La transizione alla genitorialità
L’Approccio dello Sviluppo definisce la famiglia come una realtà sociale che evolve attraverso il superamento di stadi precisi e definiti lungo il suo ciclo vitale (Falicov, 1988). In questo percorso ai membri del sistema familiare viene richiesto di portare a termine diversi compiti al fine di far fronte ai cambiamenti che la vita presenta, riorganizzandosi anche rispetto ai ruoli che ciascuno nel tempo riveste. Ogni stadio del ciclo vitale della famiglia è caratterizzato da fattori critici, ossia eventi (prevedibili e non) che richiedono di mettere in gioco nuove modalità relazionali, comunicative per poter procedere nel percorso di sviluppo. Uno degli eventi critici prevedibili per eccellenza è la nascita.
A questo evento segue una modificazione della coppia: da coniugale a genitoriale. Questa transizione porta con se tutti quei compiti di sviluppo che riguardano l’attivazione di competenze adeguate al nuovo ruolo nei confronti del nascituro, quella che viene chiamata cura responsabile (Cigoli & Scabini, 2000), ma anche nei confronti del proprio partner. La transizione alla genitorialità è una fase nella quale, già dal concepimento, vengono a convergere esperienze, rappresentazioni, ricordi, modelli relazionali e comportamentali, desideri e fantasmi di ciascun membro della coppia.
Tutti questi elementi caratterizzeranno la capacità dei genitori di condividere e negoziare modalità di accoglimento e spazio, sia fisico che mentale, per l’arrivo del nuovo membro della famiglia. In questo modo si darà il permesso al bambino di entrare a far parte di quella specifica storia familiare. Ma cosa accade nella fase di transizione verso la genitorialità quando subentra l’elemento della disabilità?
Genitorialità e disabilità
La notizia della disabilità del figlio che si sta portando in grembo è un avvenimento dirompente all’interno del ciclo vitale di una famiglia, tale da produrre una crisi di ampia portata, sebbene, anche al di fuori del contesto della disabilità, l’evento della nascita comporta sempre un certo grado di confusione e disorganizzazione, nonché un cambiamento nella vita di ogni genitore.
È essenziale, però, riconoscere che le famiglie hanno modi diversi di sperimentare la disabilità di un figlio. Come ci ricordano Dickman e Gordon, “non è la disabilità del bambino che svantaggia e disintegra le famiglie: è il loro modo di reagire ad essa e tra di loro”. Proprio per questo, per far sì che i genitori affrontino efficacemente questa situazione sono necessarie competenze e abilità che non è detto siano sempre presenti e disponibili in quel preciso momento della vita di ciascun individuo. Queste competenze e abilità sono chiamate fattori di protezione e si riferiscono a: stili comunicativi e un clima familiare funzionale, strategie adeguate nell’affrontare le difficoltà, senso di padronanza rispetto alla situazione di disabilità, stile di attaccamento sicuro, locus of control interno, capacità di resilienza, presenza di un supporto sociale.
La diagnosi prenatale. L’arrivo di un bambino con disabilità
L’impatto di un bambino disabile su un nucleo familiare è definito dal concatenarsi di molte variabili, tra cui: la situazione del bambino (natura e gravità della disabilità), le caratteristiche personali che gli individui coinvolti mettono in gioco di fronte all’evento stressante, la gestione interna della coppia (qualità della cooperazione e del rapporto coniugale, modalità di suddivisione dei compiti), la possibile partecipazione dei componenti della famiglia allargata e il supporto sociale. Tutto ciò porta i genitori a sentirsi meno soli.
Inoltre, la modalità con cui la diagnosi viene comunicata ha un peso notevole sull’impatto che questa avrà sui genitori. A questo proposito, chiarezza e gradualità delle informazioni fornite sembrano essere elementi di primaria importanza (Harris, 1987; Pain, 1999) al fine di attivare nel sistema familiare risposte costruttive e non di rassegnazione. (Zanobini, Manetti, Usai, 2002). Importanti saranno anche qualità e quantità della stessa informazione condivisa durante la comunicazione della diagnosi.
