Skip to main content

Intervista a un uomo qualunque… anzi no!

Per comprendere meglio la realtà di oggi, e le dinamiche psicologiche che in molti sperimentiamo, abbiamo pensato di dedicare uno spazio a persone lontane dalla fama e dalla visibilità mediatica, come nel caso dell’intervista ai fondatori dell’ASD Ponte di Nona. Ecco un uomo qualunque, direbbero in molti, che abbiamo scoperto essere speciale per la bellezza della sua semplicità. Tra alti e bassi… gratificazioni e rinunce, passione sportiva e impegno politico vi presentiamo Stefano: oltre quarant’anni e un lavoro fisso con orari proibitivi, che nonostante tutto riesce a difendere una quotidianità che non lo condanna alla routine. Questo grazie a molte passioni e una visione del mondo dove l’altro è fondamentale, non solo a parole… così come si legge nella prima parte dell’intervista a lui dedicata.

Parlaci delle tue passioni. La politica, ad esempio, che ti ha portato a svolgere attività sindacale proprio all’interno dell’azienda per cui lavori.

L’attività sindacale mi ha permesso di svolgere un’attività dove confrontarmi con gli altri, sul piano della politica del lavoro. È stata fondamentale come esperienza di vita, dove ho messo in gioco reputazione e dignità. Ho studiato le norme sindacali, i contratti di categoria, i diritti e i doveri dei lavoratori. L’ho fatto leggendo la notte e nelle pause pranzo. Ho chiesto a chi ne sapeva di più, sempre con la voglia di ottenere l’informazione più esatta. L’ho fatto per diciassette anni, e mi ha portato via tanto tempo, però per le giuste cause. Sono fiero di ogni secondo che gli ho dedicato. Un’esperienza dall’alto valore umano, che ancora oggi porto dentro di me, anche se ho dovuto abbandonare per forti contrasti con la dirigenza della sigla sindacale di cui facevo parte.

A cosa ti riferisci in particolare?

Al dissenso nato nei confronti di molti rappresentati e operatori, che non hanno né la capacità né tanto meno il decoro di svolgere un lavoro così importante. Dirigenza e diretti collaboratori, incapaci di ascoltare e capire le esigenze delle persone che rappresentano, in un ambiente lavorativo in continuo subbuglio, dove i diritti dei lavoratori subiscono notevoli restrizioni. Sindacalisti inadeguati nel dare il giusto peso alle richieste dei lavoratori che, a volte, questo va detto, si lamentano solo di uno sguardo storto del proprio superiore. Il bravo sindacalista deve saper mediare, far ragionare un lavoratore che pretende l’impossibile, focalizzare i problemi reali e di lottare per essi. E questo si può ottenere solo con persone qualificate. Come rappresentante sindacale ho sempre cercato di fare questo. E la notte era il momento migliore per studiare.

Qual è un episodio, di questo periodo, che porti nel cuore?

Di episodi ne potrei raccontare molti, ma la cosa che più mi rende orgoglioso è che ancora oggi, a distanza di anni che sono uscito dalla federazione, ricevo telefonate. Sono ancora un riferimento per molti colleghi e questa è una vittoria; sia come persona, sia come ex-sindacalista.

La tua visione della vita ti ha portato anche all’attivismo politico…

La vita è composta da personali punti di vista e ognuno vive i fatti con un peso differente. Quello che si può avere in comune è la visione del futuro, e l’attività politica ha un forte potere aggregante in questo senso. Ho cominciato a frequentare un gruppo di persone che si riconoscevano in una visione molto simile alla mia. Ho una storia politica di destra e sono cresciuto in un quartiere popolare di Roma, storicamente di sinistra. Negli anni di piombo c’era uno schieramento aperto verso questa linea politica, e gli scontri con altri quartieri di opposta fazione, erano all’ordine del giorno.

