Troppi (inutili) stimoli
Dagli Stati Uniti arrivano considerazioni critiche sulla moderna educazione che i genitori impartiscono ai figli. Il Fatto Quotidiano, in un articolo di Elisabetta Ambrosi, ci mette a conoscenza di un’inchiesta svolta dal New York Times a firma di Claire Cain Miller. Il tema riguarda i genitori e gli effetti collaterali di quella che la sociologa Sharon Huys ha definito “genitorialità intensiva”. I tempi sono cambiati, la pedagogia del nuovo millennio fornisce un’infinità di indicazioni per educare al meglio i bambini. Una maggiore attenzione sotto tutti gli aspetti della vita nell’infanzia e l’adolescenza, va a integrare l’ansia dei moderni papà e delle moderne mamme. Uno stile educativo che vede i genitori completamente funzionali ai figli. I bambini diventano il centro del mondo e su di loro c’è un investimento totale ma deviato dall’importanza per il benessere psicofisico e incentrato sulla paura per il loro futuro, quando saranno adulti e dovranno affrontare il mondo.
Oggi, contrariamente a quanto si è portati a credere, i genitori che lavorano trascorrono con i figli lo stesso tempo delle madri casalinghe degli anni settanta. Lo fanno in modo più diretto e pervasivo: accompagnano i ragazzi nelle loro molteplici attività, partecipano in modo attivo alle recite, lo studio, le attività ludiche; si guarda la TV insieme; c’è un maggior coinvolgimento nella vita scolastica dei ragazzi e interferendo, non di rado, con il lavoro dei docenti. Rispetto all’ora e quarantacinque minuti a settimana del 1975, un genitore del nuovo millennio dedica almeno cinque ore allo studio del figlio. Una disciplina ferrea, celata dietro la parvenza di maggiore attenzione e amore, e una pervasione costante di spazio e di tempo che non permette ai figli di diventare autonomi nelle scelte. Completamente assoggettati alle decisioni dei genitori non sviluppano una loro identità, tendono ad omologarsi e assorbono precocemente gli stati ansiogeni della moderna società.
La paura del domani
Questo investimento di tempo e denaro, secondo i sociologi, è strettamente connesso all’ansia economica, e non nutrono alcun dubbio in merito. L’angoscia che i figli rischino seriamente di condurre una vita adulta decisamente meno agiata, e la probabilità di retrocedere in classi sociali inferiori, portano a stili educativi intensivi e con relativo carico di stress. La sociologa, e filosofa, Giorgia Serughetti afferma che tale metodo educativo risponde pienamente alla concezione capitalistica dell’uomo imprenditore di se stesso. Una logica in cui figli non sono un’apertura al futuro, al rischio, al diverso da sé, ma diventano elementi centrali di un progetto di vita ragionato come un investimento d’impresa. A questo fenomeno, il New York Times, aggiunge un altro tassello: tale modello educativo era la norma nelle classi benestanti degli anni novanta. Negli anni 2000 anche i genitori di classi sociali meno abbienti aspirano ad un’educazione che comporti stimoli intellettuali e pratici molto alti.
La genitorialità intensiva è diventata un modello culturale dominante, anche per quelle famiglie che non possono permettersi di far frequentare costose scuole di musica e danza, che non possono sostenere le quote d’iscrizione di elitarie associazioni sportive o le rette di prestigiosi istituti scolastici. Un’impossibilità che dirotta sui prodotti di consumo, come spiega il pedagogo Benedetto Vertecchi, decisamente ben diversi dalle opportunità fondate sull’interazione (lingue, musica, sport) che sono appannaggio delle classi sociali agiate. E questo accade in America come in Italia. A questo continuo innalzamento degli standard educativi non corrispondono i supporti, da parte delle istituzioni, per i genitori; si parla di congedi parentali, sussidi e orari di lavoro flessibili. Oltre a questo c’è anche la riduzione delle reti informali di aiuto: i nonni, il vicino di casa, l’amico. Uno stato di isolamento e inadeguatezza pervade i padri e, soprattutto, le madri, i quali si ritrovano in un vortice di stress, stanchezza e senso di colpa.
Il tempo gestito male
I figli diventano il centro di tutto e, con le difficoltà sopracitate, si toglie tempo al partner, al sonno e ai propri interessi. Svago e amici cominciano ad essere un miraggio o una fatica. Molte madri lasciano il lavoro. Altre coppie decidono di fare un solo figlio per il timore di non riuscire a garantire lo stesso standard qualitativo nell’educazione. Welfare e crescita economica non sono in espansione, di conseguenza il famoso ascensore sociale risulta fuori servizio e influisce pesantemente sul notevole calo delle nascite nei paesi occidentali. La Serughetti ribadisce che una minore natalità non è legata solo alle problematiche economiche ma anche a un modello genitoriale che impone costante presenza e una dedizione che molte donne non possono dare. Gli psicologi, inoltre, lanciano un allarme per i genitori iper-coinvolti: i bambini mostrano livelli di ansia molto più alti e minore soddisfazione nei confronti della vita. Uno dei tanti paradossi di questa epoca: nonostante il lavoro porti madri e padri a d essere impegnati per tutto il giorno, riescono ad essere comunque ad essere più presenti. Lo fanno grazie ai frammenti di tempo che riescono a ricavare per portare i figli a calcio, alla lezione di piano, alla visita dal dentista, alla festa di compleanno del compagno di classe, organizzata in un fast-food o al parco dei gonfiabili. Sono presenti la sera quando li aiutano a finire un esercizio di matematica. Piccole porzioni di tempo dove c’è sempre un impegno a far relazionare figli e genitori. Poi ci sono le faccende domestiche da sbrigare e il tempo libero diventa così risicato che, quando si è riusciti a ricavarlo, si sviene sul divano o si va in palestra e una libera interazione con i figli non c’è quasi mai. Genitori presenti ma alla fine non ci sono mai.
I bambini che giocano senza una costante supervisione formano la pratica, la maturità emotiva e la competenza sociale. Siamo rinfrancati dalla certificazione di studi specifici da parte di sociologi, psicologi e filosofi in merito alla moderna, e decantata, educazione. I figli devono essere educati anche permettendo loro di sbagliare, annoiarsi e decidere come investire il tempo libero e, quando vorranno farlo con noi, non sentirsi messi sotto esame. Molti diranno che si corre il rischio di vederli chiusi dentro casa, completamente assorbiti dai cellulari e i PC. Ma, in fondo, lo fanno anche quando sono costantemente seguiti, stimolati, responsabilizzati in un’età in cui dovrebbero far cavalcare la fantasia. Basterebbe dare loro di nuovo spazi liberi nel quartiere, e non dentro un centro commerciale. Ricordo un giorno in cui i miei figli stavano giocando a calcetto, liberi senza supervisioni di adulti (io ero casualmente passato da quelle parti) e periodi di tempo limitati ad una seduta di allenamento, con altri ragazzi, avendo un intero pomeriggio a disposizione, e ho visto tutti i loro cellulari ammucchiati sul muretto.




