Depressione, ansia, sensi di colpa
In un articolo de “La Stampa”, a firma di Franco Giubilei, si riscontrano i dati di una ricerca, effettuata dai Servizi di Psicologia Clinica dell’Emilia Romagna, sugli effetti psicologici della pandemia causata dall’ormai tristemente famoso virus. Il Covid-19 è entrato a far parte della nostra realtà, in un modo che l’uomo postmoderno non aveva mai sperimentato: la quarantena a cui tutto il mondo è stato costretto, il grande numero di decessi e l’impossibilità di assistere i propri cari negli ultimi istanti di vita, la paura di un nemico invisibile. Uno scenario che la maggior parte delle persone ha potuto vedere solo in qualche film apocalittico e che mai avrebbe creduto di dover affrontare. E proprio tra coloro che sono stati toccati direttamente dagli effetti del Coronavirus si riscontrano gli effetti psicologici più devastanti. Si parla dei familiari delle vittime, dei medici, degli infermieri che si sono trovati in prima linea.
L’emergenza sanitaria si porta dietro ansia, depressione, disturbi post-traumatici da stress. Lo stanno constatando i Servizi di Psicologia Clinica operative nelle Ausl della regione Emilia-Romagna i quali, da circa metà febbraio, hanno preso contatto con 2740 persone. La maggioranza per telefono (77,6% dei casi), in conseguenza delle precauzioni anti-contagio che prevedono ferree regole sul distanziamento sociale, rendendo proibitivi gli incontri faccia a faccia. Nel 13,8% dei casi, gli incontri sono avvenuti in ospedale, attraverso appositi sportelli dedicati, dove sono stati ascoltati anche i sanitari che combattono contro il Covid-19. La percentuale rimanente è stata contattata attraverso videochiamate o via mail. La provincia piacentina è la più colpita della regione; l’indice di mortalità da Coronavirus, in rapporto alla popolazione, con 817 decessi è il più alto d’Italia. Un tasso più alto di Bergamo, Brescia e Cremona, le città dove il virus ha maggiormente circolato.
Un ascolto attivo per sostenere il dolore
Lo psicologo Luca Brambatti, responsabile del programma di Psicologia Clinica e di comunità, spiega che attraverso lo sportello c’è stato il riscontro maggiore, attraverso i parenti dei deceduti e gli operatori sanitari che lottano contro il virus, ottantacinque di loro hanno dichiarato che avevano la sensazione di non riuscire a far fronte alla pandemia in atto, nonostante non si concedessero sosta. Un numero telefonico è stato messo a disposizione per chiunque avesse bisogno di supporto. Gli stessi psicologi hanno iniziato a chiamare a casa le persone che avevano subito un lutto. Brambatti ha dichiarato che sono state contattate circa cinquecento persone e si stima che il 10-12% di loro siano a rischio e necessitano di un intervento psicologico immediato. Sono stati ascoltati per essere sostenuti nel dolore e la solitudine, visto che erano soggetti a loro volta in quarantena e che, nella stragrande maggioranza dei casi non hanno potuto dare l’ultimo saluto ai propri cari e neanche abbracciare i propri parenti e amici. Una dinamica, quella dell’isolamento sociale, che non permette l’elaborazione fisiologica del lutto. Inoltre, a ciò si aggiunga lo choc di coloro che si sono visti portare via da casa un congiunto, da operatori in tute anticontaminazione e maschera, e poi sapere della loro morte a distanza di pochi giorni. Questa appena descritta è un’immagine ricorrente che si evince fra i racconti degli psicologi. Sopraggiungono i sensi di colpa per non aver potuto assistere il proprio caro all’ospedale.
La Fase 2
Brambatti non lascia spazio all’illusione durante la tanto attesa Fase 2: col ritorno alla normalità è probabile un aumento delle le psicopatologie e i disturbi da stress post-traumatico, con una ricaduta sia fra i medici che fra la popolazione generale. Quando l’emergenza sarà finita ci si dovrà occupare anche dei pazienti già in carico ai servizi: dai bambini seguiti dalla neuropsichiatria fino ai ludopatici e i tossicodipendenti. Tutti pazienti a cui è stata interrotta l’assistenza per l’emergenza sanitaria. Gli strascichi di questa pandemia si porteranno in ogni ambito della vita di tutti noi. I mali che attanagliano la nostra società non sono scomparsi ma sono rimasti sospesi, perché il Coronavirus è violentemente entrato a dominare la scena e ha stravolto la quotidianità di ognuno di noi. Il futuro, nonostante i proclami, non sarà per niente facile, tra le catastrofiche ripercussioni economiche, l’educazione a un nuovo stile di vita per scongiurare i contagi di ritorno, e la voglia che tutto ritorni a una normalità che già presentava i suoi bei problemi.
Nonostante gli evidenti traumi che questa pandemia ha portato, soprattutto a chi è stato colpito in prima persona dai suoi devastanti effetti, credo che alla maggioranza non abbia insegnato molto. Una volta tornati alla cosiddetta normalità, si dimenticherà alla svelta tutto ciò che è stato. Gli oltre venticinquemila morti, solo nel nostro Paese e cifra aggiornata al momento che scriviamo l’articolo, rischiano di essere solo una statistica, una piccola percentuale che sarà scolpita solo nei cuori di chi ha perso un affetto in questo modo così violento e che non ha permesso una giusta elaborazione. Molti dicono che questa pandemia abbia fatto riscoprire la socialità, la solidarietà con i nostri vicini, l’unità nazionale cantando l’inno dai balconi. Ma più passano i giorni e più credo che avvenga quello che accade ogni volta che ci troviamo di fronte a una tragedia di proporzioni gigantesche. Come è accaduto con il terremoto di Amatrice e di L’Aquila, dove fino a quando c’è stata attenzione mediatica eravamo tutti Aquilani e Amatriciani. La pandemia ci ha coinvolto tutti, ma alla maggior parte di noi è stato chiesto di rimanere sdraiati sul divano e non di fuggire sulle montagne, per questo credo che i buoni propositi svaniranno al primo ingorgo nel traffico o sciopero dei mezzi pubblici.