Possiamo dire che sei cresciuto in una cultura rossa…

Sicuramente. In questo clima, dove anche all’interno della mia famiglia si militava a sinistra, lo spirito critico mi ha spinto nel versante opposto. Da adolescente, vista l’età, avevo preso subito una posizione estrema e, come in tutte le cose in cui ci si appassiona, all’inizio ero preda di un vero e proprio fanatismo. Ero il bersaglio facile nelle discussioni, sempre in minoranza, affrontavo discussioni con tutti, nel quartiere e a casa.

Poi crescendo ammorbidisci le posizioni, leggi, t’informi e hai un’idea più matura e concreta di cosa significhi fare politica. Le mie idee sono sempre di destra, spogliate però di tutto il folclore e come movimento politico non siamo mai lontani dalle realtà più difficili, che si vivono soprattutto nelle periferie delle città. Ho sempre visto un aiuto concreto verso gli italiani in difficoltà, i pacchi alimentari, sono anni che sono distribuiti, non è né una trovata propagandistica dell’ultim’ora né un voto di scambio. Mi ritrovo in questa cultura, dove al primo posto c’è la mia Patria. Il concetto di nazione, per quello che mi riguarda, lo difende, concretamente, solo questo partito.

Per te la politica è una passione che tutti dovrebbero sentire?

Assolutamente. La politica è lavorare per gli altri, fare qualcosa per stare tutti bene. Vincere un’elezione non significa fare bene solo per chi mi ha votato, ma per tutta la comunità. Quand’ero sindacalista lottavo per tutti, non solo per gli iscritti alla mia sigla. Ovviamente c’è una componente personale, perché aiutare gli altri mi gratifica, l’altruismo assoluto non esiste. Ma anche nel prodigarsi per il prossimo c’è uno scambio. Come avviene in uno scontro di pugilato, due persone s’incontrano e condividono la loro esperienza, alla fine il sapere raddoppia. Quello che non avviene nella predominante cultura moderna dove c’è solo uno scambio: la moneta per un prodotto, e non c’è altro se non una condivisione sterile, non si cresce.

La tua voglia di sociale si riscontra in mille sfumature. Hai una buona manualità e, qualche anno fa, hai accettato di aiutare una classe elementare nella messa in scena di uno spettacolo.

Ho aiutato le mamme e le maestre di una quinta elementare, che hanno messo in scena il musical “Romeo e Giulietta ama e cambia il mondo”. Con materiali di recupero ho costruito i pannelli per gli sfondi: l’Arena di Verona, il balcone di Giulietta, i fregi dei Montecchi e dei Capuleti.

Anche in questo caso hai dovuto ricavare degli spazi di tempo tra le pause dell’orario spezzato e investendo nel tuo giorno libero. Lo hai fatto senza percepire un euro da quel lavoro?

Sì. L’ho fatto volentieri per quello che ho detto prima, ho condiviso. Le mie conoscenze insieme a quelle delle mamme, delle maestre e degli altri che hanno collaborato, dando vita ad uno spettacolo bellissimo dei bambini di quella classe. Alla festa di fine anno fui invitato a partecipare. Una serata bellissima, e questa è una forma di retribuzione più che soddisfacente, non sono solo i soldi a gratificare. Inoltre quella sera, mentre tutti i bambini stavano giocando, uno di loro, un bambino con sindrome di down, mentre stava correndo s’è avvicinato a me e di scatto mi ha abbracciato, dicendomi: “Grazie Stefano!”. Poi, come se niente fosse, se n’è tornato a giocare. Mi sono commosso, come adesso che ne sto parlando con te. Anche il ricordo del suo insegnante di sostegno ancora mi commuove a distanza di tempo. Un ragazzo che avendo assistito alla scena mi disse: “Ti rendi conto adesso?”. Avevamo condiviso un’esperienza tra le più emozionanti che avessi mai vissuto, e che ancora oggi ci tiene in contatto.

…continua…

Scritto da Davide Testa, blogger e articolista, curatore de Le Storie Più Piccole Del Mondo