Cosa è il Disturbo di Panico?
L’attacco di panico è un episodio, di breve durata, caratterizzato da un’intensa paura. Secondo il DSM 5, in questo periodo, la persona sperimenta quattro o più dei seguenti sintomi: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, sudorazione, tremori fini o grandi scosse, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di vertigine, di instabilità, testa leggera o svenimento, brividi o vampate di calore, parestesie, derealizzazione o depersonalizzazione, paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire (DSM-5). Chiaramente per poter fare la diagnosi è necessario che vi sia un’alterazione nel funzionamento della persona. Inoltre, è necessario che si sia verificato un altro attacco in precedenza. Proprio per questo viene definito anche “paura della paura”. Si ha paura che l’evento possa ripresentarsi. Solitamente chi vive l’attacco pensa di stare per morire, di perdere il controllo, di avere un ictus o stare per impazzire.
L’attacco di panico si distingue dal disturbo d’ansia generalizzata, proprio perché è di breve durata. Solitamente questo disturbo non compare nei bambini e in persone che hanno 45 anni o di più. Il vivere questi sintomi spesso conduce alla solitudine, in quanto le persone affette da questo disturbo cominciano a mettere in atto degli evitamenti. In altri termini, per paura di stare male, evitano tutti quei luoghi o situazioni, a cui attribuiscono il malessere e poi generalizzano. Di conseguenza la loro vita è sempre più ristretta. Queste persone sono sensibili ai segnali che il loro corpo manda e li interpretano in modo erroneo, ciò scatena il panico. Effettivamente la causa principale del panico sono i processi cognitivi. Di fatti, i sintomi esperiti potrebbero essere interpretati in altri modi.
Le interpretazioni cognitive ed il circolo vizioso del panico
Il primo attacco di panico si verifica in modo del tutto casuale, tant’è che non si parla di attacco di panico ma d’attacco d’ansia. I sintomi che la persona prova mettono in allarme e si accentua l’attenzione che la persona dava alle sensazioni interne. Queste vengono mal interpretate e viste come sintomi, quindi aumenta anche l’attenzione posta a questi ultimi. Tutto ciò non fa altro che aumentare le sensazioni d’ansia, che quindi si possono trasformare in veri attacchi di panico. Quindi il reale problema è l’interpretazione che si da a questi segnali che vengono visti come sintomi. In realtà, le sensazioni provate possono avere svariate cause. Inoltre, i segnali che il corpo ci invia sono dei messaggi. È come se servissero per avvisarci che qualcosa non va come dovrebbe, sia essa fisica o mentale.
Tra i sintomi mal interpretati, vi è lo svenimento, visto come una perdita di controllo. I pazienti pensano realmente di stare per svenire ma non è così perché di fatti lo svenimento si verifica quando si ha un abbassamento della pressione e ciò è incompatibile con l’attacco di panico. Così come la paura di un arresto cardiaco. Di fatti, nelle condizione di paura la quantità di adrenalina presente nel sangue è in aumento. Questo è incompatibile con l’arresto cardiaco perché in questo caso si ha una diminuzione di adrenalina. In realtà, alcuni dei sintomi esperiti si spiegano con il respiro alterato. Il respiro è corto e frequente, tutto ciò crea uno squilibrio tra la quantità di ossigeno e di anidride carbonica. Di fatti, per ripristinare l’equilibrio, si respira dentro il sacchetto. Così facendo aumenta la quantità di anidride carbonica (Rovetto F., 2003).
Interventi terapeutici
Il disturbo di panico non può essere sottovalutato perché potrebbe portare, nei casi estremi, al suicidio. Il disturbo è molto limitante per la persona che lo vive. La sua vita è come se ruotasse attorno all’evitare di stare male. La prima cosa da fare e far percepire alla persona che viene capita e non sminuire la sua patologia. Esclusi gli eventuali problemi medici, si deve spiegare alla persona che cos’è il panico. Inoltre, bisogna sottolineare che si può guarire e che il fenomeno è molto diffuso. È importante che durante l’assessment e la formulazione del caso, la persona si senta capita e riconosciuta. Per fare un buon assessment, oltre alla batteria testologica, si deve usare il colloquio. È importante, comprendere come questo disturbo ha modificato la vita della persona e della sua famiglia (Rovetto F.,2003).
Gli approcci che hanno una maggiore evidenza scientifica nel il trattamento di questo disturbo sono: l’approccio cognitivo comportamentale e l’approccio breve strategico. Per quanto riguarda l’approccio cognitivo-comportamentale esistono diversi protocolli che si possono applicare. Tuttavia, è bene precisare che si deve sempre tenere conto dell’unicità della persona. Per tanto, a seconda della persona e di come ha sviluppato il disturbo, si deciderà il modo più opportuno di intervenire. Si deve valutare anche l’intervento farmacologico, che a seconda del caso, può essere necessario. È meglio, combinare l’intervento farmacologico con quello psicoterapico. Infatti, così si avranno risultati migliori, più veloci e che si mantengono per più tempo, rispetto al solo intervento farmacologico. È utile, fare dei follow-up ad esempio a sei mesi dalla fine della terapia. Di solito l’intervento cognitivo comportamentale, prevede quindici sedute, però si deve valutare sempre il caso specifico. Inoltre, è possibile usare, all’interno dell’intervento cognitivo comportamentale ulteriori strumenti integrativi come la realtà virtuale (Vincelli et al., 2006).
Riferimenti bibliografici
A.P.A. (2014). DSM-5, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Milano: Cortina Raffaello.
Rovetto F. (2003). Panico. Origini, dinamiche, terapie. Milano: McGraw-Hill.
Vincelli F., Riva G., Molinari E. (2006). La realtà virtuale in psicologia clinica. Milano: McGraw-Hill.




