Il fenomeno dei foreign fighters e le difficoltà della ricerca scientifica
Con l’espressione foreign fighters si fa riferimento a quegli individui che lasciano volontariamente il proprio Paese di residenza per raggiungere teatri di guerra. Il loro scopo è quello di unirsi ai gruppi armati per partecipare ai combattimenti ma anche svolgere compiti di reclutamento e logistica. In relazione al teatro siro-iracheno i foreign fighters si sono uniti prevalentemente all’Isis e, in numero minore, a Jabhat al-Nusra e ad altri gruppi. Con la dissoluzione territoriale dello Stato Islamico vi è stata un’inversione di tendenza: sono diminuite le partenze ed è aumentato il numero di coloro che fanno ritorno nei Paesi di residenza. Questo fenomeno fa temere attentati da parte di questi soggetti, che rientrano forti dell’esperienza e dell’addestramento acquisiti sul campo. Molti dei foreign fighters partiti dai Paesi dell’Europa occidentale, vi hanno già fatto ritorno.
Studiare le caratteristiche psicologiche dei foreign fighters e le dinamiche della radicalizzazione, è utile in un’ottica di prevenzione e per intraprendere percorsi di de-radicalizzazione. Si tratta di una realtà complessa che comprende attori molto distanti tra di loro sotto molti aspetti. Questo fenomeno è determinato da una pluralità di cause e pertanto può essere spiegato solo ricorrendo a un approccio multi-fattoriale. Allo studio del contesto storico, politico e sociale, va affiancato lo studio delle variabili psicologiche, con l’ausilio della psicologia individuale e più ancora della psicologia di gruppo. Il terrorismo può essere spiegato solo considerando l’interazione tra attori e circostanze (Victoroff, 2005).
La ricerca scientifica sul terrorismo incontra diversi ostacoli legati a problemi pratici, come accedere a informazioni certe e, per motivi di sicurezza, ai foreign fighters detenuti. Un ulteriore ostacolo è dato dal peso psicologico della materia. La maggior parte delle ricerche sull’argomento si basa quindi pravalentemente su un numero limitato di casi e su documenti d’archivio.
Si può tracciare un profilo?
Secondo la maggior parte dei ricercatori non è possibile tracciare un profilo unico dei foreign fighters, ma si possono individuare variabili ricorrenti. Intanto, non c’è una psicopatologia del terrorista o una personalità caratteristica. Che il terrorista sia mentalmente disturbato è un luogo comune (Meneguz, 2005).
Decine di migliaia di foreign fighters sono partiti da tutto il mondo per andare a combattere in Siria, Libia e Iraq. Di essi, alcune migliaia sono partiti dall’Europa, Italia inclusa, ma non si tratta di un fenomeno nuovo. A partire dagli anni Ottanta le mete sono state l’Afghanistan, la Bosnia, la Cecenia, l’Iraq, la Somalia. Quello che fa la differenza, ora, è il dato numerico di proporzioni mai viste.
I foreign fighters appartengono alla prima o alla seconda generazione di immigrati, oppure sono occidentali convertiti, radicalizzati e votati alla causa jihadista. Usano internet per reperire e far girare materiale, avvicinare omologhi e militanti, creare siti e/o forum d’area. Le loro caratteristiche socio-demografiche sono eterogenee. Non necessariamente frequentano luoghi di culto. Non vengono reclutati ma si avvicinano spontaneamente al jihadismo. Non sempre hanno precedenti penali o hanno un’esperienza pregressa di detenzione. Non di rado fanno uso di droghe.
Questi soggetti spesso non sono emarginati, né hanno problemi economici. Ci sono anche degli sbandati, ma molti di essi sono studenti universitari o professionisti e hanno una vita sociale e familiare stabile. Sembrerebbero avere più peso fattori come un senso di appartenenza insoddisfatto e la ricerca di identità. Entrare in un gruppo jihadista fornisce al nuovo membro, anche di livello culturale medio-alto, ma psicologicamente fragile e manipolabile, un rafforzamento dell’identità sociale, l’uscita dall’isolamento, un senso di autostima e di importanza. Offre uno sbocco per la rabbia, per il senso di risentimento e di umiliazione. Tuttavia ogni caso andrebbe analizzato singolarmente.
Radicalizzazione
La radicalizzazione è un processo che può avere come esito finale il terrorismo. In questo percorso le persone diventano sempre più motivate e pronte a usare la violenza contro un target per raggiungere degli obiettivi. Il cammino verso la radicalizzazione è complesso e articolato e dipende da fattori sia personali che ambientali.
Secondo gli esperti, il processo di radicalizzazione è graduale e prevede diverse fasi:
- Pre-radicalizzazione: gli individui cominciano a sviluppare simpatie per i movimenti terroristici e per la loro ideologia, ma senza ancora la decisione di farne parte.
- Autoidentificazione, indottrinamento e appartenenza al gruppo: percezione di una forte distinzione tra il dentro e il fuori del gruppo e dei valori del gruppo come superiori a quelli degli altri gruppi. Ciò che è fuori è pericoloso per il gruppo, al punto da giustificare l’uso della violenza. In questa fase si possono rompere i rapporti con amici e familiari che non condividono le stesse idee.
- Jihadizzazione: è la fase dell’azione violenta vera e propria. Il soggetto sente di appartenere al gruppo ed è pronto ad agire in vista del perseguimento dei suoi scopi.
L’obiettivo è quello di interrompere precocemente questo processo, già nella fase di pre-radicalizzazione. La ricerca in questa direzione è tuttavia ancora scarsa e non sono ancora chiari i meccanismi che possono incrementare la radicalizzazione, in particolare per le persone che non hanno trascorsi delinquenziali.
Prevenzione
Studiare il terrorismo ponendosi in un’ottica di prevenzione è importante, poiché esso rappresenta una seria minaccia per la società. La prevenzione sembra l’arma migliore contro un terrorismo diffuso e puntiforme, quindi difficile da contrastare. Da uno studio della Queen Mary University di Londra (2014), risulta che i musulmani non nati nel Regno Unito e con un maggior numero di amici e familiari sono meno a rischio di radicalizzazione dei nati nel Regno Unito e socialmente isolati. Da questa ricerca risultano essere maggiormente vulnerabili alla radicalizzazione gli immigrati di seconda generazione, socialmente isolati e depressi. Lo scopo di ricerche come questa, che analizzano le simpatie o la condanna per le azioni terroristiche, è di individuare le fasce di popolazione a rischio di radicalizzazione per poi intervenire in un’ottica di prevenzione.
Sarebbe utile, come si fa già in alcuni Paesi, prevenire la radicalizzazione attraverso la collaborazione con figure riferimento. Insegnanti e assistenti sociali possono aiutare a individuare giovani propensi all’estremismo in modo da intervenire preventivamente con la collaborazione di psicologi.
Molte giovani donne hanno conosciuto online dei combattenti, se ne sono innamorate e li hanno raggiunti con il compito principale di popolare lo Stato Islamico. Tra di esse molte minorenni che avevano due profili Facebook: uno ufficiale e uno in cui, adottando un altro nome, manifestavano la loro seconda identità di simpatizzanti del jihadismo (Bouzar, 2014). I segni di un progressivo isolamento dagli amici e dalla famiglia sono sintomi di un possibile percorso di radicalizzazione. Da questo punto di vista le famiglie possono fare molto vigilando sui loro congiunti.
De-radicalizzazione
L’ideologia jihadista può esercitare un’attrattiva ma può anche perderla per l’accadere di vari eventi di vita o per l’incontro con punti di vista diversi. La de-radicalizzazione è un processo per cui le persone rifiutano l’ideologia che avevano abbracciato. In questo modo cambiano il loro comportamento e decrementano il loro impegno nel gruppo radicalista. Interventi di de-radicalizzazione sono stati condotti in Paesi come l’Egitto, lo Yemen, l’Indonesia, l’Arabia Saudita. Tali interventi prevedono due componenti principali:
- Intellettivo/cognitiva: include contro-argomentazioni all’ideologia che giustifica il terrorismo.
- Motivazionale: si basa sul supporto materiale, la formazione professionale e l’assistenza alle famiglie, offrendo in questo modo un’opportunità alternativa al terrorismo.
Questi programmi prevedono inoltre confronti con studiosi islamici, consulenza psicologica e incontri di follow-up (Kruglanski & Fishman, 2009). Ha fatto discutere la notizia che la seconda città della Danimarca, Aarhus, abbia scelto un approccio diverso dagli altri Paesi europei nei confronti dei foreign fighters: non l’arresto ma un programma di recupero psicologico, di inserimento lavorativo o il proseguimento degli studi.
Contro il terrorismo non è sufficiente l’opzione militare. Occorre sottrarre linfa alla rete riducedo l’attrattiva esercitata in particolare su giovani in cerca di ciò che la realtà in cui vivono non offre loro.
Scritto da Anna Calabresi, psicologa clinica, esperta in psicologia giuridica, investigativa e criminale ed esperta in psicodiagnostica. Segue da anni le tematiche criminologiche, con particolare riferimento al terrorismo transnazionale.
Riferimenti bibliografici
Bouzar, D. (2014). Ils cherchent le paradis, ils ont trouvé l’enfer. Éditions de l’Atelier.
Doosje, B. , Moghaddam, F. M., Kruglanski, A. W., De Wolf, A., Mann, L., & Feddes, A. R. (2016). Terrorism, radicalization and de-radicalization. Current Opinion in Psychology, 11, 79–84.
Kruglanski, A. W., & Fishman, S. (2009). Psychological factors in terrorism and counterterrorism: Individual, group, and organizational levels of analysis. Social Issues and Policy Review, 3 (1), 1-44.
Meneguz, G. (2005). Note sull’interpretazione psicoanalitica del terrorismo e del fenomeno dei sucide bombers. Psicoterapia e scienze umane, 2, 165-192.
Queen Mary University of London. (2014). New study finds vulnerability to radicalisation is linked to depression. Retrieved April 7, 2019, from https://www.qmul.ac.uk/media/news/2014/smd/new-study-finds-vulnerability-to-radicalisation-is-linked-to-depression.html
Victoroff, J. (2005). The mind of the terrorist: A review and critique of psychological approaches. The Journal of Conflict Resolution, 49 (1),3-42.




