uno psicologo
Giovanni Barbaglio è uno psicologo e psicoterapeuta originario del Basso Lodigiano, la prima zona rossa avuta in Italia a causa del Covid-19. Il dottor Barbaglio si occupa in particolar modo di fine vita. A ilfattoquotidiano.it spiega come l’emergenza da Coronavirus sarà portatrice di conseguenze psicologiche, anche a lungo termine. Come già scritto, la sua è stata la prima zona rossa istituita nel nostro Paese per contenere l’espansione del contagio del, tristemente noto, virus. Un nemico inaspettato e invisibile è penetrato nella vita di tutti noi e ci ha costretto a rivoluzionarle per non subire i suoi attacchi. Ma ci ha anche obbligati a mutare il modo con cui ci si rapporta con la morte. I primi a rendersene conto sono stati proprio gli abitanti di questo territorio, a Codogno in particolare, dove è stato diagnosticato il primo caso di corona virus in Italia, dove Barbaglio lavora da quindici anni in hospice e accompagna i malati terminali e i loro familiari nel doloroso percorso di fine vita.
Il dottore spiega che il male che ci sta facendo il Coronavirus non è solo sanitario ma lo fa anche da un punto di vista psicologico. E lo dimostra partendo dalle modalità con cui ha costretto molti a dire addio ai propri cari. L’assenza di un rito funebre, imposta per motivi sanitari, mette i familiari delle vittime in una sorta di coma farmacologico. Senza le esequie il lutto risulta più doloroso. Il rito funebre, solitamente, funge come parte finale del confronto con chi non c’è più, ed è necessario perché solo in questo modo si può elaborare il lutto. L’insorgere di una malattia, normalmente, conduce alla scoperta, quindi alle prime difficoltà e al comprendere che non c’è guarigione, si giunge al processo di accettazione e, quindi, all’accompagnamento nel fine vita. Essere presenti negli ultimi istanti dell’esistenza del proprio caro, tenendogli la mano, avendo la sensazione di aver fatto tutto il possibile, è ciò che permette la genesi dell’elaborazione.
Il Coronavirus toglie la possibilità di dire addio
Il Coronavirus ha fatto saltare tutti gli elementi necessari per affrontare il lutto: comunicazione, consapevolezza, presenza, tempo. Per prima cosa c’è la velocità, prendono a casa il proprio caro che sta male e lo portano via in ambulanza. In secondo luogo è proibita la vicinanza al suo fianco e le comunicazioni sulle sue condizioni di salute sono scarse e frammentate. Infine, il divieto del rito funebre il quale sarà ripreso in un secondo tempo, ad emergenza finita. Barbaglio confessa di aver perso molti amici in questa pandemia e il non aver avuto la possibilità di salutarli con un funerale e portare un fiore sulla loro tomba gli pesa molto. Per elaborare il lutto bisogna viverlo, perché dà un senso a quel tempo sospeso, a quel dolore. Il rito è stato concepito dalla società per rendere la perdita di un congiunto meno dolorosa e isolante, a completarlo nel suo significato.
Con il Covid 19 tutto questo è decaduto e si fa fatica a comprendere il nuovo contesto in cui ci si è trovati completamente immersi. Alla fine del 2019 erano giunte le prime notizie sul virus, ma riguardavano una parte di mondo che risultava essere così lontana. Ma il 21 febbraio, con la notizia del primo contagio a Codogno, ci si è resi conto che non era poi così lontano ed è stato uno shock. Ci si è scoperti più deboli, con la paura di ammalarsi e la mancanza di cure adeguate per guarire. A questo si aggiunga il timore di affrontare una sanità, che per la prima volta dagli anni ’50, si palesa come inadeguata, nonostante gli eroici sforzi dei medici e degli infermieri. Perché quando si vedono gli allestimenti di ospedali da campo, l’arrivo di aiuti da altri Paesi, anche con il supporto di personale medico, il trasporto di bare con camion militari, questo indica che qualcosa è cambiato radicalmente nella nostra società.
Reclusione e isolamento
Il dottor Barbaglio ha riscontrato nei suoi pazienti soprattutto un senso di reclusione e isolamento, terrore che il Covid 19 possa toccare la propria famiglia. Ha notato poca preoccupazione per se stessi ma molta verso i genitori o i familiari più anziani. Le persone lo chiamano per comunicargli che un loro familiare è stato dimesso e che sarà posto in un ospedale da campo, steso su una brandina. Situazioni difficili da accettare per un proprio caro, e le si vivono come un lutto. Un lutto verso una sanità che non è stata in grado di garantire quello che, anche se con molti limiti, riusciva a garantire prima di tutto questo.
Molti paragonano questa situazione ad una di guerra. Mancano le armi da fuoco, l’imminenza di un attacco, la necessità di fare determinate azioni non richieste in tempo di pace, ma sicuramente vediamo i morti trattati come in una guerra, i disturbi psicologici che assomigliano a quelli causati dalla guerra. Ma sono un po’ diversi, come nel disturbo post traumatico da stress dove non abbiamo nelle orecchie il fragore di una bomba ma abbiamo le sirene delle ambulanze. All’inizio molte persone chiamavano perché si sentivano disorientate, a causa di stati d’ansia mal gestiti e non capivano cosa stesse accadendo. Ma la maggior ansia, non necessariamente la depressione, colpirà le persone dopo. Durante le calamità. Di solito, si diventa più forti. Il dopo, insomma, sarà più duro e non solo per le gravi ripercussioni economiche e chi ci governa non dovrà sottovalutare i devastanti contraccolpi psicologici dei sui cittadini e prendere seri provvedimenti in questa direzione.




