Diverso da chi ? Una ricerca su 41 detenuti
Il nostro cervello ci permette di parlare, muoverci, emozionarci. Perché non dovrebbe anche agire su un eventuale comportamento violento? Uno studio condotto nel 1997 (Raine, 2013) coinvolse quarantuno assassini delle carceri della California. Muniti di scorta, manette e catene i detenuti furono portati a fare una TAC. Il loro aspetto non era poi così difforme da quello di chiunque altro. Spesso ci dimentichiamo che nella maggior parte dei casi un assassino, seppur violento e seppur autore di atroci delitti non si differenzia poi così tanto nell’aspetto e nei modi da noi. Mentre il funzionamento del suo cervello presenta delle differenze interessanti da evidenziare. Ciò a dimostrazione del fatto che ciò che il comportamento può mistificare viene svelato dall’analisi attenta del nostro cervello.
Il cervello di questi assassini è stato esaminato anche con la tomografia a emissione di positroni o PET che permette di esaminare allo stesso tempo l’attività metabolica delle regioni maggiori del cervello, ad esempio la corteccia prefrontale. È stato utilizzato anche il Continuous Performance Test per attivare quest’ultima area. La corteccia prefrontale è deputata infatti al controllo degli impulsi ed è fondamentale nella gestione del comportamento aggressivo.
Il test consisteva nello schiacciare un bottone ogni volta che veniva proiettata l’immagine di una “O” su un computer, per la durata di 32 minuti, senza interruzioni. Per tale compito era fondamentale mantenere una concentrazione alta, per un lungo periodo di tempo. La corteccia prefrontale è adibita anche a questo. Dopo tale test il partecipante viene sottoposto alla PET, la quale misura i livelli di glucosio raggiunti nel corso del precedente esperimento. Più è alto il metabolismo del glucosio più quella parte del cervello si è attivata durante il compito. Dall’analisi del gruppo controllo, che vide coinvolti quarantuno uomini dello stesso sesso e della stessa età, si evidenziò come nel gruppo sperimentale vi fosse una mancata attivazione della corteccia prefrontale. Inoltre il gruppo sperimentale mostrava anche una riduzione del metabolismo glucidico prefrontale rispetto al gruppo di controllo. Sembra dunque che l’attivazione della corteccia prefrontale giochi un ruolo importante nel comportamento violento di un individuo.
Corteccia prefrontale e comportamento violento
Come asserito sopra, la corteccia prefrontale e fondamentale da più punti di vista. A livello emotivo un mal funzionamento di tale regione del cervello potrebbe compromettere la gestione del controllo sulle parti più primitive, quali il sistema limbico che genera le emozioni primarie o cosiddette istintive, come la rabbia. Al contrario la corteccia prefrontale evoluta riesce a gestire tali emozioni primitive che non sfoceranno dunque in azione violenta ma verranno compensate e diventeranno funzionali. A livello comportamentale invece un danno alla corteccia prefrontale può causare una maggiore impulsività, una minore percezione del rischio e un mancato rispetto delle regole.
Tali caratteristiche sono spesso riscontrabili in autori di reato. A livello personologico un danno alla corteccia prefrontale potrebbe comportare delle variazioni a livello di personalità dell’individuo. Un caso molto famoso e quello di Phineas Gage, il quale a seguito di un grave incidente in cui la corteccia prefrontale subì un enorme danno, cambiò completamente comportamento. Da uomo mite e razionale divenne impulsivo e violento. Anche a livello sociale un danno alla corteccia prefrontale può causare incapacità di relazionarsi con gli altri. Un esempio sono le scarse capacità sociali e life skills possedute dagli autori di reato.
Molti offender gestiscono lo stress e la rabbia unicamente attraverso l’azione violenta o tramite l’acting out, non avendo capacità di problema solving e decision making. In ultimo, a livello cognitivo la corteccia prefrontale è quella che regola la flessibilità intellettuale. Infatti, analizzando le carriere scolastiche di molti autori di reato è possibile evincere bocciature e difficoltà intellettive varie che spesso sfociano in azioni violente e rabbia ingestibile. Dunque la corteccia prefrontale sembra giocare un ruolo fondamentale nella gestione dei comportamenti violenti e, come ci racconta lo studio sovra citato, avere anche dei riscontri di ricerca. Ovviamente non è il primo studio svolto in questa direzione, né sarà l’ultimo.
Il nostro cervello si sviluppa e si modifica soprattutto durante le fasi più delicate nel nostro percorso di crescita anche in relazione all’ambiente, alla famiglia, alle esperienze vissute in casa e fuori casa. Per cui è sempre fondamentale non dimenticare di contestualizzare l’offender e la sua azione all’interno di un background ben definito. Tenendo sempre conto che la corteccia prefrontale è una delle aree cerebrali maggiormente coinvolte nel comportamento deviante.
Riferimenti bibliografici
Raine, A. (2013). L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine. Mondadori: Milano.




