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L’ansia di testimoniare la propria vita in rete trasforma il ricordo

Sono cambiati i tempi, da quando si doveva attendere lo sviluppo dei rullini fotografici per rivivere le emozioni di una giornata in famiglia, di un viaggio, di una festa. Oggi, in qualsiasi posto e situazione ci si ritrovi, che significhi un qualcosa di importante per la persona, che testimoni una personale indignazione o certifichi il divertimento che si sta vivendo, vede, quasi tutti, compulsivamente attivi, con i propri smartphone, per scattare foto dalla mattina alla sera. A maggior ragione quando ci si trova in un luogo che lascia a bocca aperta: durante le proprie vacanze, davanti ad un romantico tramonto, una meravigliosa alba, parte in automatico la necessità di estrarre dalla tasca il telefonino e scattare una serie di foto che, si spera, colgano l’essenza dell’emozione provata, così da poterla condividere sul proprio profilo Instagram, Facebook, Twitter. Scattare anche dieci, quindici foto con il preciso intento di cristallizzare quel momento e conservarlo nella memoria senza fondo della Rete.

L’Huffington Post riporta, sul proprio sito, i dati di una ricerca pubblicata sul “Journal of Social Psychology”. Stando ai dati di questo studio, ricordare un momento prezioso, immortalandolo con decine di foto da condividere sui social, fa ottenere esattamente l’effetto opposto. Se si vuole davvero ricordare un bel momento sarebbe più produttivo smettere di inondare di foto la memoria del proprio PC o del cellulare. L’ansia di pubblicare contenuti fotografici, sulle varie piattaforme online, ha decisamente modificato la capacità di godere di determinate esperienze. Naturalmente si parla di tutte quelle generazioni cresciute prima dell’avvento della condivisione permanente della vita privata sui social, tutte quelle persone che hanno vissuto l’esperienza del rullino fotografico, le quali si dovevano confrontare con un limitato numero di scatti a disposizione. Per quanto riguarda i cosiddetti nativi digitali il discorso è completamente diverso, dato che, da appena nati, sono sommersi in un mondo di foto istantanee, effettuate in ogni angolo della propria esistenza.

Senza foto il ricordo è più nitido

La ricerca, effettuata dal Dartmouth College, è composta da una serie di attività proposte da alcuni psicologi e ricercatori, tra cui Emma Templeton, coautrice dello studio. Una certo numero di volontari sono stati coinvolti in determinate esperienze dove alcuni di loro potevano riprendere e condividere quanto visto e vissuto, mentre un altro gruppo non aveva a disposizione la stessa opportunità. La dottoressa, coadiuvata dal suo staff, ha preso nota dei punteggi ottenuti nei seguenti test di memoria, a cui sono stati sottoposti i due gruppi che hanno partecipato all’esperimento. È stato, inoltre, rilevato anche il coinvolgimento emotivo, il grado di felicità e di soddisfazione. In totale sono stati condotti tre studi e da ognuno si è riscontrato un risultato incontrovertibile: tutti coloro che non avevano usufruito dei media, per condividere la propria esperienza, hanno dimostrato di ricordare con maggior chiarezza gli eventi rispetto a chi aveva impiegato il proprio tempo a disposizione fotografando, registrando e condividendo in rete.

In uno dei test proposti, i volontari sono entrati nella Stanford Memorial Church, una chiesa che non lascia indifferenti per la sua bellezza. Un gruppo ha seguito il tour guidato, organizzato all’interno della struttura, dove sono stati presi appunti sui dettagli storici e sullo stile architettonico utilizzato. Un altro gruppo, invece, ha visitato senza guida la chiesa, avendo a disposizione un iPod con fotocamera, ed è stato chiesto di scattare foto e girare filmati, da postare su Facebook. Un terzo gruppo, infine, è entrato nella chiesa a mani vuote. Una settimana dopo i tre gruppi di volontari hanno eseguito una serie di test dove gli era richiesto di ricordare quanto vissuto e visto nel tour dentro la chiesa. I risultati hanno visto dare una media di sette risposte esatte, su dieci, da parte di chi non disponeva dell’iPod, mentre chi registrava ha dato meno di sei risposte esatte. Una piccola, ma significativa, differenza.

Utilizzare dei dispositivi distrae dall’esperienza vera e propria

La dottoressa Templeton, in merito ai risultati, ha dichiarato che il semplice scattare foto, risulti essere un motivo più che sufficiente per far abbassare i punteggi nei test mnemonici. Il motivo, con ogni probabilità, è da ricercarsi nella forte distrazione causata dall’utilizzo dei dispositivi elettronici, come una fotocamera. Troppo presi nel riprendere, fotografare e registrare ci si dimentica, quasi completamente, di vivere appieno l’evento ritenuto gratificante da un punto di vista emotivo. Un’esperienza a cui si crede di prestare maggiore attenzione riprendendola, ma in realtà si rimane quasi completamente assorbiti dalle operazioni di ripresa. Gli smartphone sono utilizzati quotidianamente, quasi senza sosta, e rappresentano un paradosso: immortalando tutto ciò che è ritenuto importante, si crede di aumentare la possibilità di avere memoria degli avvenimenti. In realtà è stata inserita nella vita delle persone una potenziale, enorme, fonte di distrazione. Il bisogno compulsivo di fotografare genera dimenticanza.

Come detto, all’inizio dell’articolo, discorso ben diverso è per i giovanissimi, i quali sono nati e cresciuti con questo metodo di riproduzione delle immagini; un enorme galleria personale dove si genera un fiume di foto e filmati che scorrono e si confondono senza soluzione di continuità. I giovani crescono senza formare la capacità di ricordare concretamente le personali esperienze. Ma anche per gli adulti, la storia sembra non essere molto diversa. Basta scorrere le migliaia di foto conservate su Facebook o, semplicemente, nella memoria del proprio cellulare per ottenere un confuso puzzle delle esperienze ritenute importanti. Foto di vita quotidiana, si mescolano con quelle di una stupenda vacanza o di un fine settimana passato diversamente. L’ennesima ricerca che conferma gli effetti collaterali di una tecnologia sempre più efficiente e pret-a-porter. È innegabile, la grande fruibilità delle immagini, nel nuovo millennio, ha potenziato, in modo esponenziale, la possibilità di avere fotografie bellissime, modificabili a proprio piacimento con apposite applicazioni, semplici e intuitive. Una costruzione artificiale che impegna sempre di più il presente, indebolendo i ricordi. Per ovviare a questa distrazione basterebbe ricordare che il passato, in fondo, ha bisogno delle parole, di un racconto e non solo di immagini.

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV