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Il disagio mentale è in forte crescita

Un interessante articolo su adolescienza.it, si occupa delle patologie riscontrate in un maggior numero di giovanissimi negli ultimi anni. Disturbi di natura psicopatologica, riguardano bambini e adolescenti, in forme sempre più gravi e frequenti. L’argomento è stato già trattato in un mio precedente articolo: “Un esercito fantasma s’aggira in Italia: i bambini con patologie mentali”, dove si riporta un numero impressionante di giovanissimi affetti da disturbi psichici: ben un milione e mezzo. Un dato allarmante che conferma l’aumento di questa piaga nella Penisola, in termini di intensità e costanza. Un’epidemia le cui cause sono particolarmente riscontrabili nel ruolo dei genitori. Oggi, più che mai, figure assenti, nonostante sembri che l’informazione moderna e l’elevato grado di attenzione posto dai media, e social media, nei confronti del mondo dei bambini, rimandino una sensazione falsata rispetto all’argomento. Mamme d’assalto, pediatri, psicologi dell’età evolutiva, tutti si prodigano in consigli e strategie da adottare per crescere al meglio i figli nel nuovo millennio, tramite blog, siti specializzati, riviste di settore. Tutto porta a credere che ci sia un interesse assoluto nel benessere dei figli.

La realtà è ben altra, come del resto accade con le sensazioni che si percepiscono osservando il mondo da uno schermo e gli stereotipi. Oggi si ha maggior coscienza delle esigenze di un minore, si comprendono meglio le dinamiche evolutive di un bambino. Tutti sono portati a interpretare la psicologia di un figlio, credendo di agire sempre per il meglio, soprattutto adottando una maggiore flessibilità, imponendo ambienti educativi poco severi e spasmodicamente indulgenti. Oggi la figura di padri autoritari subisce una demonizzazione; la società odierna descrive il nucleo familiare perfetto con genitori sempre pronti al dialogo e in continua adorazione dei pargoli. I ritmi della vita moderna, tutti improntati sulla velocità e il poco tempo libero a disposizione, hanno reso madri e padri molto meno presenti nella vita dei loro figli, quindi si crede di sopperire con l’ausilio delle informazioni promulgate, senza risparmio, da un esercito di esperti. Di questi tempi la prole è gestita come un impegno, alla stregua di un appuntamento in ufficio, di una seduta in palestra o la spesa da fare al supermercato. La famiglia è diventato un nucleo organizzato, con regole standardizzate, troppo soggetta all’opinione esterna. Il giudizio della comunità, la regola dell’apparenza, ha svilito la sacralità di una vita privata, della discrezione, del pudore.

 

Nell’infanzia si costituiscono le fondamenta del futuro adulto

Nei primi anni di vita, una fase fondamentale e delicata, si costituiscono le fondamenta per costruire la personalità di un individuo, ciò che lo contraddistinguerà anche da adulto. Un periodo dove la plasticità muscolare e neuronale del bambino sono altamente condizionabili dai fattori esterni, sia in termini positivi che negativi, grazie soprattutto alle forme di apprendimento indiretto e, ovviamente, in particolare da ciò che vedono fare dai loro genitori. Legami frammentati, vissuti con ansia e la testa altrove rendono i bambini insicuri. Il poco tempo a disposizione riduce la possibilità di relazioni sociali con i coetanei, confinandoli solo nei contesti ufficiali, come la scuola o la pratica di uno sport. Nel tempo libero, da dedicare ai figli, ci si infilano tutti gli impegni che non si riescono ad onorare durante le giornate di lavoro, parcellizzando gli spazi. Il bambino,così, raramente passa un intero pomeriggio al parco con mamma e papà insieme. I figli dividono il poco tempo con le altre esigenze dei genitori, come una cena con gli amici, e non si sentono mai parte di un contesto solido come dovrebbe essere un nucleo familiare.

I figli della modernità vivono la famiglia con distacco, appreso dai comportamenti materni e paterni. Si conduce l’esistenza con l’errata convinzione di possedere più strumenti e consapevolezze, rispetto ai genitori di cinquant’anni fa. Certo molti passi avanti sono stati fatti, i figli non vivono esclusivamente in funzione dei genitori. Ma oggi la situazione è completamente ribaltata, si vive in funzione dei figli, per via di amori asfissianti perché il figlio è un prodotto da confezionare per renderlo di successo: perfezionarlo nello studio, nell’apprendere l’utilizzo di uno strumento musicale, nel trasformarlo in un piccolo campione in un’attività sportiva. Il poco tempo a disposizione subisce ulteriori tagli, grazie a questa continua corsa alla perfezione del frutto dei propri lombi. Un vero e proprio inferno dai colori sgargianti, dove i piccoli respirano a pieni polmoni un clima di estraneità, giudizio estremo e competizione. La famiglia non è più un rifugio sicuro, si vive nell’incubo degli orari e della disperata ricerca di un po’ di spazio da passare con mamma o papà.

 

Un sistema organizzato che si dimentica delle cose basilari

Oggi i giovanissimi sono dotati skateboard elettrici e scarpe con le rotelle, e sempre meno genitori prendono per mano i propri figli durante una passeggiata. Prima giocare per strada era la normalità, oggi le urla di gioia dei bambini lungo i marciapiedi si sono estinte, le strade delle città risultano paradossalmente più vuote, nonostante il traffico sia sempre di più, perché non ci sono più bambini che ci giocano. Gli insegnanti di educazione fisica lamentano il fatto che hanno a che a fare con alunni che non sanno saltare, correre, andare in bicicletta. Bambini che hanno problemi nel fare una capriola, sono scoordinati e non hanno il senso dell’equilibrio. Un ginocchio sbucciato è diventato fonte di allarmismo, le mani sporche di terra sono fonte di disagio, un bernoccolo sulla fronte fa correre immediatamente al pronto soccorso. Solo la competizione è la forma di rapporto che figure di riferimento e la società trasmettono, essere i più forti, i più belli e i più bravi.

La legittimazione passa per i like che si riescono ad ottenere sui social network, non tramite la condivisione di esperienze comuni. Non si mettono alla prova con la vita reale, quella che compete loro a quell’età, e non imparano a conoscere i propri limiti, l’esistenza stessa dei limiti. Questo genera ansia o spocchia, in entrambe i casi due mostri che contribuiscono a formare i disagi psichici. La vita è movimento, e la staticità in cui sono immerse le nuove generazioni portano all’apatia. La motivazione per fare le cose è artificiale, non sono educati a risolvere i problemi, perché mamma e papà risolvono tutto al posto loro, per farli vivere al sicuro e per non avere noie a loro volta. Vivono fin da subito in una realtà virtuale, dove la narrazione, sempre fatta con i colori e le intonazioni più sgargianti, cela una realtà alienante. Il bambino vive un isolamento dorato, dove la voglia di socialità è minata fin dalle fondamenta, i genitori spesso si trasformano in figure mitologiche e quell’inspiegabile senso di solitudine è vissuto come una condizione normale.

 

 

Davide Testa

Segretario di Psicotypo ODV