Accompagnamento alla nascita
La nascita, anche al di fuori del contesto della disabilità, comporta sempre un certo grado di confusione e disorganizzazione, nonché un cambiamento nella vita di ogni genitore e un certo livello di stress. Un adeguato sostegno e accompagnamento in questa fase delicata rappresenta una delle principali risorse per fronteggiare in maniera funzionale lo stress. L’assenza di questa risorsa può portare la coppia a spostare le difficoltà di tale situazione da un piano genitoriale a quello coniugale arrivando spesso anche ad una seria conflittualità.
Inoltre, i loro sentimenti di “perdita del bambino ideale”, a volte anche di vergogna e senso di colpa, potrebbero rischiare di compromettere il loro rapporto con il figlio già dalla nascita, se non prima. Proprio per questo, il momento in cui viene comunicata la diagnosi ed il successivo periodo in cui alla famiglia verrà richiesto di adattarsi alla situazione sono da considerarsi fattori determinanti per avviare una relazione funzionale con il bambino e con gli operatori con i quali nel tempo il sistema si interfaccerà. È necessario che i genitori abbiano gli elementi utili che permettano loro di comprendere il bambino e i suoi bisogni, di relazionarsi ad esso al fine di pensare ad un percorso di crescita teso al benessere di tutto il sistema familiare e non offuscato da troppe ansie e incertezze.
La comunicazione della diagnosi può provocare nei genitori un forte trauma legato alla discrepanza tra il pensiero del bambino “immaginato” che nel tempo della gravidanza ha preso vita nella loro mente e il bambino “imperfetto” che la realtà presenta loro. Generalmente, infatti, si passa da una fase di shock, ad una di incredulità e di elaborazione del problema; solo successivamente la coppia genitoriale potrà iniziare a costruire un rapporto reale e presente con il proprio figlio (Di Cagno, Gandione, Massaglia, 1992).
Cosa fare per affrontare la situazione
Il compito principale di un percorso di accompagnamento alla nascita che risulti funzionale è proprio quello di permettere alla coppia genitoriale di iniziare a porre le basi per questo reinvestimento nel bambino “reale”, al fine di superare la sensazione di smarrimento che spesso si riscontra nelle emozioni vissute nel tempo da queste famiglie (Ferri, 1996).
Un buon percorso di sostegno familiare, oltre a porre la giusta attenzione agli elementi di disabilità del bambino, dovrebbe focalizzarsi contestualmente anche sulle risorse di tutto il sistema familiare sia nucleare che allargato, sulle conoscenze e abilità che questo può mettere in campo per lo sviluppo del nascituro.
Scritto da Michela Magnanelli, psicoterapeuta ad orientamento Sistemico-Relazionale. Si occupa di sostegno, educazione e formazione con bambini e adolescenti con disabilità nel contesto scolastico e all’interno di gruppi educativi.
Bibliografia
Cigoli, V., Scabini, E. (2000), Il famigliare. Legami, simboli, transizioni. Milano: Raffaello Cortina.
Dickman, I., Gordon, S. (1985). Un miracolo per volta: Come ottenere aiuto per il bambino disabile ‐ dalle esperienze di altri genitori. New York: Simon e Schuster.
Di Cagno, L., Gandione, M., Massaglia, P. (1992). Il contenimento delle angosce come momento terapeutico. In: Fava Vizziello G., Stern, D.N., (a cura di). Dalle cure materne all’interpretazione. Milano: Raffaello Cortina.
Falicov C.J. (1988). Family Transitions: continuity and change over the life cycle. New York: Guilford
Ferri, R. (1996). Il bambino con sindrome Down. Tecniche di intervento nei primi anni. Roma: Il Pensiero Scientifico.
Harris, S. L., Boyle, Th. D., Fong, P., Gill, M.J., Stanger, C. (1987). Family of developmentally disabled children. In: Wolraich M., Routh D.K. (a cura di). Advances in Developmental and Behavioral Pediatrics. London: JAI Press.
Pain, H. (1999). Coping with a child with disabilities from the parents’ perspective: the function of information. Child: Care, Health and Development, 25 (4).
Zanobini, M., Manetti, M., Usai, M. (2002). La famiglia di fronte alla disabilità. Trento: Erickson.




